Dottorati

Dottorati di ricerca, etica, censura

di Alberto Giovanni Biuso - giovedì 13 agosto 2026 - 1059 letture

Nel dicembre 2023 formulavo su girodivite le seguenti osservazioni: 
«Molti studenti hanno cominciato a capire che la laurea magistrale vale sempre meno e si presentano numerosi ai concorsi per entrare in un Dottorato di ricerca, il quale non garantisce comunque nulla né sostanzialmente né giuridicamente sul futuro, una volta conseguito il titolo. E tuttavia il diploma di dottorato viene percepito sempre più come la vera laurea, visto che quella nominale cessa di avere significato e prestigio. I posti disponibili nei dottorati sono però pochi; in ogni caso sono assai meno rispetto alle candidature. E questo produce frustrazione in chi concorre e non accede, pur avendo spesso un’ottima formazione». Titoli di laurea e dottorato di ricerca


Le conferme che la situazione è questa sono sempre più numerose. Al concorso per l’accesso al XLII ciclo del Dottorato (2026-2027) in un Dipartimento umanistico dell’Università di Bologna hanno partecipato 240 candidati, a fronte di 8 posti disponibili. Anche al Disum di Catania il rapporto è in media di 100 candidati per 5/6 posti. 
Dopo diplomi liceali regalati a tutti con voti finali sempre più alti e dopo diplomi di laurea regalati a quasi tutti con voti altrettanto alti diplomi di laurea regalati a quasi tutti con voti altrettanto alti la tagliola, come si vede, arriva inevitabile ed è feroce.

Tanto più è grave che l’esito dei percorsi di Dottorato sia a volte qualitativamente scarso. Mi sono trovato ad assistere a una seduta di esame di Dottorato di un Ateneo italiano e ho visto dei commissari formulare osservazioni piuttosto pesanti sulla incompletezza delle tesi, sull’incoerenza della loro struttura, persino sull’utilizzo errato di alcuni termini tecnici delle discipline in oggetto.


Nei confronti di una tesi nell’ambito dei Gender Studies un commissario ha formulato un rilievo sconcertante a proposito di una tesi che difendeva e rivendicava «la necessità di strumenti di controllo linguistico per difendere la libertà», affidando tale controllo alla ‘neutralità’ degli algoritmi piuttosto che agli esseri umani. All’ovvia osservazione del commissario che si tratta di una aporia, di un ossimoro, di una contradictio in adjecto, e che la ‘neutralità’ delle macchine non esiste dato che esse sono programmate da esseri umani, la candidata ha rincarato la dose sostenendo che addestrando opportunamente i programmi la «pulizia linguistica» (citazione letterale) sarebbe realizzata a monte e non più a valle, vale a dire che sarebbe resa impossibile qualunque espressione di disaccordo. Come si vede, l’ambito in cui ci si muove è la polizia del linguaggio di 1984.


Ascoltando tale dialogo ho compreso che i soggetti politicamente corretti non si rendono spesso conto di che cosa dicono, delle radici autoritarie e delle conseguenze totalitarie di ciò che scrivono e che sostengono. Questo non li rende comunque meno responsabili delle loro apologie della censura e della dittatura linguistica ed etica.
E, per quanto riguarda i Dottorati, mi sono accorto che quando escono dal perimetro protetto e tossico del loro ambiente accademico (tutor, moralismo diffuso, pregiudizi rafforzati dall’istituzione) questi soggetti sanno solo balbettare.


I Dottorati dovrebbero costituire luoghi dove si pratica la ricerca scientifica e non strutture nelle quali si diventa missionari di una causa etica, qualunque essa sia.

www.biuso.eu


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