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È morto lo storico della letteratura Alberto Asor Rosa

Asor Rosa aveva 89 anni.

di Redazione - mercoledì 21 dicembre 2022 - 2586 letture


È morto a 89 anni Alberto Asor Rosa, storico della letteratura italiana, critico letterario e per un breve periodo anche deputato. Nacque a Roma il 23 settembre del 1933 e si laureò alla Sapienza, dove nel 1972 divenne professore ordinario di letteratura italiana (incarico che mantenne fino al 2003, quando andò in pensione). Nella sua carriera scrisse diversi saggi e manuali di letteratura italiana, sia per le università che per i licei, e nel 1977 curò la prima edizione della collana “Letteratura Italiana” di Einaudi. Affiancò sempre la carriera accademica con l’impegno politico, e tra il 1979 e il 1980 fu anche deputato del Partito Comunista Italiano.

Fonte: Il Post


È morto Alberto Asor Rosa, storico della letteratura e saggista

Professore di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, deputato del PCI, aveva studiato soprattutto i rapporti fra letteratura e ideologie politiche

Le sue lezioni sul Decamerone di Boccaccio riempivano l’Aula Magna della Sapienza, migliaia di studenti sono passati sotto il giogo delle sue domande sferzanti, sulle novelle dello scrittore e poeta del XIV secolo e sulla critica letteraria. Quello che guardava in uno studente era lo spirito del ragionamento oltre che la preparazione. La cattedra alla Sapienza di Roma l’aveva ottenuta nel 1972.

Nel 1979 provò l’esperienza politica e fu eletto deputato nelle fila del Partito comunista. Ma tornò presto all’insegnamento fino al 2003 e riprese anche dopo il pensionamento per alcuni semestri. Negli anni, Asor Rosa, dopo aver scritto e aggiornato il suo prezioso manuale di Storia della letteratura italiana, decise di avventurarsi nel sentiero più intimo del romanzo pubblicando L’alba di un mondo nuovo (2002), Storie di animali e altri viventi ( 2005) e Assunta e Alessandro (2010).

Asor Rosa, soprannominato dagli studenti La Sora Rosa o anche professor Palindromo è stato senza dubbio un protagonista del discorso culturale e politico dell’ultimo mezzo secolo. Spesso è stato additato come uomo “troppo di parte” e certamente la sua era una formazione marxista, mai però fu accusato di non essere uno studioso di grande valore.

Allievo di Natalino Sapegno, Asor Rosa si era laureato discutendo una tesi su Vasco Pratolini, tesi che era poi diventata un libro. Con il saggio Scrittori e popolo analizzava il mutamento antropologico degli ultimi decenni, il passaggio dal popolo alla massa, e il rapporto della sinistra intellettuale con il proletariato. Un interesse, quello del rapporto tra intellettuali e potere, che è rimasto una costante nella sua vita. Temuto e amato dagli studenti il suo baffo vistoso vibrava beffardo di fronte all’ignoranza, e con leggero sarcasmo, ma grande soddisfazione quando riconosceva uno studente o una studentessa che avevano attivamente partecipato alle sue lezioni.

Il saluto al professor Alberto Asor Rosa si svolgerà giovedì 22 dicembre alle ore 12,30 nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università La Sapienza di Roma. Dalle 9.30 alle 12 ci sarà la camera ardente.

Fonte: RaiNews


Addio a Alberto Asor Rosa, l’intellettuale battagliero

Il più celebre ’’palindromo’’ della letteratura italiana, Alberto Asor Rosa - morto oggi a Roma ad 89 anni - era intellettuale battagliero, operaista, sempre in bilico tra studio e lotta sociale uscito tante volte dal partito comunista sbattendo la porta, non c’era niente di piu’ distante da lui dell’immagine classica dell’intellettuale organico.

"Doveva uscire questo venerdì.

Sembrava stesse meglio ma ha avuto un improvviso arresto cardiaco. Negli ultimi due anni mio padre ha avuto una salute traballante dovuta a problemi cardiaci e polmonari" spiega Angela Asor Rosa, una delle due figlie, con la sorella Laura.

