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Dialogo immaginario sul tempo libero e anche altro con Manlio Sgalambro

Col supporto di Chatgpt

di Massimo Stefano Russo - domenica 23 febbraio 2025 - 415 letture

Maestro sono un sociologo: insegno sociologia del tempo libero all’Università di Urbino Carlo Bo, studio il tempo libero e su questo sto scrivendo posso contare sul suo aiuto?

Sgalambro: Un sociologo? E per di più del tempo libero? Interessante… studiare il nulla è sempre un esercizio affascinante.

Intervistatore: Maestro, il tempo libero è spesso visto come uno spazio di realizzazione personale, di fuga dal lavoro alienante. Qual è la sua opinione?

Sgalambro: Sciocchezze. Il tempo libero è solo un’altra gabbia, meno angusta forse, ma pur sempre una gabbia.

Intervistatore: Eppure, è nel tempo libero che l’uomo può esprimere sé stesso.

Sgalambro: Esprimere cosa? L’uomo è una macchina che si illude di avere un’anima. Nel tempo libero semplicemente cambia ingranaggi, ma il meccanismo resta il medesimo.

Intervistatore: Ma non crede che l’ozio, inteso come pausa dal fare, possa essere una forma di resistenza?

Sgalambro: Resistenza a cosa? L’ozio è un’altra forma di lavoro, solo più subdola. Si lavora anche nel non fare nulla, perché si è sempre sotto il giogo dell’esistere.

Intervistatore: Molti dedicano il tempo libero alla lettura, alla musica, all’arte. Lei stesso è un uomo di cultura.

Sgalambro: E infatti la cultura è una delle più grandi illusioni mai concepite. L’arte, la letteratura, la filosofia: tutte sono palliative, morfina per la coscienza.

Intervistatore: Dunque, secondo lei, come si dovrebbe vivere il tempo libero?

Sgalambro: Come tutto il resto: senza speranza.

Intervistatore: Maestro, il tempo libero è considerato un’opportunità per dedicarsi a sé stessi, coltivare passioni, riposarsi. Cosa ne pensa?

Sgalambro: L’illusione di dedicarsi a sé stessi presuppone che esista un sé a cui dedicarsi. Ma l’individuo non è altro che il suo tempo occupato. Quando il tempo è libero, si trova smarrito.

Intervistatore: Eppure, nel tempo libero si può leggere, ascoltare musica, approfondire il pensiero… Lei stesso ne ha fatto un uso proficuo.

Sgalambro: Certo, ho usato il tempo libero per farmi un’idea più chiara sul tempo stesso: è una condanna. E la cultura? È solo un modo più raffinato di ingannarsi. Ma, tra ingannarsi bene e ingannarsi male, preferisco il primo.

Intervistatore: Quindi lei suggerisce di dedicare il tempo libero alla cultura, pur riconoscendone l’illusorietà?

Sgalambro: Suggerisco di usarlo come una medicina consapevolmente inefficace. Meglio leggere un libro sapendo che non cambierà nulla, piuttosto che illudersi di trovare risposte definitive.

Intervistatore: E l’ozio? Non può essere una forma di resistenza?

Sgalambro: Se resistere significa essere immobili mentre la corrente ci porta via, allora sì, l’ozio è resistenza. Ma non illudiamoci: è l’acqua che decide la nostra direzione.

Intervistatore: Quindi come si dovrebbe vivere il tempo libero?

Sgalambro: Senza troppe aspettative. Non è una salvezza, ma nemmeno una condanna peggiore delle altre. Si può leggere, passeggiare, ascoltare Bach… consapevoli, però, che domani saremo punto e a capo. Io l’ho vissuto come si vive una malattia cronica: senza illusioni di guarigione, ma cercando almeno di non peggiorare la situazione. Ho letto, scritto, ascoltato musica. Non per piacere, ma per necessità: il pensiero, se non lo si tiene impegnato, diventa il nostro peggior nemico.

Intervistatore: Quindi per lei il tempo libero è stato comunque produttivo?

Sgalambro: Se per produttivo intende aver scritto libri che pochi leggono e che ancor meno capiscono, allora sì. Ma non ho mai pensato che servisse a qualcosa. Ho scritto come si tossisce: per liberarmi da un fastidio interiore.

Intervistatore: E la musica? Lei era un grande appassionato.

Sgalambro: La musica è stata la sola tregua. Non perché dia risposte, ma perché sospende le domande. Bach, Mahler, Schönberg: ognuno a suo modo ha reso il nulla più sopportabile.

