Da Cesare Battisti alle firme di Napolitano
Indipendentemente dalla decisione del presidente del Brasile, è giusto rifiutare l’estrazione a Battisti? Giorgio Napolitano è il garante della Costituzione o le sue numerose firme stanno affossando la Costituzione?
Sono avvenuti, recentemente, due episodi che mi hanno fatto riflettere molto e che mi piacerebbe discutere con i lettori di Girodivite. Questi episodi riguardano la questione dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile e la firma del presidente Napolitano al decreto Gelmini. Dico subito che le mie posizioni non sono politicamente corrette nel senso che so benissimo che i lettori di Girodivite non la pensano come me. Pur tuttavia, mi sembra non sia ozioso discutere di questi argomenti cercando di comprendere anche le ragioni degli altri. Per comodità, divido, per capitoli, i due problemi.
Caso Battisti – Non sto a rifare tutta la storia perché tutti ormai la conoscono benissimo. Voglio, invece, soffermarmi su una domanda che mi sono fatto lungamente: indipendentemente dalle decisioni di Lula, è giusto o no concedere l’estradizione a Battisti?
Prima però di rispondere a questa domanda vorrei chiarire che non m’iscrivo al partito, molto numeroso, che va da Daniela Santanché ai dirigenti del Pd, tutti uniti nel cercare di primeggiare nel becerume tutto italiano che aumenta in modo esponenziale quando si avvicinano le elezioni. Né posso essere d’accordo con le posizioni del ministro Frattini che improvvisamente si è risvegliato e, sempre per motivi elettorali, lancia dichiarazioni di fuoco nei confronti del Brasile. In realtà, a lui e a tutti gli altri, di Battisti non importa nulla. Anche le dichiarazioni lasciano il tempo che trovano perché gli accordi commerciali con il Brasile contano ben più della sorte e della vita di Cesare Battisti.
Detto questo, cerco di analizzare, serenamente, la questione. Cesare Battisti, 57 anni, aderente a suo tempo dei Pac (Proletari armati per il comunismo) viene accusato di quattro omicidi, di cui due eseguiti personalmente: il 6 giugno 1978 è ucciso Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria; il 16 febbraio 1979, Lino Sabbadin, macellaio; sempre nel febbraio 1979, Pierluigi Torregiani, gioielliere; il 19 aprile 1979, Andrea Campagna, agente della Digos. Durante la rapina al gioielliere Torregiani, viene ferito anche il figlio Alberto che da quel momento sarà costretto sulla sedia a rotelle.
Cesare Battisti passa i tre gradi di giudizio e la condanna finale sono quattro ergastoli. Portato in carcere, nel 1981 evade dal carcere di Frosinone e si rifugia in Francia dove la cosiddetta “dottrina Mitterand” gli dà la possibilità di non essere estradato. In Francia si fa conoscere e ottiene successo grazie alla pubblicazione di numerosi romanzi noir. Entra in contatto con gli intellettuali di sinistra e diventa una sorta di icona del rivoluzionario perseguitato dalla reazione italiana. Quando poi sente il cerchio stringersi attorno a lui, fugge in Brasile dove nel 2007 viene arrestato. Il resto è cronaca di questi giorni.
Il passato di Battisti non ha nulla di romantico. Contrariamente a quello che credono gli intellettuali che lo proteggono, Battisti non elabora nessun progetto politico quanto piuttosto è il classico rapinatore che, in un certo momento, scopre l’ideologia del “comunismo” e, furbescamente, la sfrutta. Nel 1972 viene arrestato per la prima volta per rapina e da allora in poi le rapine saranno il suo denominatore comune accompagnato, ad un certo punto, anche da una denuncia per atti di libidine su una disabile. Nel 1977, mentre si trova nel carcere di Udine, conosce Arrigo Cavallina che ha fondato i Pac e da quel momento le rapine (e in seguito gli omicidi) avranno motivazioni “proletarie”. Nel 2006, Cesare Battisti proclama la sua innocenza per i fatti sopra descritti.
Che i cosiddetti “anni di piombo” debbano essere superati è cosa giusta. Il nostro Paese, invece, o meglio la politica non ha mai voluto fare i conti con quegli anni. Non c’è mai stata una seria analisi di quegli anni anche perché i protagonisti, dell’una e dell’altra parte, non hanno mai voluto raccontare sino in fondo quegli anni. Non sappiamo nulla, con certezza, delle protezioni internazionali, del ruolo dei servizi segreti, degli interessi che hanno gravato sui gruppi “rivoluzionari” in quegli anni. Malgrado i processi, non sappiamo ancora nulla di preciso, ad esempio, sulla morte di Aldo Moro e della sua scorta, sui perché, sugli interrogatori, sul ruolo svolto da Cossiga e compagnia bella, dai servizi a Gelli.
