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Era inevitabile?

Una breve storia della guerra della Russia contro l’Ucraina / di Keith Gessen, pubblicato da The Guardian. Tradotto e diffuso da Luciano Granozzi

di Luigi Boggio - giovedì 17 marzo 2022 - 1985 letture

Era inevitabile? Una breve storia della guerra della Russia contro l’Ucraina / di Keith Gessen

pubblicato da: "The Guardian" del 12 marzo 2022.


Per tre mesi tutti hanno discusso se ci sarebbe stata una guerra, se Vladimir Putin stesse bluffando o facesse sul serio. Alcuni degli esperti di Russia che avevano a lungo detto alla gente di andarci piano, ora dicevano alla gente di preoccuparsi. Altri, che avevano a lungo criticato Putin, dicevano che stava solo cercando di attirare l’attenzione su di sé, che era tutto per lo spettacolo. Tra gli analisti, c’era un dibattito tra chi guardava le truppe e chi guardava la televisione. Gli osservatori delle truppe hanno visto la massiccia concentrazione di forze russe al confine e in Crimea e hanno avvertito dell’invasione. Quelli della TV dicevano che la TV russa non stava aumentando l’isteria da guerra, come fa di solito prima di un’invasione russa, e che questo significava che non ci sarebbe stata alcuna guerra.

La questione è stata risolta, per sempre, la notte del 24 febbraio, quando i missili russi hanno colpito installazioni militari e obiettivi civili in Ucraina, e i convogli corazzati russi hanno attraversato il confine. Poi tutti cominciarono a discutere sul perché. Putin era pazzo? Era sinceramente preoccupato per l’espansione della Nato? Stava pensando in categorie amorali - come ha suggerito Fiona Hill, studiosa di lunga data di Putin - che erano fondamentalmente storiche, secondo tempi che non hanno senso per i comuni mortali? Stava cercando, un po’ alla volta, di ricostruire l’impero russo? La prossima sarà l’Estonia?

Mi ero recato a Mosca in gennaio per vedere cosa potevo imparare. La città era bellissima. La neve era a terra e tutti erano molto calmi. Sì, le repressioni stavano aumentando, lo spazio per l’espressione politica si stava restringendo, e molte più persone erano morte di Covid-19 di quanto fosse ufficialmente riconosciuto. E sì, parlando di Covid, Putin era paranoico al riguardo, costringendo chiunque volesse vederlo di persona a mettersi in quarantena per una settimana in anticipo in un hotel che il Cremlino aveva per questo scopo. Nessuno pensava che le cose stessero andando nella giusta direzione, ma nessuna delle persone con cui ho parlato, alcune delle quali con buone conoscenze, pensava che un’invasione sarebbe effettivamente avvenuta.

Pensavano che Putin fosse impegnato in una diplomazia coercitiva. Pensavano che la comunità di intelligence americana avesse perso la testa. Ho visitato amici, ascoltato le loro riflessioni, giocato i vari scenari. Anche se ci fosse stata un’invasione - un grande se - sarebbe finita in fretta, eravamo tutti d’accordo. Sarebbe stato come in Crimea: un’operazione di precisione, l’uso di una schiacciante superiorità tecnologica. Putin era sempre stato così cauto - il tipo di persona che non ha mai iniziato una battaglia che non era sicuro di vincere. Sarebbe stato terribile, ma relativamente indolore. Questo era sbagliato. Ci sbagliavamo tutti.

Il fatto che tutti avessero torto non impedì a tutti di affermare immediatamente che, in effetti, avevano avuto ragione. Gli esperti della Russia che avevano sostenuto per anni che Putin era un tiranno sanguinario si affrettarono a rivendicare la rivendicazione, perché era indubbiamente diventato quello che avevano sempre sostenuto che fosse. Gli esperti della Russia che avevano sostenuto per anni che dovevamo dare ascolto agli avvertimenti di Putin potevano anch’essi rivendicare la loro rivendicazione (anche se più silenziosamente) perché Putin aveva finalmente agito in base a quegli avvertimenti. Come al solito, i funzionari delle amministrazioni presidenziali statunitensi di un tempo sono stati tirati fuori in TV come teste parlanti, dispensando la loro saggezza e non accettando alcuna responsabilità, come se non avessero tutti contribuito, in un modo o nell’altro, alla catastrofe.

Questa guerra non era inevitabile, ma ci siamo andati incontro per anni: l’Occidente, la Russia e l’Ucraina. La guerra in sé non è nuova - è iniziata, come gli ucraini ci hanno spesso ricordato nelle ultime due settimane, con l’incursione russa nel 2014. Ma le radici vanno ancora più indietro. Stiamo ancora vivendo gli strascichi dell’impero sovietico. Anche noi stiamo raccogliendo, in Occidente, i frutti delle nostre politiche fallimentari nella regione dopo il crollo sovietico.

Questa guerra è stata la decisione di una e una sola persona - Vladimir Putin. Ha preso la decisione nel suo isolamento Covid, non è riuscito a organizzare alcun tipo di campagna per raccogliere il sostegno pubblico, e a malapena ne ha parlato con qualcuno al di fuori della più piccola cerchia ristretta, ed è per questo che solo poche settimane prima dell’invasione nessuno a Mosca pensava che sarebbe successo. Inoltre, ha chiaramente frainteso la natura della situazione politica in Ucraina e la veemenza della resistenza che avrebbe incontrato. Tuttavia, per capire la tragedia della guerra, e ciò che significa per l’Ucraina e la Russia e per tutti noi, vale la pena andare oltre le ultime settimane e mesi, e anche oltre Vladimir Putin. Le cose non dovevano andare così, anche se dove esattamente abbiamo sbagliato è molto più difficile da determinare.

