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Edgar Morin: Complessità o verità?

Il 29 maggio è venuto a mancare Edgar Morin. Ancora una volta silenzio assoluto dei media e delle TV di Stato...

di Salvatore A. Bravo - lunedì 1 giugno 2026 - 433 letture

Il 29 maggio è venuto a mancare Edgar Morin. Ancora una volta silenzio assoluto dei media e delle TV di Stato. Quando ero giovane negli anni ottanta il filosofo della complessità era uno dei simboli della cultura europea e, specialmente, era valutato come il pensatore della complessità con relativo metodo in contrapposizione critica allo specialismo che già da allora si delineava.

Ricordo una lezione sul filosofo incentrata sul significato etimologico ed epistemico del concetto di complessità (tessuto assieme). Oggi siamo nel semplicismo assoluto che scorre sul canale unico dell’economicismo senza cuore e senza spirito. Edgar Morin è stato rimosso e dimenticato malgrado le sue opere innumerevoli. Ora che sono quasi anziano (59 anni lo si è) e sono filosoficamente più consapevole ritengo che il pensiero della complessità sia stato in realtà parte del percorso che ci ha condotti al nichilismo e al semplicismo.

Sembra una contraddizioni, ma credo non lo sia. Edgar Morin è stato l’artefice della sostituzione della verità universale mai dogmatica e sempre dialogica, come dev’essere nella prospettiva della filosofia, con la complessità.

Quest’ultima è ricostruzione genealogica dei fatti che conduce al prospettivismo consapevole che non osa definire l’eterno rispetto al contingente. Se si vuole d’altra parte usare una prospettiva più ottimistica, che però non cambia il risultato finale, la complessità è l’essere storicizzato che sfugge al nichilismo. Lo sguardo osservatore e dato osservato fondamentale nella filosofia di Edgar Morin rende il soggetto prigioniero della sua soggettività consapevole senza giungere alla verità. L’eleganza del relativismo del filosofo e sociologo è in questo sguardo che non conosce la verità, o meglio è sempre parziale, per cui si resta sospesi nel percorso verso la verità la quale diviene impronunciabile ed evanescente:

“L’oggettività che va ricercata è quella che integra l’osservato nell’osservazione, e non l’oggettivismo che crede di raggiungere l’oggetto sopprimendo l’osservato, e non fa che privilegiare un metodo di osservazione non relativistico. (…) La vera conoscenza dialettizza incessantemente il rapporto osservatore-osservato, “sottraendo” e “aggiungendo” [1].

Nell’incessante dialettizzazione del rapporto osservatore-osservatore si rischia la paralisi della prassi e la filosofia rischia di precipitare in una verbosità eterna che piace tanto al potere. L’essere storicizzato è una opaca verità. Lo sguardo d’insieme come avrebbe voluto il filosofo francese ci consente di dialettizzare la sua posizione nel cammino del “consumo dell’essere”.

La verità è stata sostituita dalla complessità e ciò è stata la premessa che ha stabilizzato il nichilismo e ha favorito il capitalismo. La complessità senza la verità non riesce a far fronte ai drammi che stiamo vivendo, poiché manca il fine oggettivo. Sicuramente la complessità è preferibile al semplicismo deteriore del presente.

L’opera del filosofo andrebbe riletta specialmente nelle osservazioni, è il caso di dire, sullo specialismo scientifico e sui relativi rischi per la democrazia:

“L’arma atomica ha totalmente spossessato i cittadini della possibilità di pensarla e di controllarla. La sua utilizzazione è rimessa alla decisione personale del solo capo di Stato, senza consultazione di alcuna istanza democratica regolare. Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Il perdurare del processo tecno-scientifico attuale, processo del resto cieco che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, conduce a una forte regressione di democrazia. Così, mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza. Quindi lo spossessamento del sapere, molto poco equilibrato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema storico ormai capitale della necessità di una democrazia cognitiva. Attualmente è impossibile democratizzare un sapere compartimentato e per natura esoterizzato. Ma forse sarebbe possibile considerare una riforma di pensiero che permettesse di affrontare la formidabile sfida che ci chiude nella seguente alternativa: o subire il bombardamento di innumerevoli informazioni che ci arrivano a pioggia quotidianamente attraverso i giornali, le radio, le televisioni; oppure affidarci a dottrine che delle informazioni accettano solo ciò che le conferma o che è loro intelligibile, rifiutando come errore o illusione tutto ciò che le smentisce o che risulta loro incomprensibile. Questo problema si pone non solo per la conoscenza quotidiana del mondo, ma anche per quella di tutte le cose umane e per la stessa conoscenza scientifica” [2].