Ho vissuto quegli anni. Mentre Battisti rapinava, in tanti scendevamo in piazza per difendere la democrazia, scendevamo in piazza per manifestare contro le bombe di piazza Fontana, per gridare che la morte di un galantuomo come Giuseppe Pinelli era un assassinio. Migliaia di manifestazioni, a Genova, per l’uccisione dell’operaio Guido Rossa, a Milano, a Brescia, a Reggio Calabria. Per combattere i fascisti e per garantire agli studenti di potersi esprimere, agli operai di lottare per un futuro migliore. Poi, con il terrorismo, è finito tutto. Il terrorismo ci ha relegato a rinchiuderci nelle varie “riserve” e questo, accompagnato nei primi anni Ottanta dalla crisi, ha ucciso i sogni di quanti vedevano la possibilità di costruire un mondo migliore. La droga ha scarnificato migliaia di giovani, li ha resi impotenti, non più combattivi. Gli ideali sono morti ed è cominciata la stagione di Craxi e della Milano da bere. Poi, col tempo, i “padroni” si sono ripresi tutto.
Leggevo su Battisti una dichiarazione del bravo Patrizio Gonnella di Antigone. Gonnella è persona troppa intelligente e non mi sento di polemizzare con lui. Da lungo tempo compie un lavoro importantissimo nelle carceri ed io che, per anni, ho fatto il volontario in una di queste, so benissimo che il carcere difficilmente, molto difficilmente, “redime”. Come ho scritto più volte, quando si lascia un detenuto per più di 20 ore in cella senza nulla da fare, non c’è possibilità di redenzione. I dati parlano chiaro: nelle carceri dove i detenuti sono “impegnati” in attività di diverso genere, culturali o altro, c’è una percentuale bassissima di recidivi; esattamente il contrario di quando il detenuto è lasciato in branda per 20 ore al giorno.
Afferma Gonnella che “ha sapore di vendetta portare in carcere una persona per educarla verso un reinserimento sociale, quando questa è già da tempo positivamente reinserita… E’ sacrosanto che le vittime vedano riconosciuto il torto subito. Ma è sbagliato accompagnare tutto ciò con un residuo di retributivismo che individua nella sofferenza simmetrica da affliggere al colpevole un risanamento del male subito”.
Vendetta? Sono passati 30 anni e Battisti è sicuramente inserito. Ma è giusto, se crediamo ancora nello stato di diritto, che si comminino quattro ergastoli e solo perché è diventato uno scrittore, solo perché è comunque un “personaggio” non sconti la sua pena? Ergastolo? No, certo. Non serve a nulla e ci battiamo e ci siamo battuti per abolirlo. L’ergastolo uccide la speranza, l’unico sentimento che tiene “in vita” i detenuti. Ho avuto la possibilità di lavorare a fianco, quando facevo il volontario, a persone che avevano ucciso, rubato, trafficato in droga eppure restava in loro la speranza di quando sarebbero usciti. Nel redigere un giornale carcerario, avevo come grafico un giovane che aveva ammazzato una prostituta. Ebbene, lavorando fianco a fianco, spesso mi parlava di cosa avrebbe fatto a fine pena, mi raccontava della sua famiglia, dei suoi desideri e prospettive. Con il “fine pena mai” questo non avviene. E ho conosciuto anche ex brigatisti che hanno fatto un lavoro importante in carcere e, ancora oggi, dopo aver scontato la pena, fanno volontariato carcerario.
Tutte queste persone, però, stavano scontando una pena per ciò che avevano fatto. Le loro azioni avevano fatto piangere tante famiglie ed io credo che dobbiamo metterci nelle condizioni, come dice Gonnella, di riconoscere “il torto subìto” dalle famiglie delle vittime. Cosa dovrebbero pensare i detenuti comuni di come ci si sta comportando con Battisti? In questo modo, ancora una volta, si riafferma la legge del più forte. Il poveraccio che ruba tre palloni, muore in galera, lo scrittore celebre, in galera non ci va neppure. E’ giusto?