1. La rottura: Russia e Ucraina dopo la caduta dell’URSS

Trent’anni fa, quando i paesi dell’ex Unione Sovietica dichiararono la loro indipendenza, tutti tirarono un sospiro di sollievo per il fatto che l’impero fosse scomparso così dolcemente. A parte un brutto conflitto irredentista tra l’Armenia e l’Azerbaigian per l’exclave di etnia armena del Nagorno-Karabakh, c’è stata poca violenza. Ma gradualmente, quasi impercettibilmente, il conflitto ha cominciato ad apparire ai margini dell’ex URSS. In Moldavia, le truppe russe hanno sostenuto un piccolo movimento separatista di lingua russa che alla fine ha formato la piccola repubblica separatista della Transnistria. In Georgia, la regione autonoma dell’Abkhazia, anch’essa sostenuta dalle armi russe, ha combattuto una breve guerra con il governo centrale di Tbilisi, così come l’Ossezia del Sud. La Cecenia, una repubblica russa che aveva resistito ferocemente all’invasione dell’impero per tutto il XIX secolo, e che ha sofferto terribilmente sotto il dominio sovietico, ha dichiarato il proprio desiderio di indipendenza, ed è stata macinata non in una ma in due guerre brutali. Il Tagikistan ha subito una guerra civile, in parte una ricaduta della guerra civile che infuriava in Afghanistan, con cui condivideva il confine. E così via. Nel 2007, la Russia ha lanciato un attacco informatico contro l’Estonia, e nel 2008, ha risposto a un tentativo della Georgia di riprendere l’Ossezia del Sud con una massiccia controffensiva. Nonostante tutto questo, era ancora comune per la gente dire che la dissoluzione dell’Unione Sovietica era stata miracolosamente pacifica. E poi venne l’Ucraina.

Nel laboratorio di costruzione della nazione che era l’ex impero, l’Ucraina si distinse. Alcune delle ex repubbliche sovietiche avevano tradizioni politiche di lunga data e pratiche linguistiche, religiose e culturali distinte; altre meno. Gli stati baltici erano stati indipendenti per due decenni tra le due guerre mondiali. La maggior parte delle altre repubbliche aveva avuto, nel migliore dei casi, un breve esperimento d’indipendenza nella scia immediata del crollo dello zarismo nel 1917. A complicare le cose, molte delle nuove nazioni avevano significative popolazioni di lingua russa che non erano interessate o attivamente ostili alla loro nuova nazione.

L’Ucraina era unica rispetto a tutti questi elementi. Anche se esisteva come stato indipendente in tempi moderni solo da pochi anni, aveva un potente movimento nazionalista, un canone letterario vibrante e una forte memoria del suo posto indipendente nella storia dell’Europa prima di Pietro il Grande. Era molto grande: il secondo paese più grande d’Europa dopo la Russia. Era industrializzato, essendo un grande produttore di carbone, acciaio e motori per elicotteri, così come di grano e semi di girasole. Aveva una popolazione altamente istruita. E quella popolazione, quando divenne indipendente nel 1991, contava 52 milioni di abitanti; seconda solo alla Russia tra gli stati post-sovietici. Il Paese era situato strategicamente sul Mar Nero e al confine con numerosi stati dell’Europa orientale e futuri membri della NATO. Possedeva quelle che una volta erano state le più belle spiagge dell’URSS, sulla penisola di Crimea, dove gli zar russi avevano trascorso le loro estati; così come il più grande porto navale d’acqua calda dell’URSS, a Sebastopoli. Aveva sofferto molto durante l’avanzata tedesca nell’Unione Sovietica nel 1941 - delle 13 "città eroiche" dell’URSS, così chiamate perché hanno visto i combattimenti più pesanti e hanno effettuato la più forte resistenza, quattro erano in Ucraina (Kiev, Odessa, Kerch e Sebastopoli). Le economie di Russia e Ucraina erano profondamente intrecciate. Le fabbriche ucraine di Dnipropetrovsk erano una parte vitale della capacità militare-industriale dell’URSS, e i più grandi gasdotti di esportazione della Russia correvano attraverso l’Ucraina. Strategicamente, nelle parole dello storico Dominic Lieven, descrivendo la situazione intorno alla prima guerra mondiale, l’Ucraina non avrebbe potuto essere più vitale. "Senza la popolazione, l’industria e l’agricoltura dell’Ucraina, la Russia dell’inizio del XX secolo avrebbe cessato di essere una grande potenza".

Lo stesso era vero, o sembrava vero per l’Ucraina. Essa era significativa per la Russia non solo geopoliticamente. Lo era anche culturalmente e storicamente. La lingua russa e quella ucraina si erano separate nel XIII secolo, e l’Ucraina aveva una letteratura distinta e notevole, ma le due lingue erano rimaste vicine, come lo spagnolo e il portoghese. Mentre la maggior parte del paese era etnicamente ucraina, c’era, in particolare nell’est, una grande minoranza etnica russa. Ancora più importante era la circostanza che, mentre la lingua ufficiale era l’ucraino, la lingua franca nella maggior parte delle grandi città era il russo. E forse ancora di più che la maggior parte delle persone conosceva entrambe le lingue. Era comune in televisione vedere un giornalista, per esempio, fare una domanda in russo e ricevere una risposta in ucraino, o avere una giuria di esperti per un talent show con due giudici di lingua russa e due di lingua ucraina. Era una nazione genuinamente bilingue, una cosa rara.

