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Luca De Filippo

Luca De Filippo, degno figlio d’arte del grande Eduardo, ci ha lasciati all’età di 67 anni. Riproponiamo un articolo scritto in occasione della sua interpretazione di Padre Cicogna, poemetto scritto dal padre, accompagnato dalle musiche di Nicola Piovani, al Teatro Antico di Taormina, l’8 luglio del 2011.

di Piero Buscemi - venerdì 27 novembre 2015 - 10420 letture

"Song’a migliar’ ’e fatte ca succedeno. Chistu fatto è succieso… E s’è mmiscato mmiezz’a tant’ati fatte ca succedeno..."

Ed è successo di ritrovarsi ad assistere ad una decantazione di versi napoletani, arricchiti di termini arcaici che neanche ’e uajone di cinquantanni si ricordavano più.

"’A ggente è assaie, ’o munno è chin’ ’e ggente...". Tanta come quella accorsa ieri sera al Teatro Antico di Taormina per assistere alla rappresentazione del poemetto inedito di Edoardo De Filippo, Padre Cicogna, decantato, come il migliore Greco di Tufo che si possa bere, dalla voce suadente del figlio Luca. Ad omaggiare, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la figura paterna che ha accompagnato le nostre vite dal Dopoguerra degli anni ’40, a quello ancora più folle degli anni ’60.

"Cumme fernette?" Si chiede l’io narrante del figlio d’arte recitativo, che con pudicizia e umiltà legge i passi del poemetto composto dal padre Edoardo. "E che ve saccio addicere…" Risponde con rassegnazione, davanti all’evolversi dei fatti, che non macchiano solo la vita degli uomini, ma ne arricchiscono involontariamente, anche la morte.

E allora quest’altro personaggio ereditato dalla penna di Edoardo, entra nella nostra distrazione e scuote con pudore la nostra indifferenza, obbligandoci ad una sosta, che non è più solo riflessione. E’ scrollo da fugaci illusioni, è ribellione a dogmi ottusi e stupida autostima. E’ poesia.

Bizzarro, controverso, imprevedibile, sensibile. Talvolta, grottesco. Padre Cicogna, personaggio defilippiano per natura, dal suo stesso nome che annuncia una leggenda di nascita, si spoglia dell’abito talare per inseguire un istinto procreativo, che la legge degli uomini, più che quella di Dio, si rifiuta di comprendere.

E tornerà ad essere uomo, Padre Cicogna. Rivestendo i panni dell’uomo di strada, con il suo vero nome: Emanuele Palumbo. E qui ritorna il gioco della metafora dei nomi. Cicogna che diventa Palumbo. L’innocenza della favola da raccontare ai bambini, in risposta alle loro domande scomode, diventa blasfemia agli occhi della Chiesa davanti a quello scudo d’amore che il nuovo uomo pone a difesa di un’ennesima chiamata mistica.

Luca De Filippo ce la racconta questa storia di ribellione. Si veste, s’incarna, si fa possedere. Da questo personaggio che è un altro Edoardo reincarnato, contro le storture del mondo e le sue ipocrisie. E si spoglia, questo personaggio combattuto e dai sentimenti straziati. Assorbiamo la sua sofferenza attraverso le parole recitate di Luca, Teatro Antico che prende lunghe pause nell’enunciarle. Affanni di un dolore, patito, non compreso, voluto e forse, anche rimpianto, dell’uomo che diventa natura, contro tutto e tutti. Per rimanere solo.

Come una condanna, bramata, che ti distingue. Luca De Filippo ce lo fa vivere il dramma di quest’essere incompreso. La sua nuova vita di compagno d’umiltà, che sente insieme alla sua donna Catarina l’avversità di una follia, un viaggio d’amore anche carnale, a respingere un anatema che sa di oscurantismo medioevale.

Farà un voto quest’uomo, indissolubile e spirituale, in contraddizione alla scelta fatta: deciderà di procreare tre figli maschi e dar loro i nomi dei re magi, quasi come una coscienza di ribellione costretta a chiedere scusa. Un tentativo di quasi remissione nei confronti di una società che ti presenta sempre il conto, un tentativo destinato a fallire.

E tra queste rivoluzioni culturali - il poemetto fu scritto da Edoardo nel 1969, in piena contestazione giovanile - e la visione gattopardesca di un mondo radicato alle sue bigotte tradizioni, la musica adescante ed ammaliante di Nicola Piovani. Il musicista che ha addobbato di grazia ed ironia l’opera di Edoardo. Il musicista e i suoi due usignoli, il soprano Susanna Rigacci e il mezzosoprano Susy Sebastiano, senza voler demeritare le interpretazioni del tenore Pino Ingrosso e del basso Mauro Utzeri.

Il musicista con il suo "Tu scendi dalle stelle" in chiave tarantella e i passaggi dalla classicità degli archi, al sempre presente mandolino e la chitarra, quasi distorta, a unire un sacro e profano, è stato apprezzato anche da un pubblico internazionale e siciliano, dove il dialetto napoletano, a tratti ostico, ha unito i popoli sotto lo stesso cuart’e luna che, timidamente ieri sera, provava a tramontare dietro l’Etna.


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