E poi, ancora. Se dopo 30 anni bisogna “dimenticare”, come possiamo esigere che qualche vecchio nazista vada in galera? Dopo più di 60 anni è ancora pericoloso? E non è forse inserito nella società? Eppure, giustamente, esigiamo che paghi le sue colpe che certamente sono colpe di diverso tenore e spessore che coinvolgono l’umanità tutta, spesso si tratta del più grave delitto di tutti, il genocidio, ma siccome la responsabilità è personale non è che la famiglia del partigiano o deportato ucciso sia diversa dei familiari degli uccisi di Battisti. Quando la banda di Battisti uccide un macellaio, lo fa perché esso “si era arricchito con un lavoro capitalistico”. Come si fa a sostenere una tesi così aberrante? I macellai “fregano” sul filetto e quindi uccidiamo tutti i macellai? La realtà è ben diversa e il macellaio è stato ucciso, molto più materialmente, per portargli via la cassa. Il Pm Pietro Forno durante il processo definì i Pac, non a caso, “un gruppo eterogeneo, di bassissimo livello ideologico”. Se invece di essere dei Pac, Battisti apparteneva ai Nar, lo avremmo voluto in galera o libero?
I giornali ci hanno fatto vedere sempre la fotografia di Cesare Battisti, ammanettato ma ridente. E io mi sono sempre domandato cosa mai avrà da ridere uno con 4 ergastoli sul groppone. Non mi sembra una persona scossa da dilaniamenti interiori. Forse Cesare Battisti dovrebbe leggere o rileggere quello che scriveva il comandante dei Gap Giovanni Pesce, “Visone”, quando era costretto ad uccidere. Con quanta umiltà, preoccupazione, dubbi, interrogativi , senza il minimo compiacimento faceva quelle azioni. Non contro i macellai arricchiti, ma contro gli occupanti nazifascisti. E, di certo, non rideva mai.
Napolitano – Giorgio Napolitano, in un momento dove non ci sono modelli a cui far riferimento, sta diventano, suo malgrado, sempre più un’icona imbalsamata. Sentiamo e leggiamo frequentemente che è l’unico che difende la Costituzione, che è il garante della stessa, che ha un ruolo superpartes, che non ha potere, che è obbligato a firmare, la seconda volta, le leggi che il Parlamento li invia ecc.
Io non condivido questa vulgata. Giorgio Napolitano, ex migliorista del Pci, in questi anni da presidente non ha certo brillato per iniziativa democratica. Parole forti? Non credo proprio, perché Giorgio Napolitano ha firmato tutte le porcherie che il governo corrotto di Silvio Berlusconi gli ha posto sul tavolo. Qualche volta ha rimandato indietro qualche legge, il governo ha cambiato qualche virgola e Napolitano ha firmato. Per firmare il presidente ha un mese di tempo che adopera per consultarsi con i suoi esperti giuridici e promulgarla. Alcune leggi, invece, le ha firmate subito, senza neppure “lasciare sulla graticola” i proponenti. E’ il caso della legge Gelmini firmata solo dopo sette giorni dall’approvazione del Parlamento. E ha firmato perché non ha trovato un “evidente e grave” elemento per rinviare alle Camere la cosiddetta riforma Gelmini. Altre volte ha firmato appena ricevuta la legge, subito, di notte.
Solo qualche giorno prima della firma per la legge Gelmini, Napolitano aveva incontrato gli studenti. In una democrazia compiuta questa dovrebbe essere la prassi, la normalità. Ma siccome non siamo in un Paese “normale”, ecco che tutti additino Napolitano come un campione di democrazia che sa ascoltare anche gli studenti. Ha detto bene uno studente appena saputo della firma: “Avrei dovuto rubargli la penna”. All’interno della legge firmata, ci sono particolarmente due norme che si contraddicono fra loro, ci sono i parametri della Gelmini sulle borse di studio che contraddicono l’articolo 34 della Costituzione e c’è tanto altro. Tutti punti per cui gli studenti, da mesi e mesi, sono in piazza. Eppure il presidente della Repubblica non trova elementi “evidenti e gravi” da giustificare il rinvio alle Camere. Di grazia, cosa avrebbe dovuto scrivere la Gelmini nella riforma? Se non sono gravi queste cose, cos’è grave? Forse che gli studenti scendono in piazza?