Era anche un pedagogista, lo si studiava nei concorsi per accedere al ruolo di docenti. Egli sicuramente avvertì la necessità di una riforma dei metodi didattici per decodificare informazioni e dati oltrepassando il semplicismo settoriale, ma ancora una volta bisognerebbe porsi una domanda, cosa che a lui non dispiacerebbe, la complessità senza il fondamento veritativo può indicare il percorso per uscire dalla violenza tecnocratica del capitalismo?

Resta il silenzio dei media e dei TG che ci inondano di informazioni su cantanti, vip e reali, ma tacciono vergognosamente sulla morte del filosofo come di altri grandi pensatori, i quali nell’Europa delle soli merci e delle guerre sono solo fastidiose presenze di un passato che loro sperano sia sepolto per sempre.

Ricordiamo le parole di Edgar Morin sulla missione dei docenti e invito a paragonare tali obiettivi con la realtà scolastica della scuola azienda in modo da ripensarlo tra luci e ombre senza sacralizzarlo ma nella sua complessità:

“Ricapitoliamo i tratti essenziali della missione di insegnante: - fornire una cultura che permetta di distinguere, contestualizzare, globalizzare, affrontare i problemi multidimensionali, globali e fondamentali; - preparare le menti a rispondere alle sfide che pone alla conoscenza umana la crescente complessità dei problemi; - preparare le menti ad affrontare le incertezze, in continuo aumento, non solo facendo loro conoscere la storia incerta e aleatoria dell’Universo, della vita, dell’umanità, ma anche favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore; - educare alla comprensione umana fra vicini e lontani; - insegnare l’affiliazione (all’Italia, alla Francia, alla Germania ecc ... ) alla sua storia, alla sua cultura, alla cittadinanza repubblicana e iniziare all’affiliazione all’Europa; - insegnare la cittadinanza terrestre, insegnando l’umanità nella sua unità antropologica e nelle sue diversità individuali e culturali, così come nella sua comunità di destino caratteristica all’era planetaria, nella quale tutti gli umani sono posti a confronto con gli stessi problemi vitali e mortali” [3].

Ogni volta che scompare un grande pensatore si spegne un punto ottico di riferimento, per nostra fortuna ci sono le loro opere con cui dovremmo confrontarci. Certo la censura già agisce con il ridimensionamento dell’informazione sui pensatori e con la violenta campagna di pressione sociale e mediatica che invita (ordina) a dedicarsi all’uso della tecnica (competenze) senza il fondamento del pensiero consapevole. Il pensiero complesso è stato sconfitto. Vedremo in futuro, sta a noi ricostruire il paradigma della verità:

“Infine, bisogna essere consapevoli del problema del paradigma. Un paradigma regna sulle menti perché istituisce i concetti sovrani e le loro relazioni logiche (disgiunzione, congiunzione, implicazione ecc.). Sono tali concetti che governano in modo occulto le concezioni e le teorie scientifiche che si delineano sotto il dominio appunto del paradigma. Emerge oggi in modo sparso un paradigma cognitivo che inizia a poter stabilire ponti tra scienze e discipline non comunicanti. In effetti, il regno del paradigma d’ordine con esclusione del disordine (che esprimeva la concezione deterministica-meccanicistica dell’Universo) si è crepato in molti punti” [4].

[1] E. Morin, 1962, “Lo spirito del tempo”, Meltemi 2002, 2005, 2008, 2017.

[2] EdgarMorin, La testa ben fatta : Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina, 2000 Editore pp 12-13.

[3] Ibidem, pag. 107.

[4] Ibidem, pag. 122.


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