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Diamo i numeri

L’Istat ci informa che le retribuzioni hanno subito una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019.

di Piero Buscemi - giovedì 21 maggio 2026 - 467 letture

No, non è un invito a tentare la fortuna con il gioco del Lotto, anche se, vista la situazione, ci sembra davvero di essere tornati ai tempi del film I tartassati (1959), quando nella scena finale il protagonista "tartassato" (Totò) dall’ispettore tributario (Fabrizi), alla richiesta su come combattere il peso fiscale, riceve come risposta il suggerimento di giocare un astruso e complicato sistema al Totocalcio.

In effetti, analizzando i dati diffusi dall’Istat, che sostengono le considerazioni sull’argomento da parte anche degli studi di settore operati dal sindacato USB, più volte documentato sulle nostre pagine, e che ci hanno mostrato la cruda realtà di un’inflazione sempre galoppante, difficilmente contrastabile dal rinnovo dei contratti che non riesce neanche a coprire la metà del divario del potere di acquisto, tutto questo non fa presupporre di potere uscire da questa impasse nell’immediato futuro.

Per capire cosa voglia dire realmente la perdita del potere di acquisto dell’8,6%, sottolineato dall’Istat, bisogna tenere conto di alcuni dati. Prendendo in esame il decennio 2014-2024, risulta che la crescita media delle retribuzioni si è attestata intorno al 14% nel settore privato, dell’11% nel settore pubblico. Questo, in un primo momento, potrebbe essere interpretato come una buona notizia ma, correlato con un’inflazione che nel frattempo ha supera il 20%, rappresenta la drammaticità della situazione economica delle famiglie italiane.

Sembrerebbe anche, che da un confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea, l’Italia risulti l’unica nazione che ha registrato questo calo del potere di acquisto nel ventennio considerato. Se nel periodo della pandemia, una sorta di alibi economico legato ad un fattore straordinario ha potuto giustificare in parte questo andazzo, oggi diverse altre componenti si sono presentate nel bilancio familiare dei lavoratori italiani.

Le guerre senza fine, che si sono unite alle altre già in essere, il blocco di un’economia internazionale, soggetta a scelte politiche discutibili le cui conseguenze, e non è una novità, ricadono sempre sugli strati sociali più deboli, l’aumento sconsiderato dei prezzi sui bisogni di prima necessità, tutto insieme ha peggiorato una situazione già compromessa.

Una situazione che aveva già lanciato i segnali d’allarme in quel lontano 2008, con l’avvio di un periodo di recessione (si verifica quando il PIL registra un calo per almeno due trimestri consecutivi) e con la conseguente stagnazione dei consumi, l’incremento della disoccupazione e la difficoltà di accedere ai crediti, non era così difficile immaginare quello che avremmo vissuto negli anni a seguire.

La realtà poi non aiuta il cittadino medio a comprendere tutti questi meccanismi che, in ogni caso, condizionano la sua gestione economica e familiare, è costituita da nozionismi tecnici e di difficile comprensione che, anche se capiti, non modificherebbero la realtà.

A tutto questo si aggiungono quegli accorgimenti che tutti i governi hanno rivendicato come riforme, un eufemismo che sa di beffa, quando tra questi sconvolgimenti sociali, rientra anche la variazione dei requisiti per l’accesso alla pensione.

Che della criticata, spesso utilizzata in campagna elettorale, legge Fornero (D.L. 201/2011), che ha riformato il sistema previdenziale e il mercato del lavoro italiano, con il passaggio al sistema contributivo per tutti e l’innalzamento dei requisiti pensionistici, legati alle così dette aspettative di vita Istat, in quindici anni non ha mai registrato una volontà reale della sua abrogazione, tanto sbandierata alla vigilia di una tornata elettorale, è un dato di fatto.

Pertanto, anche il nuovo governo, tanto per dare un’impronta personale al sistema pensionistico italiano, ha ritenuto di ritoccare dal 2027 la pensione di vecchiaia aggiungendo un mese ai 67 anni previsti per l’anno in corso e, dal 2028, il requisito è stato innalzato a 67 e 3 mesi (il requisito contributivo minimo è rimasto di 20 anni, almeno per ora!). Stessa sorte è toccata alle pensioni di anzianità, che prevedono 42 anni e 11 mesi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne nel 2027 e 43 anni e un mese per gli uomini, 42 anni e un mese per le donne nel 2028.

Già queste novità del sistema pensionistico non rassicurano di certo chi un lavoro, nel bene e nel male, continua ad averlo in maniera continuativa. La vera drammaticità della situazione è data dall’aspetto statistico legato alla media età di accesso ad un lavoro stabile e duraturo. Qui le cose si complicano perché, considerando le varie forme di precarietà, ormai consolidate nel panorama lavorativo italiano, spesso l’ambito posto stabile viene raggiunto dopo aver superato i 30 anni di età.

Una constatazione non da poco, se si considerano i requisiti per la pensione sopra citati.

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