È la stampa, bellezza!
Riportiamo un articolo intitolato "I vandali e l’orologio giornalistico" di Massimo Mantellini, che seguiamo da sempre con attenzione piacere e consonanza. Buona lettura.
I vandali e l’orologio giornalistico / di Massimo Mantellini
Ho conosciuto un po’ il giornalismo italiano in questi vent’anni. Ne ho conosciuto un po’ i meccanismi e un po’ le persone che lo producono professionalmente. È accaduto per una serie di contingenze che ora mi pare inutile approfondire, ma questo è successo. Diciamo che per un certo tempo ho fatto parte della macchina, da lontano, senza alcun legame che mi obbligasse a lei. Mi è piaciuto, anche se ora non lo farei più.
Questo per dire che il mio giudizio sul giornalismo italiano, che ho espresso molte e molte volte in passato, è per la maggior parte figlio delle mie sensazioni di lettore appassionato e, in una quota piccola, di “giornalista” aggiunto alla truppa senza alcun titolo particolare.
Non sono mai stato un giornalista e non faccio parte nemmeno della ampia schiera dei collaboratori esterni che lamentano (giustamente) l’esiguità dei loro compensi e che quindi hanno inevitabili conti aperti con il sistema editoriale: poiché ero un nome “noto”, e soprattutto perché erano altri tempi rispetto ad oggi, sono stato sempre pagato il giusto per i miei contributi e su questo davvero non ho mai avuto nulla di cui lamentarmi.
Scrivo questo dopo le molte discussioni di questi giorni scaturite dopo i vandalismi alla sede de La Stampa a Torino.
Lo scrivo perché mai come oggi mi pare evidente che il giornalismo italiano, quando parla di sé, parla di qualcosa che non esiste. Che forse non è mai esistito ma che in ogni caso oggi – certamente – non esiste più. E penso anche che un punto di vista tanto condiviso fra le persone che lavorano dentro il sistema editoriale sia molto spesso un punto di vista autentico. Chi lo esprime ci crede, in assoluta buona fede, senza infingimenti più o meno mascherati.
Penso insomma che la maggioranza dei giornalisti italiani non si renda conto di dove lavori e di quale sia il proprio effettivo ruolo nella società.
È facile dirlo da fuori, è vero. E proprio per questo che un punto di osservazione del genere, mentre paga un inevitabile prezzo di accuratezza ne potrà aggiungere – forse – uno di supplementare libertà di giudizio.
Ho molti amici giornalisti, come si dice in questi casi. E posso garantire che, per quello che mi è capitato di osservare, l’ambiente giornalistico non mostra grandi differenze rispetto ad altri ambiti professionali in Italia. C’è quindi un po’ di tutto: le persone migliori, gli entusiasti, i grandi lavoratori, i fessi, i furbi, i figli di buona donna. Come avviene ovunque in questo Paese dentro i sistemi organizzativi piramidali basati sul lavoro intellettuale, la tendenza generale è che i figli di buona donna alberghino nei piani alti della piramide, ma anche qui, per fortuna ogni tanto si osserva qualche eccezione. Ho conosciuto personalmente almeno due direttori di grandi quotidiani italiani negli ultimi due decenni che erano persone stimabili da ogni punto di vista. Quindi no, come sempre una regola fissa non c’è.
I giornalisti, come è normale che sia, diffidano dei giudizi e delle opinioni di chi è fuori dai meccanismi della macchina: come anche altre categorie professionali ad organizzazione complessa (penso ai medici per esempio) pensano che siano indispensabili competenze specifiche, che si formano solo dentro la macchina, per capirla davvero e per spiegarla di conseguenza agli altri. È un’idea giusta e sbagliata contemporaneamente. È giusta perché molto spesso i meccanismi interni dell’orologio giornalistico determinano i risultati che questo produce. È sbagliata perché se l’ora mostrata sul quadrante (per proseguire con la sciocca metafora) è sbagliata, sarà sbagliata in assoluto e al possessore dell’orologio, o al lettore, per uscire dalla metafora, solo quello interesserà.