Era nato a Roma il 23 settembre 1933, per diplomarsi al Liceo Classico Augusto di Roma, si è poi laureato alla Sapienza, relatore Natalino Sapegno. Baffoni spioventi e la chioma fluente, quasi a sottolineare il carattere ribelle. Ma soprattutto studioso di fama, docente di storia della letteratura alla Sapienza, intellettuale di formazione marxista da sempre impegnato nella dialettica tra cultura e potere e nell’analisi della realtà sociale. Lasciò il Pci nel 1956, come molti altri intellettuali che reagirono inorriditi alla tragedia ungherese, e vi rientrò solo nel ’72: lavorò alla sua trasformazione ed è stato più volte parlamentare (eletto nel ’79), e poi, dopo la caduta del Muro, membro della direzione del Pds e direttore della nuova ’Rinascita’, che sotto la sua guida però prese sin dal primo numero le distanze dal passato togliattiano, e questo non era proprio un’ovvietà per la rivista fondata dal Migliore.

Studioso in particolare della letteratura italiana moderna e del periodo barocco, ha ideato e diretto la monumentale Storia della letteratura Einaudi, e tante monografie e corsi universitari affollatissimi dedicati ai grandi protagonisti della letteratura italiana. Per lui il classico di una vita era l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto: ’’L’età giusta per leggere l’Orlando Furioso intensamente e non distaccarsene più - diceva - è fra i 30 e i 40 anni, quando uno è, ancora abbastanza giovane per ricordarsi che la realtà quotidiana non è tutto e già abbastanza maturo per capire che oltre il visibile esistono mondi che non vale la pena perdere’’. Mentre il suo impegno più politico, militante per carattere, è legato alla collaborazione a periodici come ’’Mondo operaio’’, ’’Mondo nuovo’’ e alla direzione di ’’Contropiano’’, ’’Laboratorio politico’’ e, infine, appunto ’’Rinascita’’ nel ’90/91. L’esordio di Asor Rosa come studioso avvenne con ’’Scrittori e popolo’’ del ’65, polemica disanima della letteratura italiana impegnata tra Otto e Novecento, scoprendone l’ottica populista e aprendo un dibattito sul rapporto intellettuali e proletariato che ebbe molta risonanza. Stesso taglio ideologico ebbe il suo successivo studio su ’’Thomas Mann o dell’ambiguità borghese’’ del ’71, anche se con un maggiore impegno storicistico.

Negli anni 70 ha successo, ma fa discutere per le scelte e il taglio, una sua ’’Storia della letteratura italiana’’ per le scuole superiori. Saggi e articoli sono raccolti in ’’Intellettuali e classe operaia’’, ’’Le due società’’, ’’L’ultimo paradosso’’. Del ’92 è ’’Fuori dell’Occidente, ovvero ragionamento sull’Apocalisse’’, in cui invitava a cercare un’idea nuova di opposizione, fuori dal modello omologato nei paesi più ricchi dell’occidente. E’ del 2002 un romanzo autobiografico ’’L’alba di un mondo nuovo’’, una vena narrativa poi approfondita fino a ’’Amori sospesi’’, del 2017. Nel 2009 è uscito il volume Il Grande silenzio - Intervista sugli intellettuali, in cui A. R., intervistato da S. Fiori, riflette sulla storia degli intellettuali, soprattutto della seconda metà del Novecento, in Italia, mentre è del 2011 la raccolta di saggi di critica letteraria Le armi della critica. Tra le sue opere più recenti: Letteratura italiana. La storia, i classici, l’identità nazionale (2014); Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015 (2015), in cui cerca di dare ordine alla produzione letteraria degli scrittori nati dopo il 1960; Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta (2019); L’eroe virile. Saggio su Joseph Conrad (2021). Nel 2005 gli sono stati dedicati studi in onore: Critica e progetto. Le culture in Italia dagli anni Sessanta a oggi, mentre è del 2020 il volume Scritture critiche e d’invenzione, contenente un’ampia selezione della sua produzione saggistica e letteraria.

Fonte: ANSA.