Da una prospettiva nazionalista russa, ciò costituiva un problema. Perché parlare due lingue quando se ne poteva parlare solo una? La Crimea era un punto particolarmente dolente: la stragrande maggioranza della popolazione si identificava come russa. E una volta che hai iniziato a pensare alla Crimea, hai iniziato a pensare all’Ucraina orientale. C’erano molti russi lì. A dire il vero c’erano russi anche in altri posti: nel nord del Kazakistan per esempio, e nell’Estonia orientale. C’erano rivendicazioni irredentiste anche in queste aree, e di tanto in tanto si scatenavano. Lo scrittore diventato provocatore politico Eduard Limonov è stato arrestato a Mosca nel 2001 per un presunto complotto per invadere il Kazakistan settentrionale e dichiararlo una repubblica etnica russa indipendente. Ma nessun luogo ha avuto un ruolo così centrale nell’immaginario storico russo come l’Ucraina.

Per i primi 20 anni di indipendenza, la Russia ha tenuto d’occhio gli sviluppi in Ucraina e ha interferito in vari modi, ma non è andata oltre. Questo è stato il massimo che ha potuto fare. La grande popolazione di lingua russa dell’Ucraina garantiva, o sembrava garantire, che il paese non si sarebbe allontanato troppo dalla sfera d’influenza russa.

2. Dove inizia la patria? Il punto di vista dell’Ucraina

Nella stessa Ucraina, anche a non voler considerare la presenza russa, c’erano le sofferenze collegate alla nascita di una nazione. Molti dei nuovi paesi post-sovietici avevano la loro parte di problemi: élites corrotte, minoranze etniche in rivolta, un confine con la Russia. L’Ucraina aveva tutto ciò, e anche di più. Poiché era grande e industrializzata, c’era molto da rubare. Poiché aveva un importante porto sul Mar Nero nella città di Odessa, c’era una via marittima facilmente accessibile attraverso la quale rubare. Com’è diventato chiaro nel 2014, quando è arrivato il momento di usarlo, gran parte dell’equipaggiamento del vecchio esercito ucraino è stato contrabbandato fuori dal paese attraverso quel porto.

Oltre a questo, l’Ucraina era, se non divisa, certamente non immediatamente riconoscibile come un insieme unificato. Poiché era stata così tante volte conquistata e frazionata, la stessa memoria storica del paese era frammentata. Nelle parole di uno storico, "Le sue diverse parti avevano un passato diverso". A peggiorare le cose, uno degli aspetti storicamente più preziosi della cultura politica dell’Ucraina - l’eredità del hetmanato cosacco del XVII secolo - era l’anarchismo. I cosacchi originali erano guerrieri che erano sfuggiti alla servitù della gleba. Il loro sistema politico era una democrazia radicale. C’era qualcosa di bello in questo. Ma in termini di costruzione di uno stato moderno, aveva i suoi svantaggi. In una ormai famosa analisi della CIA, scritta poco dopo la creazione dell’Ucraina indipendente, fu predetto che c’erano buone possibilità che il paese cadesse a pezzi.

Eppure, per due decenni, ciò non è successo. Nel bene e nel male, la democrazia era radicata profondamente nella cultura politica ucraina, e così, mentre in Russia il potere non è mai stato trasferito a un’opposizione, in Ucraina è successo ancora e ancora. Nel 1994, il primo presidente dell’Ucraina, Leonid Kravchuk, fu estromesso in favore di Leonid Kuchma, che promise migliori relazioni con la Russia e di dare alla lingua russa uno status uguale. Nel 2004, il suo successore, Viktor Yanukovych, dopo massicce proteste contro i brogli elettorali, dovette dimettersi in favore di un candidato più nazionalista e pro-europeo, Viktor Yushchenko. Nel 2010, Yushchenko ha perso contro un risorto Yanukovych. Ma Yanukovych è stato cacciato dalla rivoluzione di Maidan nel 2014. Un candidato nazionalista e miliardario del cioccolato, Petro Poroshenko, divenne il successivo presidente, ma nel 2019 fu sostituito da Volodymyr Zelenskiy, un candidato di lingua russa favorevole alla pacificazione.

La politica ucraina era piena di conflitti. Le scazzottate nella Rada erano comuni e le proteste erano un fatto di ordinaria amministrazione. Ci sono state proteste di massa contro Kuchma, per esempio, nel 2000, quando è stata resa pubblica una sua registrazione nella quale apparentemente ordinava l’omicidio del giornalista Georgiy Gongadze, il cui corpo senza testa era stato trovato nei boschi fuori Kiev. (Kuchma ha insistito che i nastri erano stati manipolati. È stato accusato nel 2011, ma l’accusa è stata ritirata dopo che un tribunale ha dichiarato i nastri inammissibili.) Yushchenko, il candidato dell’opposizione nel 2004, è sopravvissuto a malapena a un avvelenamento da diossina, che aveva tutte le caratteristiche di un’operazione speciale russa. La prima tornata elettorale del 2004 è stata segnata da gravi irregolarità e chiari brogli elettorali come non erano ancora apparsi in Russia. Ci sono volute proteste di massa, note come la Rivoluzione arancione, per ottenere un altro turno di voto, in cui Yushchenko ha vinto. Lo stesso Yushchenko ha poi presieduto un’elezione corretta nel 2010, che ha perso. E così via.

Questi cambiamenti di potere erano alternativamente turbolenti o banali, ma riflettevano genuine differenze di opinione tra la popolazione su ciò che l’Ucraina avrebbe dovuto essere. Alcuni pensavano che l’Ucraina dovesse integrarsi ulteriormente con l’Europa, altri che dovesse rimanere strettamente legata alla Russia. Le differenze culturali e storiche tra le diverse parti dell’Ucraina emersero maggiormente in tempi di crisi.

