Eravamo quattro amici al bar
Ognuno si è costruito il suo percorso, come quelle strade di campagna che partono tutte dallo stesso incrocio e poi si infilano tra i campi in direzioni diverse.
Quella sera eravamo seduti tutti e quattro sul terrazzino, in fila, come una giuria che non ha voglia di emettere verdetti. Il mare non si vedeva, ma si sentiva. L’aria aveva quell’odore salato e un po’ nostalgico che fa venire voglia di dire frasi profonde, salvo poi riderci sopra un minuto dopo. Uno si era allargato sulla sedia, pancia rilassata, gambe aperte, il sorriso di chi ha deciso che la dieta comincerà sempre il lunedì successivo. Un altro, in mezzo, teneva le mani intrecciate, a metà tra il filosofo greco e lo spacciatore di storie sicule. Il terzo sorrideva anche da serio. L’ultimo, quello con lo sguardo furbo, aveva già pronto il commento velenoso per ognuno di noi. Era il suo modo di dire "ti voglio bene".
Non ci vediamo spesso in realtà. Ognuno si è costruito il suo percorso, come quelle strade di campagna che partono tutte dallo stesso incrocio e poi si infilano tra i campi in direzioni diverse. Eppure, quando ci ritroviamo, succede qualcosa di strano. Non è solo memoria. È come se il tempo, per un paio d’ore, andasse in retromarcia.
Ti ricordi quando…- è sempre l’inizio ufficiale della serata. Poi si apre il vaso di Pandora: la strada sterrata a luglio per il castello, i concerti alle feste dell’Unità, la festa in cui avevamo giurato che “o scopo oggi o non scopo più “. Progetti seri, insomma.
E quelle notti, da sbronzi, quando ci dicevamo che la vita non ci avrebbe mai persi.
E infatti non ci ha persi - dice il filosofo - Ogni tanto ci mettiamo in pausa. Che è diverso.
Ci guardiamo e con gli occhi della memoria si riescono a vedere i vent’anni di una volta, incollati ai volti di adesso. Sono lì, sotto le rughe, come le scritte dei vecchi cartelloni pubblicitari, sbiadite ma ancora leggibili. Basta la luce giusta.
A un certo punto il discorso scivola sempre sulle grandi domande della vita: - Io lavoro troppo - confessa il più serio. - E alla fine della giornata mi chiedo perché. Ma per fortuna c’è lui, lo sguardo furbo, col suo humor inglese: - Io invece lavoro male e guadagno peggio - interviene - E alla fine della giornata anch’io mi chiedo perché. Scoppia una risata che sa di ristoro. Perché ridere con gli amici di sempre non è come ridere con gli altri. Con gli altri devi spiegare il contesto, con loro il contesto è già dentro le battute. È un linguaggio segreto, un dialetto dell’anima, che si è formato negli anni e non ha bisogno di traduzioni.
Penso a come siamo cambiati: i primi capelli bianchi, le prime occhiaie, il primo “non posso venire, domani mi sveglio presto”. Abbiamo fatto il tifo l’uno per l’altro, qualche volta in silenzio, da lontano. Abbiamo anche sbagliato, ci siamo dati per scontati, convinti che ci sarebbe stato sempre tempo per un’altra birra e un’altra chiacchiera.
E invece il tempo non è illimitato. Sono illimitate solo le storie che continuiamo a raccontarci.
A pensarci - dice il serio - abbiamo passato molto più tempo a non vederci.
Chi, ad occhio, non comincerà la dieta neanche il prossimo lunedì, guarda e sorride, - ma quando ci vediamo recuperiamo. Facciamo gli straordinari di amicizia.
La frase rimane lì, sospesa. È una definizione perfetta: gli straordinari di amicizia. Ore in più, non pagate, da mettere sul conto di qualcosa che non ha prezzo.
A mezza sera c’è sempre qualcuno che propone di andare via, ma nessuno si muove davvero. Restiamo seduti ancora un poco, attaccati a quell’istante come a una foto riuscita bene. Sappiamo che il giorno dopo torneremo nei nostri percorsi separati, chi in ambulatorio, chi in ufficio, chi dietro uno schermo, chi in giro per l’ennesima consegna. Torneranno le agende, le scadenze, le telefonate perse. Ma non stasera, stasera siamo noi.
Quando finalmente ci alziamo, c’è il solito scambio di frasi pratiche, «fammi sapere», «ci organizziamo», «la prossima volta però decido io dove andare». Promesse che in parte manterremo e in parte no. Ma non importa. Sotto la superficie delle parole c’è una certezza più solida di qualsiasi calendario: anche se le nostre strade divergono, prima o poi passano sempre dal solito incrocio. E capisco che non ci siamo mai davvero persi di vista. Abbiamo solo imparato a riconoscerci nel buio, ogni volta che la vita ci fa ripassare da lì.
E forse è proprio questo il segreto: sapere che c’è un posto, da qualche parte, dove puoi sederti su una sedia qualunque, accavallare le gambe e tornare ad essere, per una sera, la versione migliore di te stesso. Quella che ride con gli amici di sempre, con un bicchiere di vino in mano, senza null’altro da chiedere alla vita.
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