Morto Alberto Asor Rosa, storico della letteratura italiana ed esponente del Pci / di Antonio Carioti

Critico letterario e saggista, impegnato politicamente a sinistra, Asor Rosa fece epoca con il suo libro «Scrittori e popolo», severo verso l’ortodossia ideologica

Sempre impegnato a sinistra, era stato per molti anni un esponente di spicco del Pci. Ma l’italianista e critico letterario Alberto Asor Rosa, scomparso all’età di 89 anni, non si riconosceva nel modello di «intellettuale organico» tratteggiato da Antonio Gramsci. Per sé rivendicava piuttosto il ruolo di intellettuale critico, niente affatto compiacente verso i dirigenti politici, ma capace di contribuire alla vita del partito in termini propositivi, indicando la necessaria sintesi complessiva rispetto all’invitabile frammentazione delle scelte quotidiane.

D’altronde, rispetto alla linea ufficiale del Pci, il lavoro di Asor Rosa nel suo campo di studi era spesso andato controcorrente. Pubblicò il libro Scrittori e popolo, assai polemico verso l’ortodossia ideologica dell’epoca, per l’editore Samonà e Savelli nel 1965, quando era fuori dal partito. Ma anche in seguito, tornato alla militanza comunista, si era riservato una sorta di diritto all’eresia che gli aveva procurato molte antipatie. Ben più grave però era l’isolamento che avvertiva negli ultimi anni, rispetto a un panorama culturale che giudicava appiattito e imbarbarito. Nel libro intervista Il silenzio degli intellettuali, curato da Simonetta Fiori (Laterza, 2009), Asor Rosa aveva detto di sentirsi come «quegli animali primitivi che a un certo punto uscirono di scena per il totale mutamento delle condizioni generali del pianeta». Insomma, un dinosauro in via di estinzione.

Nato a Roma il 23 settembre 1933, figlio di un ferroviere socialista, Asor Rosa era cresciuto in un ambiente refrattario ai dettami del fascismo, anche se il padre aveva dovuto prendere la tessera del partito unico e la sua infanzia lo aveva visto partecipare ai riti del regime. Di quel periodo aveva scritto quasi settantenne nella sua prima prova letteraria, L’alba di un mondo nuovo (Einaudi, 2002), libro colmo di lieve autoironia e calore umano, specie nel racconto delle estati ad Artena (località rurale del Lazio dove abitava la nonna materna), con una bella premessa sul valore della memoria. Nel frattempo molta acqua era passata sotto i ponti. Asor Rosa si era iscritto alla gioventù comunista nel 1952, poi era uscito dal partito nel 1956, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria. Ma il suo era stato un distacco da sinistra, che lo aveva portato su lidi operaisti. Con altri giovani, tra cui Mario Tronti, si era aggregato a Raniero Panzieri e alla rivista «Quaderni Rossi», con l’intento di stabilire un rapporto organico tra la ricerca intellettuale e le lotte della classe lavoratrice.

Quindi aveva pubblicato Scrittori e popolo, un attacco frontale al modello nazionalpopolare della narrativa di sinistra, solitamente contigua al Pci: «L’idea di fondo — avrebbe ricordato anni dopo Asor Rosa — era che la ricerca inesausta e prepotente da parte dei critici progressisti di una letteratura socialmente impegnata avesse contribuito a impedire la nascita in Italia di una grande e moderna letteratura borghese di livello europeo». Prendeva di mira, tacciandoli di «populismo», Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Cesare Pavese, i romanzi romani di Pier Paolo Pasolini. E suscitò scandalizzate reazioni di figure eminenti della sinistra comunista, tra cui Carlo Salinari e Carlo Muscetta.