Per i russofoni e la rimanente popolazione ebraica ucraina, il ricordo della seconda guerra mondiale, della resistenza all’invasione e all’occupazione nazista, rimase un’importante pietra di paragone. I nazionalisti ucraini avevano una prospettiva diversa su questi eventi. Per alcuni, l’occupazione del loro paese iniziò nel 1921 (quando i bolscevichi consolidarono il controllo dell’Ucraina) o nel 1939 (quando Stalin prese l’ultima parte dell’Ucraina occidentale come parte del patto Molotov-Ribbentrop tra Germania e URSS per spartirsi la Polonia), se non nel 1654, quando l’etmanato cosacco cercò la protezione dello zar russo. I famosi combattenti della resistenza in tempo di guerra conosciuti come l’Esercito Insurrezionale Ucraino, che si erano opposti all’occupazione sia sovietica che tedesca nell’Ucraina occidentale, e che furono visti come cattivi fascisti dai sovietici, erano, nella narrativa nazionalista, i George Washingtons della storia ucraina. Per i nazionalisti, la tragedia principale del XX secolo non fu l’invasione nazista, ma la grande carestia del 1932-33, in cui morirono milioni di ucraini. Era conosciuta come l’Holodomor - "strage per fame" - ed è stata costantemente indicata come un atto deliberato di Stalin (e per estensione della Russia) per distruggere la nazione ucraina.

Tutte queste contrapposizioni ebbero luogo in un contesto di stagnazione economica. L’economia dell’Ucraina era costantemente una delle più deboli dell’ex blocco sovietico. La corruzione era endemica e gli standard di vita bassi. L’Ucraina dipendeva dal gas a buon mercato proveniente dalla Russia e dalle "tasse di transito" che addebitava per il gas russo diretto in Europa. Agli ucraini che vivevano sotto questa politica altalenante, passando dalla speranza alla delusione e viceversa, con quella che sembrava un’élite irremovibile che si limitava a scambiarsi reciprocamente la presidenza avanti e indietro, sembrava che la loro vita scorresse invano. Un giornalista che ho incontrato a Kiev nel 2010, che aveva partecipato alle proteste che facevano parte della Rivoluzione Arancione e che è stato poi deluso dalla presidenza di Yuschenko, ha lamentato le opportunità perse. "Tutto questo mentre il tempo passa", mi ha detto. Non si dava pace su quanto poco fosse stato fatto dal 2005, e dal 1991.

Ma c’era un altro aspetto "del tempo che passa". Più il tempo passava, più la fragile nazione dell’Ucraina poteva coalizzarsi. Perché cosa significava appartenere a una nazione? Dove, nelle parole della famosa canzone sovietica, inizia la patria? Inizia con le immagini del primo libro che tua madre ti legge, secondo la canzone. E con i tuoi buoni e veri amici del cortile accanto. Più persone sono nate in Ucraina, piuttosto che nell’URSS, più persone sono cresciute pensando a Kiev come capitale invece che a Mosca, più hanno imparato la lingua ucraina e la storia ucraina, più l’Ucraina è diventata forte. Volodymyr Zelenskiy, nello show televisivo che lo ha reso famoso e che alla fine lo ha catapultato alla presidenza, interpretava il personaggio di un insegnante di storia del liceo di lingua russa che improvvisamente diventa presidente. Nelle brevi scene in cui vediamo il personaggio di Zelenskiy insegnare, sta interrogando i suoi studenti sul grande storico e politico nazionalista ucraino Mykhailo Hrushevsky.

3. Per la Russia, Nato è una parola di quattro lettere

È stata la violenta opposizione russa all’adesione dell’Ucraina all’UE che alla fine del 2013 ha fatto precipitare la rivoluzione di Maidan, che a sua volta ha fatto precipitare l’annessione russa della Crimea e l’incursione nell’Ucraina orientale. Ma dopo la fine della guerra fredda, è stata l’espansione della Nato ad essere la più grande causa di irritazione tra la Russia e l’Occidente, un rapporto che ha trovato l’Ucraina intrappolata nel mezzo.

L’espansione della Nato procedette molto lentamente, poi apparentemente tutta in una volta. Sulla scia immediata del crollo sovietico, non era una conclusione scontata che la Nato dovesse allargarsi. Infatti, la maggior parte dei politici e dei militari statunitensi si opponevano all’espansione dell’alleanza. Si è persino parlato, per un po’, di sciogliere la Nato. Aveva servito il suo scopo - contenere l’Unione Sovietica - e ora ognuno poteva andare per la sua strada.

Questo orientamento è cambiato nei primi anni dell’amministrazione Clinton. La spinta di tale cambiamento proveniva da due direzioni. Una era l’influenza di un gruppo di idealisti della politica estera all’interno del consiglio di sicurezza nazionale di Clinton e l’altra gli stati dell’Europa orientale. Dopo il 1991, i paesi post-comunisti dell’Europa orientale, in particolare Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, si sono sentiti in un contesto di incertezza relativamente alla loro sicurezza. Avevano le loro potenziali dispute di confine e la vicina Jugoslavia stava cadendo a pezzi. Più di tutto, però, avevano un vivido ricordo dell’imperialismo russo. Non credevano che la Russia sarebbe rimasta debole per sempre, volevano allinearsi con la Nato finché potevano. "Se non ci fate entrare nella Nato, ci doteremo di armi nucleari", dissero i funzionari polacchi a un team di ricercatori del thinktank nel 1993. "Non ci fidiamo dei russi".

