Disumanizzare e dominare
Se si accende il PC, si susseguono le immagini dei vip seminudi e in posizioni ammiccanti che mostrano la loro vita libera da ogni vincolo sociale, comunitario ed etico.
L’estate si chiude fra immagini pornografiche della libertà.
Non è moralismo, ma una costatazione oggettiva. Se si accende il PC, si susseguono le immagini dei vip seminudi e in posizioni ammiccanti che mostrano la loro vita libera da ogni vincolo sociale, comunitario ed etico.
Atomi desideranti insegnano ai comuni mortali la liberazione del desiderio e il culto dell’ego. Alla fine di tale corsa verso la liberazione non restano che frammenti di corpi vogliosi in esposizione. La vetrina mediatica invita ad imitare e a vivere l’egoismo assoluto. La civiltà muore tra guerre e ingiustizie sociali dirompenti, ma mentre tutto questo si consuma e si rinnova tragicamente ogni ora e ogni giorno, le immagini invitano al disimpegno e alla ricerca del piacere personale. L’altro è solo un pasto da godere ed abbandonare, quando si scorge qualcuno-qualcosa di più eccitante. Godimento solitario che non tocca la felicità, ma innalza fili spinati e pubbliche solitudini, questo è il premio nefasto per i vincenti all’ombra del liberismo.
Il bombardamento mediatico per immagini e sogni di edonistica onnipotenza ha il suo riflesso nel quotidiano. L’estate cafona non è solo “pubblico cattivo gusto”, ma pratica di egoismo. I più fragili restano soli, i più poveri stanno a guardare, i precari muoiono e sono sfruttati, mentre una torma di uomini e di donne vivono accecati dal loro desiderio di apparire e godere e riproducono i vip, modelli del mondo a misura di capitale, con i loro eccessi. Naturalmente a loro volta, in questo inferno senza fine duro ma duro e reale, i “famosi” sono solo il mezzo con cui il liberismo senza frontiere geografiche ed etiche conquista i corpi e le menti dei popoli, se ne impossessa e penetra nel profondo delle pulsioni sollecitandole fino ad idolatrarle, tutto questo per trasformare il “suddito liberato in un consumatore di libertà offerte e decise dal mercato”.
La libertà non è uno stato interiore e un processo di comprensione di sé e della realtà, ma si è frantumata in una serie ininterrotta di merci e di corpi da consumare. Il riconoscimento sociale passa per la capacità di imporre un ego ipertrofico orientato a godere e consumare.
Sullo sfondo, l’infinita solitudine di tanti, questo è il capitalismo liberista, questa la sua libertà diabolica (divisoria) in cui l’idolatria delle merci sovrasta tutti rendendo le esistenze misere e prive di valore. Non è moralismo. Per uscire dall’oppressione dei modelli studiati dai padroni del mercato dobbiamo riacquistare ciò che ci hanno tolto con decenni di campagne di disumanizzazione generale, ovvero dobbiamo riportare la parte al tutto. Bisogna riportare la parte al contesto e, dietro le folli gaudenti ci sono gli sfruttati nel corpo e nell’anima che consentono al sistema la sua discesa all’inferno.
Dietro le immagini dei vip seducenti c’è l’infelicità dei nostri adolescenti che non hanno padri, maestri e madri e vorrebbero trasformarsi in loro per sentirsi importanti e amati. C’é la violenza che passa attraverso immagini da sogno. Sogni impossibili, che non poche volte conducono ad una infelicità dolorosa con annesso crollo psichiatrico.
L’estate termina, ma i processi di disumanizzazione e desacralizzazione restano. La lotta politica e culturale è, dunque, dialettica tra la vita e la morte, tra la parola che genera vita e l’immagine ingannevole che scorre lungo i media e i socia e apre le porte degli inferi a tanti.
Ricostruire una civiltà, riumanizzarsi nella lotta per un sistema sociale ed economico a misura di essere umano, questo è il compito degli uomini e delle donne di buona volontà. Non tacere, ma denunciare i falsi miti, questo è il primo passo, senza temere le accuse di moralismo e i ricatti di un sistema abile e mefistofelico nel sottrarsi alla critica mediante censure e ridicolizzazione dei dissenzienti.
Essere tenaci nel bene è compito quasi eroico e da santi. Il nostro, purtroppo è tempo che necessita di santi, eroi e poeti. Ricominciare a lavorare con la parola per rianimare un mondo di macchine, materia e plusvalore, non è facile, ma è lo scopo della rivoluzione dei dominati in cammino verso la libertà che non si compra ma umanizza:
Il poeta è un lavoratore Urlano al poeta
“Ci vediamo davanti al tornio.
Cos’è la poesia?
È vuoto!
Supponi sia lavoro – che coraggio”.
Forse
per noi
il lavoro
è la più cara di tutte le lezioni.
Io anche sono una fabbrica.
Senza ciminiere,
quindi, forse,
per me
senza ciminiere è più difficile.
Lo so
non amate le frasi inattive voi.
Tagliare la quercia – ordine di lavoro.
E noi,
non siamo veri falegnami?
Delle teste umane intagliamo la durezza.
Certo,
è cosa rispettabile – la pesca.
Tirare la rete.
Nella rete lo storione, bah!
Ma il lavoro del poeta – non è da meno –
è pesca di uomini, non di pesci.
Enorme lavoro – bruciare negli altiforni,
il ferro frizzante messo a temprare.
Ma chi
di essere nell’ozio può rimproverarci?
Cervelli sgrossiamo con la raspa.
Chi è superiore – il poeta
o il tecnico,
chi porta vero vantaggio alla gente?
Entrambi.
Il cuore – è tale al motore.
L’anima – è tale alla forza motrice.
Noi siamo uguali.
Compagni delle masse lavoratrici.
Proletari corpo e spirito.
Soltanto insieme
abbelliremo noi l’universo
e la vuota marcia gridata.
Dissociarsi dalle tempeste verbali con un argine.
All’opera!
Lavoro nuovo e vivo.
Oziosi oratori – al mulino!
A macinar farina!
Che l’acqua dei loro discorsi faccia girare le macine.
(Vladímir Vladímirovič Majakóvskij)
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