Edifici di Roma, edifici di città

Edifici di città / Pierluigi Moretti. - Roma : ZeroBook, 2021. - 76 p. - ebook ISBN 978-88-6711-199-2
di Redazione Zerobook - venerdì 16 luglio 2021 - 1701 letture

“Edifici di città” raccoglie 64 fotografie di edifici di Roma, quasi tutte scattate nel 2020 e parte nel 2021. Lontano dalle architetture storico-monumentali, Pierluigi Moretti rivolge lo sguardo verso le costruzioni ordinarie, i palazzi di Roma. Ognuno di essi è una forma unica inserita in quel tutto estremamente variegato che è l’architettura della città.

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Copertina del libro fotografico di Pierluigi Moretti, Edifici di città

"D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda" scriveva Italo Calvino (Le città invisibili). Nel libro fotografico di Pierluigi Moretti ci sono le immagini di edifici e strade di Roma, in un bianco & nero evocativo, in cui l’architettura viene colta nel respiro che fa di questa città la risposta impalpabile e intima alla nostra ricerca di senso. Roma, per Moretti, non è la città turistica e monumentale, ma sono le strade e le forme - ponti, caseggiati, edifici - protagoniste di una storia più quotidiana, usata e vissuta. La nostra storia di contemporanei. Con una delle sue foto Moretti ha vinto il concorso nazionale "Un luogo per ZeroBook", seconda edizione 2020.


L’autore

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Pierluigi Moretti

Pierluigi Moretti nasce a Roma nel 1976. Appassionato di cinema e fotografia fin dall’adolescenza, comincia a fotografare attivamente solo nel 2014. Nel tempo la sua attenzione si rivolge maggiormente a soggetti architettonici e di paesaggio urbano, sviluppando contemporaneamente l’amore profondo per le fotografie di Milano del grande maestro di fotografia Gabriele Basilico. La sua produzione fotografica, focalizzata sugli edifici di Roma, procede di pari passo con la professione di ingegnere strutturista, svolta anch’essa nella sua città natale.


Il libro è distribuito come ebook in tutti gli store online italiani. Qui la versione cartacea print on demand.


Chi ha una Roma nel cuore / di Victor Kusak

Stanno in piedi come pietre, cubetti squadrati e butterati. Funghi di pietra, enormi menhir. Sotto, infinitesimali, si aggirano le formicuzze di persone e autoveicoli. Sopra, il cielo. In alcune civiltà oceaniche, esistevano le città di pietra e le città di legno. Le città di legno erano per i vivi, le città di pietra per i morti. È quello che insegnò negli anni Novanta del secolo scorso un archeologo malgascio all’archeologo inglese Michael Parker Pearson, che si occupava di Stonehenge: le pietre simboleggiavano gli antenati. Il legno marcisce, la pietra rimane per sempre. I megaliti venivano usati per rappresentare i morti e mantenere vivo il ricordo per l’eternità. Una illuminazione che diede il via a una nuova campagna di scavi e di interpretazioni per Stonehenge [1]. È anche attraverso questa strada che Roma viene data, superati incendi devastazioni e malvessazioni millenari, come “la città eterna”. Attraverso la continua distruzione la città esiste, persiste, si espande. E ha ragione Italo Calvino quando sornionamente allude al fatto che ogni città ha una sua individualità. Tutte le città sono città, ogni città è sempre unica - e Roma è “la” città, unica tra le uniche. Nella città di pietra che è Roma, non è possibile la riduzione in necropoli - la “città dei morti” etrusca per eccellenza. Ci soccorre la sapienza archeologica, che ci parla di Ur, di Ebla, di Amarna. Nella città di pietra risiedevano gli dèi, e risiedeva il re con lo stuolo dei suoi funzionari e militari. Senza i suoi dèi una città è senza anima. E ci soccorre la sapienza del viaggiatore che ha visitato Gerusalemme, o Istanbul. La città non è solo pietra ed edifici, sono anche le strade, i solchi attraverso cui defluisce in mille rivoli il traffico. Una città senza traffico è una città morta. Si dice che la città nasce dal mercato: dalla fiera. C’è stato un momento in cui la città era solo uno sterrato in cui bancarellari e venditori mettevano in vendita sulle stuoie le merci - persone ed animali. C’è stato un momento in cui tra campagna e città non era possibile distinguere il confine. Poi furono erette le mura, e si stabilì un dentro e un fuori, un noi e un loro. Non è possibile immaginare una città, neppure Roma, senza le sue botteghe, i suoi commerci, le bancarelle. Non è possibile immaginare la città senza il suo fiume, linfa vitale e strada fluviale verso cui tutte le strade confluiscono. E non è possibile pensare alla città senza la competizione della luce: mentre nella campagna la competizione avviene per l’acqua, nella città è l’accesso alla luce il valore primario. E Roma ha una luce particolare. Tutto questo è Roma, le sue ombre e le sue luci, i suoi odori, le superfici, la storia. Per chi ci vive, nella dimenticanza quotidiana, è l’improvviso raggio di luce su una superficie, su un angolo, a incrinare il tempo, sospenderlo. Per chi vive lontano, nel distacco, è la nostalgia che improvvisamente ci trasporta dall’altrove in cui siamo esiliati alla nostra origine, alla nostra verità più vera. “Venezia mi ricorda Istanbul” cantava Franco Battiato. E anche noi, che non siamo nati a Roma, sentiamo - lontani - la nostalgia di Roma.


[1] Cfr. Scavare nel passato : La grande avventura dell’archeologia / Andrea Augenti. - 1 ed. - Roma : Carocci, 2020. - Il Post. - National Geographic.


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