Nel perorare la propria causa non guastava che i leader dei paesi dell’Europa orientale godessero di una grande credibilità morale. Fu dopo un incontro con, tra gli altri, Václav Havel e Lech Wałęsa, a Praga nel gennaio 1994, che Bill Clinton annunciò: "la questione non è più se la Nato prenderà nuovi membri ma quando". Questa formulazione - non se, ma quando - divenne la politica ufficiale degli Stati Uniti. Cinque anni dopo, la Repubblica Ceca (dopo aver divorziato pacificamente dalla Slovacchia), l’Ungheria e la Polonia furono inserite nella Nato. Negli anni a venire, altri 11 paesi si sarebbero uniti, portando il numero totale di paesi nell’alleanza a 30.

Durante la recente crisi, alcuni esperti e politici americani hanno affermato che la Russia non si è opposta alla Nato fino a poco tempo fa, quando stava cercando un pretesto per invadere l’Ucraina. Tale affermazione è veramente ridicola. La Russia ha protestato contro l’espansione della Nato fin dall’inizio. Il vice ministro degli Esteri russo ha detto a Strobe Talbott, il più importante collaboratore di Clinton per la Russia, nel 1993, che "Nato è una parola di quattro lettere". In una conferenza stampa congiunta con Clinton nel 1994, Boris Yeltsin, per il quale Clinton era stato un così fedele alleato, reagì con rabbia quando si rese conto che la Nato stava effettivamente andando avanti con i suoi piani per includere gli stati dell’Europa orientale. Ha predetto che il risultato sarebbe stato una "pace fredda" in Europa.

La Russia era troppo debole, e ancora troppo dipendente dai prestiti occidentali, per fare qualcosa tranne che lamentarsi e guardare con attenzione l’aumento del potere della Nato. L’intervento dell’alleanza in Kosovo nel 1999 fu particolarmente inquietante per la leadership russa. Era, prima di tutto, un intervento in una situazione che la Russia vedeva come un conflitto interno. Il Kosovo era, all’epoca, parte della Serbia. Dopo l’intervento della Nato, non faceva più parte della Serbia. Nel frattempo i russi avevano la loro situazione simile al Kosovo in Cecenia, e improvvisamente sembrava loro che non fosse impossibile che la Nato potesse intervenire anche in quella situazione. Come mi ha detto un analista americano che ha studiato l’esercito russo: "Si sono spaventati perché sapevano qual era lo stato delle forze convenzionali russe. Hanno visto qual era lo stato attuale delle forze convenzionali statunitensi. Mentre avevano un sacco di problemi in Cecenia con la loro minoranza musulmana, gli Stati Uniti erano appena intervenuti per staccare il Kosovo dalla Serbia".

L’anno successivo, la Russia ha ufficialmente cambiato la sua dottrina militare per dire che potrebbe, se minacciata, ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche. Uno degli autori della dottrina disse al giornale militare russo Krasnaya Zvezda che l’espansione verso est della Nato era una minaccia per la Russia e che questa era la ragione per l’abbassamento della soglia per l’uso delle armi nucleari. Ciò accadeva 22 anni fa.

Il secondo round post-sovietico di espansione della Nato è stato il più ampio. Concordato nel 2002 e ufficializzato nel 2004, ha portato Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nell’alleanza. Quasi tutti questi stati avevano fatto parte del blocco sovietico, ed Estonia, Lettonia e Lituania - i "Baltici" - una volta facevano parte dell’Unione Sovietica. Ora si erano uniti all’Occidente.

Mentre ciò accadeva, una serie di eventi scosse la periferia russa. Le "rivoluzioni dei colori" - arrivate in rapida successione in Georgia nel 2003 (Rosa), Ucraina nel 2004 (Arancione) e Kirghizistan nel 2005 (Tulipano) - hanno tutte usato proteste di massa per espellere i corrotti in carica filorussi. Questi eventi sono stati accolti con grande entusiasmo in Occidente come un risveglio della democrazia, e con scetticismo e trepidazione al Cremlino come uno sconfinamento nello spazio russo. Negli Stati Uniti i politici hanno celebrato la libertà in marcia. A Mosca c’era una preoccupazione leggermente paranoica che le rivoluzioni a colori fossero un prodotto del lavoro dei servizi segreti occidentali, e che la Russia sarebbe stata la prossima.

Il Cremlino poteva aver torto sull’esistenza di un complotto occidentale a lungo raggio, ma non sbagliava a pensare che l’occidente non l’ha mai considerato come un suo pari. Il fatto è che ad ogni turno, ad ogni punto critico, in ogni situazione, l’occidente, e gli Stati Uniti in particolare, ha finito col fare quel che voleva fare. A volte è stato squisitamente sensibile alle preoccupazioni russe, altre volte le ha ignorate. Le relazioni tra le due parti si inasprirono e le posizioni si indurirono. Nel 2006, Dick Cheney ha tenuto un discorso aggressivo nella capitale lituana, Vilnius, in cui ha celebrato le realizzazioni delle nazioni baltiche. "Il sistema che ha portato una così grande speranza sulle rive del Baltico può portare la stessa speranza sulle lontane rive del Mar Nero, e oltre", disse. "Ciò che è vero a Vilnius è vero anche a Tbilisi e Kiev, vero a Minsk, vero a Mosca". Come osservano Samuel Charap e Timothy Colton nella loro eccellente breve storia del conflitto ucraino del 2014 "Everyone Loses", "Si possono soltanto immaginare le reazione a tali dichiarazioni all’interno del Cremlino".