I giornalisti italiani, a giudicare da quello che scrivono sui social e sui giornali e da quello che dicono in TV, sposano un’idea cavalleresca della propria professione che davvero oggi – da fuori – è difficile da riconoscere. E appena qualcuno prova ad eccepire ad una simile retorica, anche con toni e accenni davvero cauti, viene travolto dall’onda compatta dell’indignazione giornalistica. Se poi l’eccezione viene invocata da un giornalista di lungo corso, allora apriti cielo. Subito processo per lesa maestà al collega che ha sbagliato (per quanto ormai felicemente pensionato).
Quando mi riferisco al giornalismo italiano – una postilla necessaria – non mi riferisco a qualsiasi prodotto in formato giornale. Per esempio la discussione qui sopra esclude a priori una buona parte di quella che comunemente viene chiamata la stampa di centro-destra. Libero, Il Giornale, La Verità, Il Tempo – per conto mio – hanno parentele col giornalismo talmente labili da non poter essere comprese in nessuna discussione sul giornalismo italiano. Così la discussione sul giornalismo da parte di persone che scrivono su simili organi di pura propaganda ha per me il medesimo interesse che ha per il pesce la bicicletta. Sempre a proposito di metafore sceme.
Il punto in ogni caso è: quando il cretino vandalizza la redazione di un grande giornale sarà possibile discutere di quanto accaduto limitandosi ai fatti in questione? La risposta ovviamente è sì. Si tratta di un atto grave, violento, fascista, stupido e come tale da stigmatizzare. Ma nel momento in cui il sistema giornalistico reagisce compatto invocando un rapporto diretto fra simili eventi e la qualità democratica del proprio lavoro sarà possibile eccepire qualcosa, gentilmente, almeno sulla seconda parte di una simile correlazione? A quanto pare no. Chiunque si azzardi a farlo verrà iscritto d’ufficio – dai giornalisti sul campo, dai politici tutti, dalla società civile meno sveglia – nella lista dei vandali.
E le difese d’ufficio di una simile posizione sono a volte talmente sciocche da meritare alcune piccole sottolineature. Una delle più frequenti che mi è capitato di leggere: “sottolineate la scarsa qualità del giornalismo italiano ma se La Stampa ospita da sempre in-assoluta-libertà i reportage di Francesca Mannocchi dai luoghi di guerra nel mondo come vi permettete? Come vi permettete?”
Questo è un ottimo esempio. I giornalisti italiani molto spesso osservano le piccole o grandi pratiche professionali migliori di cui sono protagonisti o testimoni e – chiusi dentro la macchina – dimenticano il resto. Non vi tedierò con le pratiche di superficiale polarizzazione che è oggi il modello economico prevalente che sostiene il sistema editoriale, ne abbiamo detto mille volte. Dimenticano – soprattutto – l’unica cosa che conta e cioè il risultato complessivo del loro lavoro: l’ora dell’orologio giornalistico.
Un orario che discende certo dal lavoro di Mannocchi ma che va mescolato con tutto il resto, i titoli acchiappaclick, il giornalismo superficiale e molto spesso non controllato, la condiscendenza con la proprietà e i grandi inserzionisti, le vicinanze ondivaghe con questa o quella parte politica. Di tutto questo – miracolosamente – ci si tende a dimenticare.
Il fatto è che alla fine, nel momento in cui il lettore alza il polso per guardare l’ora, l’orario giornalistico sarà inevitabilmente sbagliato. E questo è un problema. E questo è – alla fine dei conti – il problema. O per meglio dire questo “sarebbe” il problema se il padrone del lavoro giornalistico alla fine di una lunga filiera molto interessante ma anche un po’ noiosa e irta di ostacoli fosse il lettore. Ma questo come sappiamo non è più, ormai già da molto molto tempo.
Questo articolo di Massimo Mantellini è stato diffuso dal suo blog, 1 dicembre 2025.
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