Intervistatore: Ha mai avuto momenti di vero svago?

Sgalambro: Svago? Una parola offensiva. Al massimo, ho saputo perdere tempo con un certo stile.

Intervistatore: Maestro lo sa che ieri sera a Lentini i suoi concittadini si sono riuniti per ragionare e riflettere sulla sua opera?

Sgalambro: Essere oggetto di riflessione postuma è il destino di tutti i filosofi: quando sei vivo, nessuno ti ascolta, quando sei morto, fingono di capirti.

Intervistatore: Ma dovrebbe farle piacere sapere che a Lentini, la sua città natia, ci sono persone che ancora discutono del suo pensiero …

Sgalambro: Piacere? Mi sorprende, semmai. A Lentini ho sempre visto più gente discutere di calcio che di metafisica. Se davvero si sono presi la briga di riunirsi per parlare di me, significa che la noia ha raggiunto livelli cosmici.

Intervistatore: Forse è il segno che la sua opera ha lasciato un’impronta…

Sgalambro: Un’impronta? Su cosa? Sul vento? I libri non cambiano nulla, al massimo intrattengono qualche spirito inquieto. Ma se proprio vogliono discutere di me, li invito almeno a farlo con serietà: senza celebrazioni, senza retorica, senza cercare consolazioni che nei miei scritti non troveranno.

Intervistatore: Ma lo sa che a Lentini ci sono ancora persone che si incontrano e discutono pubblicamente del suo pensiero?

Sgalambro: Davvero? Strano. Di solito la gente si riunisce per mangiare, per litigare o per applaudire qualcuno. Se a Lentini si discute ancora del mio pensiero, significa che la disperazione è più diffusa di quanto immaginassi.

Intervistatore: Maestro, non crede che sia piuttosto un segno di riconoscimento, di interesse autentico?

Sgalambro: Interesse autentico? Dubito. Si discute del pensiero dei morti perché i vivi non hanno nulla da dire. Ma se proprio vogliono parlare di me, spero almeno lo facciano con onestà: senza edulcorare, senza ridurre il mio pensiero a qualche aforisma innocuo.

Intervistatore: E se invece fosse un modo per dare nuova vita alle sue idee?

Sgalambro: Dare nuova vita? Le idee non hanno vita, tantomeno nuova. Al massimo, rimbalzano da una mente all’altra, deformandosi lungo il tragitto. Ma se a qualcuno fa piacere specchiarsi in quello che ho scritto, faccia pure. L’importante è che non si illuda di trovarci risposte rassicuranti.

Intervistatore: Maestro, per concludere torniamo al tempo libero che a me sembra tutt’altro che il nulla. È lo spazio in cui l’individuo si autodetermina, si realizza…

Sgalambro: Ah, l’autodeterminazione! Un’altra bella illusione. Il tempo libero è solo la pausa pubblicitaria tra due momenti di costrizione. Si pensa di essere liberi perché non si è al lavoro, ma si resta prigionieri: del bisogno di riempire quel vuoto, del dovere di essere felici.

Intervistatore: Ma il mio studio riguarda proprio questo: come le persone riempiono il tempo libero, come lo vivono…

Sgalambro: Lo riempiono perché lo temono. Guardi i loro volti la domenica pomeriggio: smarriti, inquieti. Non sanno cosa farsene del tempo. E allora lo sprecano, lo organizzano, lo consumano. Lei può scrivere un libro su questo, certo. Ma il risultato sarà sempre lo stesso: il tempo libero è una prigione con pareti invisibili.

Intervistatore: Devo intendere che declina l’invito ad aiutarmi?

Sgalambro: Le ho già detto tutto. Se vuole, e sul tempo libero intende scrivere un libro, cosa che le auguro di fare, può mettere il mio nome in una nota a piè di pagina. Ma non mi chieda di giustificare ciò che non ha giustificazione. E se proprio deve scrivere un libro sul tempo libero, almeno abbia il coraggio di concluderlo con una sola riga: Il tempo libero è solo un’altra forma di condanna. E poi chiuda il libro, senza aggiungere altro.


* L’intervista è stata svolta dal prof. Massimo Stefano Russo avvalendosi del metodo gamma da lui generato e sviluppato, col contributo di chatgpt. Il testo è opera del prof. Massimo Stefano Russo che ne è l’autore e il diretto responsabile, chatgpt ha contribuito nel fornire indicazioni e informazioni indispensabili e per questo merita di essere citata.



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