Un anno dopo, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, che è ampiamente considerata un punto chiave di svolta nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente, Putin ha dato la sua risposta attaccando gli Stati Uniti per la loro arroganza, il disprezzo del diritto internazionale e la loro ipocrisia. "Ci viene costantemente insegnata la democrazia. Ma per qualche ragione coloro che insegnano non vogliono imparare essi stessi?". L’avvertimento è stato sentito, ma non ascoltato. Nell’aprile 2008, a Bucarest, i paesi della Nato si sono incontrati e hanno promesso che la Georgia e l’Ucraina "diventeranno membri della Nato". Era, come molti hanno notato, una condizione pessima: una promessa di adesione senza nessuno dei benefici reali, sotto forma di garanzie di sicurezza, che l’adesione avrebbe comportato. Pochi mesi dopo, in quella che, fino a quel momento, era di gran lunga la più significativa azione militare al di fuori dei suoi confini, la Russia sconfisse la Georgia in una decisiva guerra di cinque giorni.

Retrospettivamente si potrebbe sostenere che se la NATO si fosse mossa più velocemente e avesse accettato l’Ucraina e la Georgia molto prima, niente di ciò che è seguito sarebbe accaduto. Questo argomento ha a suo vantaggio alcuni esempi che lo sostengono: i paesi baltici sono entrati nella Nato e, nonostante siano ex repubbliche sovietiche, da allora hanno subito relativamente poche molestie russe. Ma si potrebbe anche sostenere che, di fronte al crescente allarme russo e ai ripetuti avvertimenti sulle "linee rosse" sull’espansione della Nato, gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero dovuto mostrarsi più attenti. Avrebbero dovuto prendere in considerazione la specificità dei luoghi con cui avevano a che fare, in particolare l’Ucraina. L’Ucraina non era la Russia, nella famosa frase di Leonid Kuchma, ma non era nemmeno la Polonia. Uno dei problemi con la candidatura dell’Ucraina alla NATO nel 2008, per esempio, spinta dall’amministrazione Yushchenko favorevole all’Occidente, era che tale candidatura non era popolare all’interno dell’Ucraina, in gran parte perché gli ucraini sapevano come la pensava la Russia. Ed erano giustamente preoccupati.

Ma mentre la NATO e l’UE si espandevano sempre più a Est, i loro rappresentanti consideravano una questione di principio non accettare compromessi con un regime che ai loro occhi tentatva di intimidire loro e l’Ucraina. Di nuovo potrebbero aver avuto ragione in linea di principio. In pratica però Putin ha minacciato questa invasione, in una forma o nell’altra, per 15 anni. Molte voci stanno ora dicendo che avremmo dovuto essere molto più duri con Putin molto prima e che le sanzioni che stiamo varandoo ora avrebbero dovuto essere applicate dopo la guerra in Georgia nel 2008 o dopo l’avvelenamento da polonio a Londra di Alexander Litvinenko nel 2006. Ma c’è anche da dire che avremmo dovuto ragionare in maniera più approfondita su come creare un accordo di sicurezza ed economico, affinché l’Ucraina non fosse esposta a una scelta così fatale.

4. Cosa pensa Putin

Eppure, al centro di questa tragedia c’è un uomo: Vladimir Putin. Si è imbarcato in una guerra assassina e criminale che rischia con ogni probabilità di essere giudicata un colossale abbaglio strategico: unendo l’Europa, galvanizzando la Nato, distruggendo la propria economia e isolando il suo paese. Che cosa è successo?

Ci sono sempre state molteplici opinioni contrastanti su Putin, che cadono lungo assi diversi per quanto riguarda la sua competenza, la sua intelligenza, la sua moralità. Alcune delle persone che pensavano che fosse malvagio pensavano che fosse tuttavia intelligente e alcune delle persone che pensavano che stesse semplicemente difendendo gli interessi russi pensavano che fosse però incompetente.

Cinque anni fa su questo giornale, durante il boom della Putinologia che seguì l’elezione di Donald Trump, ho sostenuto che Putin era fondamentalmente un politico "normale" nel contesto russo. Questo non significava che fosse in alcun modo ammirevole. Il modo in cui ha condotto la guerra in Cecenia, che ha lanciato la sua candidatura presidenziale, era una prova sufficiente delle sue cattive intenzioni. Né pensavo che dovesse violare le email di Hillary Clinton. Tuttavia, data la storia della Russia, ritenevo che vista l’esperienza traumatica della transizione post-sovietica, le dinamiche interne del regime di Eltsin e il più ampio contesto geopolitico, la persona che sarebbe subentrata a Eltsin sarebbe stata quasi sicuramente un autoritario nazionalista, che si chiamasse o meno Vladimir Putin. Un altro autoritario nazionalista, non chiamato Putin, si sarebbe comportato in modo molto diverso? Disponevamo di qualche prova storica limitata, considerando le persone di Boris Eltsin (autore della prima guerra in Cecenia) e Dmitry Medvedev (autore della guerra in Georgia), che non l’avrebbe fatto.

Il momento, almeno nella mia mente, in cui Putin ha reso queste domande irrilevanti, è stato il tentato avvelenamento con un agente nervino dell’oppositore Alexei Navalny, un tentato omicidio che quasi certamente ha dovuto avere l’approvazione di Putin. Altri omicidi politici in Russia mi erano sembrati meno chiari. C’erano buone ragioni per credere che la giornalista Anna Politkovskaya e il politico Boris Nemtsov, per esempio, fossero stati uccisi su ordine del signore della guerra ceceno Ramzan Kadyrov. E anche se Kadyrov era il fedele alleato di Putin, non erano la stessa cosa. Forse si trattava di una distinzione priva di peso. E sembrava che parlare di dittatura in Russia oscurasse il fatto che il paese aveva ancora un po’ di spazio per la vita politica e la libertà di pensiero, anche se tale spazio si riduceva di anno in anno. Ora stiamo vedendo com’è una vera dittatura russa: tutti i resti di un’opposizione mediatica chiusa, giornalisti minacciati di 15 anni di prigione, aggressioni poliziesche sfrenate. Con l’invasione dell’Ucraina, non c’è più nessuno che pensi che Putin si stia semplicemente comportando come un normale politico russo post-sovietico.

