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Divagazioni in margine a un giornale

di Sergej - lunedì 24 luglio 2017 - 2185 letture

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Siamo nati in un momento particolare della storia collettiva, e fin da subito ne abbiamo avuto piena consapevolezza. Il momento era quello del disfacimento di un sistema di potere - in Italia -, che aveva ingessato l’intero Paese dopo le pericolose tentazioni degli anni Settanta. Una classe politica vecchia, gerontocratica, che non riusciva più a rinnovarsi; e che dava spazio alla corruzione come unico scopo del proprio potere; la mafia endemica, non solo più al Sud, ma che cominciava a penetrare al Centro e al Nord senza che queste regioni avessero gli anticorpi per resistere a questa espansione, a questa “meridionalizzazione” di un intero Paese. Tangentopoli ha smantellato i vecchi partiti, e in quei mesi sembrò che una cappa opprimente fosse stata spazzata via. Nessuno di noi si illudeva che sarebbe durato a lungo. Ci siamo messi al lavoro per creare strumenti di resistenza: Girodivite è stato uno di questi. Un gruppo di ragazzi e ragazze che non aveva mai fatto politica né attività sociale prima si è messo assieme, coordinato dal più anziano che aveva vissuto la fase precedente; ci siamo agganciati a I Siciliani, a Catania, guidati da Riccardo Orioles. L’idea era quella di fare un giornale in ogni città, una “rete” convergente sui Siciliani a livello logistico (stampare tutti assieme in una stessa tipografia significava abbassare i costi). Abbiamo cominciato a impaginare i nostri fogli locali utilizzando programmi di impaginazione, di trattamento delle immagini, e computer (Apple) dei Siciliani. Eravamo tutti con le pezze al culo, ma usavamo le tecnologie più avanzate, che allora neppure i giornali più blasonati utilizzavano.

La reazione del vecchio sistema chiuse immediatamente lo spiraglio che si era aperto. Siamo entrati nell’era Berlusconi. La cappa grigia e soffocante tornò nella nostra vita collettiva. Noi non siamo stati spazzati via, abbiamo partecipato al movimento variegato d’opposizione. E siamo entrati immediatamente nel Web, all’indomani della chiusura dei nodi delle vecchie BBS: la repressione poliziesca in Italia aveva immediatamente visto il pericolo delle BBS e aveva reagito di conseguenza. Su Internet la repressione ha tardato ad accorgersi della cosa. Delle potenzialità del web se ne accorsero alcuni imprenditori sardi (Grauso, Soru): nacque così il free internet, Italia online e poi Tiscali. Noi eravamo alla ricerca di modi diversi di diffondere la comunicazione, avevamo già i computer ci venne naturale il passo successivo. Diffondevamo il nostro giornale anche in formato elettronico, tramite i floppy disk dati direttamente ai nostri lettori dotati di computer (è la fase cyberpunk); già nelle prime settimane del 1995 eravamo sul web con un nostro sito-giornale grazie alla partnership con un provider locale (pubblicità sul cartaceo in cambio di spazio web). Quando per motivi di costi e per l’evoluzione della lotta sociale abbiamo progressivamente lasciato il cartaceo per dedicarci esclusivamente al web, siamo rimasti la più antica testata italiana presente sul Web.

Abbiamo attraversato la “bolla del 2000” e la crisi di Internet di allora, e la privatizzazione del web con il monopolio FaceBook oggi. Eravamo coscienti, alla nascita di Internet, che anche questo strumento sarebbe presto stato controllato e “addomesticato” dal potere: ma proprio per questo ci siamo precipitati a usarlo: eravamo all’inizio, è stato un fenomeno nuovo, creativo, che ha visto muoversi le menti migliori e più vivaci. Il movimento aveva usato i ciclostili, poi le fotocopiatrici, i fax (chi si ricorda il movimento della pantera?), ha usato anche Internet e il web. Poi sono arrivati i commerciali e le companies; e poi i Governi e i laboratori militari di controllo.

Oggi come ieri la lotta continua. Il movimento continua e noi ne siamo parte e continuiamo a parlare. Non abbiamo padroni, non abbiamo partiti di riferimento. Diamo spazio alle “città invisibili”, facciamo giornalismo partecipativo e dal basso (alcuni di noi hanno scelto di non far parte di alcun Ordine professionale, altri hanno fatto scelte diverse), cerchiamo di dare notizie obiettive e documentate. Cerchiamo di “fare memoria” in un Paese propenso a dimenticare, a cancellare le ragioni civili e umane. Per noi un’altra informazione è possibile, un’altra editoria è possibile, continuiamo a pensare che il Potere ha sempre una dannata fottuta paura di chi diffonde le notizie - per Loro le notizie debbono rimanere segrete, occulte, nessuno deve sapere, tutti debbono osservare l’omertà assoluta, meno persone sanno meglio è per Loro che possono continuare a muovere le loro pedine ed a giocare nell’ombra. Noi proviamo (nel nostro piccolo) a restare umani.



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