Poi, dopo aver firmato, Napolitano ha preso carta e penna e ha scritto al presidente del Consiglio dove ha sottolineato “alcune criticità” rilevate nella riforma. Immaginiamo le risate che si sono fatti Berlusconi e soci. Dopo la firma erano tutti felici e tutti tiravano dalla loro parte la giacchetta di Napolitano. La ministra si è permessa di prenderlo anche per il culo precisando che “Appare evidente dall’analisi dei punti rilevati come nessuno di essi tocca elementi portanti e qualificanti della legge. Non sarà quindi difficile tenere in massima considerazione le sue osservazioni”.
E non ci sono solo gli studenti. Come non ricordare il Lodo Alfano, il vergognoso scudo fiscale, le liste Pdl riammesse alle elezioni, il legittimo impedimento e poi tutta una serie di altre porcherie, dal raddoppio dell’Iva per Sky ai vari pacchetti di sicurezza, le leggi che sono contro i rom e gli immigrati, le leggi, in pratica, contro i poveracci, i miserabili.
Poi ci sono anche piccole cose come la nomina dei Cavalieri del lavoro. Poca cosa, certo, se la confrontiamo con il legittimo impedimento, ma anch’essa è il segno di questo presidente dalla firma facile. Recentemente ha nominato Mauro Moretti, ex sindacalista della Cgil ed ora amministratore delegato delle Ferrovie, Cavaliere del lavoro. Mai scelta è stata più sbagliata. Moretti nel momento in cui era nominato da Napolitano era indagato per strage. Possibile che Napolitano non lo sapesse? Indagato per la strage avvenuta nel 2009 a Viareggio dove morirono 32 persone, dove decine di altri porteranno sui loro corpi, per sempre, i segni di quella terribile notte del 30 giugno. Napolitano aveva partecipato ai funerali delle vittime della strage ed era visibilmente commosso. Eppure, a distanza di tempo, nomina il principale responsabile di quella strage, Cavaliere del lavoro. Un cavaliere che quando è stato interrogato dal Senato, appunto sulla strage, è riuscito ad essere sprezzante e ha definito la strage “uno spiacevole episodio” e si è anche risentito dalle accuse perché “quando accade un incidente in ferrovia sembra che caschi il mondo”, tanto più che “le nostre ferrovie sono le più sicure d’Europa”.
Se questo è il personaggio, perché mai il presidente gli ha concesso di potersi definire Cavaliere del lavoro?
Si dice spesso che il presidente della Repubblica non può non firmare. Sembra quasi che la sua sia una condanna a vita. Non è così. Ci sono le regole, ma c’è anche la volontà personale, il predominio della coscienza personale, il diritto di non firmare una legge che si ritiene errata. A questo punto, se non firma, cosa succede? Avviene una crisi. Il presidente si dovrebbe dimettere, terminerebbe la cosiddetta seconda Repubblica. E’ grave tutto ciò? Certo. Gravissimo. Ma non è forse grave la legge sull’emittenza televisiva, le leggi ad personam, le leggi contro i diritti dei cittadini stranieri, le leggi contro gli studenti. Non è forse grave, squassante, ingiusto, incostituzionale il lodo Alfano? Dove va a finire l’articolo 3 della Costituzione? E l’articolo 11 contro la guerra? E non è grave firmare una legge che la tua coscienza non ti permetterebbe di firmare?
Napolitano è molto congeniale a questa politica. Congeniale con questo governo, con il modo di intendere la Costituzione. Da sempre è stato un uomo d’apparato partitico ma fino che parteggiava per Craxi poteva essere solo un problema personale. Oggi, però, è, o dovrebbe essere, il presidente di tutti, anche delle vittime di Viareggio, dei rom, di chi non ama questo governo, degli studenti, degli operai, della Fiom e dei pastori sardi. Ad ogni piè sospinto parla di “riforme condivise”, dell’ ”esigenza di trovare punti d’accordo” e amenità del genere. Sulla Fiat si augura che “sulle relazioni industriali, oggetto di contenzioso alla Fiat, si trovi un modulo più costruttivo di discussione”. Ma come, Marchionne ricatta i lavoratori e schiaccia la democrazia e il presidente non trova di meglio che augurarsi un “modulo più costruttivo di discussione”?
Ormai i proclami non bastano più. Ci vogliono i fatti. E i fatti dicono che con questi personaggi che ci governano non è possibile nessuna “condivisione” anche perché ogni qual volta le forze politiche hanno fatto “riforme condivise”, queste hanno rappresentato una fregatura per i lavoratori.
Ci vogliono i fatti e il coraggio morale di qualche firma in meno così da non diventare corresponsabile dello sfascio del nostro Paese.
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