Si può spiegare il modo di pensare di Putin? A riguardo contano fattori oggettivi e soggettivi. Oggettivamente, non aveva torto a pensare che l’Ucraina si stesse integrando sempre di più all’occidente. L’accordo di associazione UE-Ucraina, a cui si era così ferocemente opposto nel 2013, era stato firmato nel 2014 ed era entrato in vigore nel 2017. Anche la Nato era sulla sua strada. C’erano armi della Nato e personale della Nato in Ucraina. Il tentativo di Putin di esercitare un controllo sulla politica ucraina creando le repubbliche secessioniste di Donetsk e Luhansk era fallito. In effetti, non solo era fallito, ma si era ritorto contro di lui. Gli ucraini, che erano stati tiepidi verso la NATO, ora sostenevano l’adesione e molti che avevano nutrito sentimenti filorussi avevano visto cosa avevano fatto i burattini russi nelle repubbliche secessioniste.

L’Ucraina, una democrazia imperfetta, ha ottenuto un 61 sulla scala della Freedom House nel 2021; le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk (che competono sotto il termine ombrello "Donbas orientale") hanno ottenuto un 4. Nessuno voleva questo per sé. Putin aveva vinto la Crimea e qualche territorio a est, ma aveva perso l’Ucraina. Sulla scia dell’elezione di Joe Biden, che segnalava un rinnovato impegno americano verso l’Europa e la NATO e, tra l’altro, l’Ucraina, le cose andavano sempre meno a favore di Putin. Ma non era del tutto privo di opzioni. Nel 2015 aveva ottenuto, con la forza delle armi, l’accordo di Minsk-2 - un oneroso accordo di pace, mai effettivamente attuato da entrambe le parti, che aveva obbligato l’Ucraina a reintegrare le repubbliche di Donetsk e Luhansk in un’Ucraina federata, dove avrebbero avuto essenzialmente potere di veto sulla politica estera del paese; forse, nel 2022, potrebbe ottenere anche Minsk-3. E se in precedenza aveva lasciato l’attuazione dell’accordo di Minsk a un governo ucraino democraticamente eletto, potrebbe decidere di non fare di nuovo quell’errore. Potrebbe installare a Kiev un leader di cui fidarsi. Un mese prima dell’invasione, il governo britannico dichiarò di essere in possesso di informazioni che indicavano che Putin aveva intenzione di fare esattamente questo.

Eppure qui entriamo nei fattori soggettivi: perché, a posteriori, Putin pensava di poter fare questa manovra su un paese delle dimensioni dell’Ucraina? In parte, si può esserne sicuri, si è sentito incoraggiato dalla sua serie di vittorie militari: in Cecenia, in Georgia, in Crimea, in Siria. Aveva avuto un gran successo, spesso a costi relativamente bassi, trasformandosi in una sorta di guastafeste internazionale dei disegni dell’Occidente in varie parti del mondo. Deve anche essere stato incoraggiato da quello che era successo in Ucraina nel 2014. La Crimea si era arresa alla Russia senza colpo ferire. Poche settimane dopo, un piccolo gruppo di mercenari di mezza età era stato in grado di marciare per 100 miglia in Ucraina e catturare una piccola città chiamata Slovyansk, accendendo la fase attiva della guerra in Ucraina orientale. Se un gruppo di straccioni ha potuto fare qualcosa del genere, immaginate cosa potrebbe fare un vero esercito.

C’era anche l’importante fattore della convinzione che l’Ucraina non fosse una vera nazione. Questa convinzione non era specifica di Putin; molti russi, purtroppo, non vedono perché l’Ucraina dovrebbe essere indipendente. Ma con Putin questa è diventata una vera ossessione, impermeabile alle prove contraddittorie. Vedendo che l’Ucraina rifiuta di sottomettersi alla sua volontà, un certo tipo di leader concluderebbe che è un’entità indipendente. Ma per Putin ciò potrebbe solo significare che è controllata da qualcun altro. Dopo tutto questo era già il caso delle parti dell’Ucraina che Putin aveva conquistato: aveva installato dei burattini per gestire le autoproclamate repubbliche popolari nell’Ucraina orientale. Quindi (ai suoi occhi) era forse ragionevole credere che anche l’Occidente avesse installato un fantoccio - Zelenskiy - che sarebbe scappato al primo segnale di problemi. 5. Come andrà a finire?

Quasi tutti sono stati sorpresi dalla determinazione della resistenza ucraina. Putin, ovviamente; ma anche gli analisti militari occidentali che avevano previsto accuratamente l’invasione, ma pensavano inesattamente che la guerra sarebbe finita molto rapidamente, e forse anche gli stessi ucraini. Prima della guerra, i sociologi che studiavano l’Ucraina indicavano una volontà abbastanza alta da parte degli ucraini di combattere per il loro Paese. Ma una cosa era dirlo a un sociologo e un’altra cosa andare a combattere. Chiaramente gli ucraini hanno deciso di combattere.

Altrettanto chiaramente Putin non si aspettava che Volodymyr Zelenskiy si trasformasse in Winston Churchill. Zelenskiy era stato eletto come candidato della pace nel 2019. Un novizio politico del sud-est industriale del paese, ha vinto con un impressionante 73% dei voti in un ballottaggio contro Petro Poroshenko. Lo slogan della campagna di quest’ultimo era stato "Esercito! Lingua! Fede!". Zelenskiy, al contrario, è stato eletto come una ventata di aria fresca: qualcuno che avrebbe fatto le cose in modo diverso, e anche qualcuno che ha indicato la volontà di provare a negoziare con Putin per porre fine alla guerra. La campagna di Poroshenko ha avvertito che Zelenskiy era un tirapiedi del Cremlino che avrebbe venduto il paese. La gente ha votato per lui comunque.