Eppure pochi anni dopo Asor Rosa ritornò nel Pci. Vi arrivò attraverso il Psiup, cui aveva aderito nel 1968. Convinto sostenitore della politica di compromesso storico perseguita da Enrico Berlinguer, si ritrovò in prima linea a fronteggiare la rivolta giovanile del 1977, che aveva nell’Università La Sapienza di Roma, dove Asor Rosa insegnava, il suo centro propulsore di maggior rilievo. Fu un trauma per lui la cacciata dall’ateneo del leader sindacale Luciano Lama, costretto a battere in ritirata dai contestatori violenti. Subito dopo Asor Rosa pubblicò un articolo intitolato Le due società, ristampato poi con altri scritti nel volume omonimo (Einaudi, 1977). Sottolineava la gravità del divario tra i lavoratori dipendenti assunti regolarmente e l’area dell’emarginazione sociale. Ma fu sempre intransigente verso chi, come Umberto Eco, mostrava comprensione per i violenti. Eletto alla Camera per il Pci nel 1979, Asor Rosa concluse quell’esperienza prima della fine della legislatura.

Direttore del progetto della Letteratura italiana Einaudi (1982-2000), acquisì nel mondo accademico un notevole prestigio, che gli valse anche il soprannome di «barone rosso». Indubbio però era il suo impegno didattico: rivendicava tra l’altro di non aver mai tenuto un corso identico a un altro. E reputava nefasto l’uso di criteri quantitativi per valutare l’attività di ricerca: «Per me la qualità di un testo si prova leggendolo: tutto il resto è ciarpame burocratico».

Nel 1989 Achille Occhetto, segretario del Pci, affidò ad Asor Rosa la direzione di «Rinascita», la rivista teorica fondata da Palmiro Togliatti. Ma ben presto tra i due intervenne una irrimediabile rottura sulla svolta che avrebbe condotto alla nascita del Pds. Asor Rosa non era tenero con il modello sovietico, ma considerava il comunismo «un grande movimento di liberazione umana»: recidere il legame con quella storia, come proponeva Occhetto, gli parve un disastroso «impoverimento». Del resto, pur riconoscendo alcuni meriti alla civiltà borghese, Asor Rosa rimaneva ostile al capitalismo e alla superpotenza americana.

La prima guerra del Golfo lo indusse a scrivere l’infuocato e visionario pamphlet Fuori dall’Occidente (Einaudi, 1992), denso di citazioni bibliche, in cui descriveva in termini apocalittici il nuovo ordine mondiale promosso dagli Stati Uniti, muovendo accuse di razzismo allo Stato d’Israele. Pur senza mai abbandonare l’impegno civile, che declinava ormai soprattutto in chiave ambientalista, dall’inizio del nuovo secolo Asor Rosa aveva intensificato la sua produzione scientifica, accompagnandola alla pubblicazione di opere letterarie.

Nel 2009 aveva dato alle stampe una ponderosa Storia europea della letteratura italiana in tre volumi (Einaudi). E nel 2015 aveva ripubblicato, sempre per Einaudi, Scrittori e popolo, con un aggiunta dal titolo Scrittori e massa, nella quale lamentava la destrutturazione del tessuto sociale, dominato da un «individualismo atomistico», e la scomparsa di qualsiasi parvenza di «società letteraria». Poi nel 2019, con Machiavelli e l’Italia (Einaudi), era tornato alle vicende cinquecentesche, le invasioni straniere nelle quali individuava le radici della «disfatta storica» del nostro Paese. Di recente aveva raccolto le sue riflessioni su Joseph Conrad nel saggio L’eroe virile (Einaudi). Quando ai libri di narrativa, dopo L’alba di un mondo nuovo erano venuti, editi da Einaudi, Storie di animali e altri viventi (2005), Assunta e Alessandro (2010), Racconti dell’errore (2013), Amori sospesi (2017). Testi che esplorano i temi più sensibili dell’esistenza umana: gli affetti, il tempo, la memoria, la sessualità. Argomenti che l’autore aveva già sondato molti anni prima in un volume di riflessioni e aforismi, L ’ultimo paradosso (Einaudi, 1985). Qui aveva scritto: «La verità è che l’uomo va a stare da morto esattamente come stava prima di nascere: la vita del singolo è un tragitto brevissimo tra due assenze». Ma anche: «Fino all’ultimo scoperte sono possibili». E lui, Asor Rosa, non aveva smesso mai di cercare.

Fonte: Corriere della Sera



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