Mentre si stava scivolando perso la guerra, la popolarità di Zelenskiy era in forte ribasso in Ucraina. Il suo indice di gradimento era dell’ordine del 20%. Non era riuscito a trovare una soluzione pacifica al conflitto incancrenito nella regione del Donbas e aveva iniziato a perseguitare i suoi oppositori. Viktor Medvedchuk, uno stretto alleato di Putin che era considerato il suo uomo di punta in Ucraina, fu messo agli arresti domiciliari, e Poroshenko, ancora il principale rivale politico di Zelenskiy, fu accusato di tradimento per alcuni affari che aveva avuto con Medvedchuk e le regioni separatiste nel 2014. E poi, quando le nuvole di guerra hanno iniziato ad addensarsi, Zelenskiy ha insistito che la minaccia non era reale. Ha criticato l’amministrazione Biden per la sua retorica allarmista. La notte prima dell’invasione, ha detto agli ucraini che quella notte avrebbero potuto dormire tranquillamente. Ma i primi missili russi hanno colpito i loro obiettivi prima dell’alba.

Il giorno prima, nel suo angoscioso appello dell’ultimo minuto al popolo russo, Zelenskiy aveva chiarito che non voleva la guerra. Ma era anche vero che non aveva molto spazio per un compromesso. L’unico percorso chiaro per la pace - l’attuazione degli accordi di Minsk - era diventato, con il passare del tempo, ancora più intollerabile per gli ucraini di quanto non lo fosse stato alla loro firma. In fin dei conti, alla gente non piace sentirsi come se fosse stata costretta a scendere a compromessi dal suo vicino più grande e più prepotente. E la maggior parte degli osservatori ha notato che, per quanto terrificante fosse un’invasione russa, un compromesso di Zelenskiy che cedesse troppo avrebbe probabilmente portato al rovesciamento del suo governo.

Se l’unico modo per evitare la guerra era una resa vile, allora sarebbe stata la guerra. L’Ucraina avrebbe combattuto. E hanno combattuto. Ora, mentre l’esercito russo si riorganizza e inizia a bombardare e bombardare le città ucraine, i governi della NATO si trovano di fronte a una scelta straziante: o guardano con orrore mentre degli ucraini innocenti vengono uccisi, o si fanno coinvolgere ulteriormente e rischiano un conflitto ancora più ampio. Dove si fermerà tutto questo è impossibile da dire. Al momento in cui scriviamo, con la leadership russa che continua a presentare richieste massimaliste, un accordo sembra lontano. E se, qualora le pretese russe dovessero farsi più moderate, Zelenskiy sarà in grado di accettare una Crimea russa e l’Ucraina orientale dopo tutto il sangue che il suo popolo ha versato? In effetti, se il popolo lo accetterà, è una questione aperta.

Un giorno la guerra finirà, e in un giorno successivo, anche se probabilmente non così presto come si potrebbe sperare, il regime in Russia dovrà cambiare. Ci sarà un’altra opportunità per accogliere nuovamente la Russia nel concerto delle nazioni. Il nostro lavoro allora sarà quello di farlo diversamente da come lo abbiamo fatto questa volta, nel periodo post-sovietico. Ma questo è un lavoro per il futuro. Per ora, in agonia e simpatia, guardiamo e aspettiamo.


LUCIANO GRANOZZI: SE ALCUNI SCRITTORI RACCONTANO LA STORIA ASSAI MEGLIO DEGLI STORICI (un taglia-copia-incolla smisurato, scusate).

È così anche in questi giorni di ansia, di enorme confusione e di opinioni schierate in battaglia. Avrei aggiunto qualche attenuante a favore dello stile proprio degli storici se non fossi ancora traumatizzato dal modo in cui, esibendo le proprie credenziali di filologo e storico, Luciano Canfora ha rilasciato quella intervista diventata la Bibbia dei "pacifisti" che si oppongono alla resistenza ucraina.

Sono stato tacciato di intolleranza per aver scritto che mi aveva disgustato. D’accordo "disgustato" no, può apparire un insulto. Ma che mi ha sconcertato (sbalordito) lo posso dire? Essa contiene alcune falsità di fatto ("se dobbiamo ritenere che sia democratico chi arriva al potere dopo un colpo di stato") e persino un’asserzione priva di prove presa in prestito direttamente dalla propaganda elettorale di Trump ("il figlio di Biden è in affari con Zelensky"). Per suggerire una conclusione paradossale: il vero pericolo per la pace non è Putin, ma il guerrafondaio Zelensky.

L’argomento forte rimane tuttavia quello delle responsabilità della politica estera di USA ed Europa nel trentennio post-sovietico. Questo tema non lo si può toccare facilmente perché si rischia di rientrare nel libro nero dei più oltranzisti tra gli intellettuali da guerra fredda, anch’essi fuori stagione quanto i filosovietici al tempo del nuovo zar. Si rischia insomma di apparire come una quinta colonna del nemico.

Perciò ho pensato di ripararmi dietro uno scrittore. Keith Gessen è un giovane autore, nato a Mosca e naturalizzato negli USA, che si fece conoscere con "Tutti gli intellettuali giovani e tristi", poi con "Un Paese terribile" (vedi foto) e al quale "The Guardian" ha affidato un excursus storico scritto in maniera onesta e vivace.

Me lo ha segnalato Francesco Coniglione (un amico col quale non andiamo molto d’accordo). Ho pensato di tradurlo molto sommariamente per renderlo leggibile anche a chi non legge volentieri l’inglese.



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