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Di guerra in guerra

La violenza generalizzata porta alla lotta di tutti contro tutti: nel teorizzare e praticare lo scontro tra Amico e Nemico, alimenta le peggiori atrocità con esecuzioni di massa e torture.

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 11 ottobre 2023 - 705 letture

La violenza generalizzata porta alla lotta di tutti contro tutti: nel teorizzare e praticare lo scontro tra Amico e Nemico, alimenta le peggiori atrocità con esecuzioni di massa e torture.

Lo Stato di Israele che perpetua il ricordo nella memoria, come antidoto alla cattiveria umana, ha costruito negli anni una organizzazione militare efficiente. Un’orchestrazione, passata a lungo clamorosamente inosservata, concretizzatasi nell’atto terroristico del 7 ottobre, è stata riconosciuta solo quando l’attacco diretto ha scatenato l’orrore e si è tradotto in violenza scioccante.

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Guerra Israele-Hamas

La violenza terrorista ha investito Israele, introducendosi di soppiatto nel territorio, con una logica di “macchina da guerra”. Il segno più eclatante e materialmente evidente dello svalutare l’umanità che vede lo scadere a cascata nell’animalità, in un ritorno nell’oscurità. Cosa comporta l’essere palestinesi o israeliani e vivere sulla propria pelle la frammentazione dello spazio vitale?

I progetti di occupazione territoriale e i piani di colonizzazione portano sempre a esiti disastrosi, così come il voler spaventare l’altro per costringerlo ad andarsene. I coloni sbriciolano e stravolgono dall’interno lo spazio territoriale. I nativi rischiano costantemente di essere espulsi e perdere lo status di cittadini del proprio paese natale. Cosa significa assistere alla distruzione di un territorio che si ama e voler in qualche modo preservare ciò che velocemente scompare? Si può trasformare un territorio di singolare bellezza in un’arena di sangue e morte?

Ci vuole poco a distruggere l’antica bellezza di una terra fragile. Nel vivere l’occupazione, resistervi e sentire ogni giorno sulla propria pelle l’esilio c’è chi si rassegna, chi fugge e chi per scelta o necessità rimane e resiste, sperando in una soluzione possibile del conflitto. Come si vive in un luogo che rischia di scomparire e cosa significa interiorizzare la sconfitta? Le vessazioni quotidiane, le leggi discriminatorie i tanti piccoli e grandi soprusi giorno dopo giorno e anno per anno tendono a peggiorare la vita.

Oltre alle proprietà si attaccano le tradizioni e la vita familiare, la possibilità di accedere all’istruzione, di godere di relazioni sociali, la libertà di movimento e il futuro stesso. Tuttavia nelle terre di guerre e disordini si hanno sempre oasi di pace e di tranquillità che con la forza della volontà attraversano e sconfiggono la paura. Può diventare la violenza una pratica abituale per governare i territori, da legittimare e incentivare in forma sistematica? Si può giustificare ogni cosa con ragioni di sicurezza o promesse divine scritte in libri sacri? Quale significato assume il voler polverizzare il territorio?

Gaza, uno dei luoghi più poveri e densamente popolati della Terra, esprime una società patriarcale, conservatrice e razzista, dove si vive come in un immenso carcere. Il popolo di Gaza, nella lotta quotidiana per sopravvivere, con la morte sempre in agguato e i nemici conosciuti e sconosciuti determinati a seminare terrore e distruzione, è soggetto a un feroce connubio di assedio, bombardamento e sparatorie. Nelle società islamiche, nel desiderare la fine dello Stato ebraico, si usa bruciare la bandiera di Israele.

C’è chi identifica Israele, come Stato ebraico colonialista, differente da ogni altro Stato, con la caratteristica unica di nazione “importata” e gli attribuisce un ruolo unico nei destini futuri dell’umanità. Da sempre considerato un grande pericolo per la pace mondiale. La condizione drammatica e disperata dei palestinesi è di essere divisi. Il mondo si è scordato del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele.

La Palestina, con i rifugiati palestinesi languire nei campi profughi, ha una storia di colonialismo ed espropriazione. Nell’impossibilità di cacciare qualcuno si cerca di sottrargli la libertà di movimento. La differenza palestinese, per molti aspetti clamorosamente inosservata, va rivalutata per dare un futuro ai profughi palestinesi. La posizione teorica e politica difesa dai palestinesi esprime un punto di vista minoritario. La questione palestinese necessita di un vocabolario teorico specifico. I pregiudizi ideologici ne ostacolano la comprensione. Perché israeliani e palestinesi si combattono? Come ha avuto inizio il loro conflitto e come si potrebbe concludere?

La Palestina, regione storico-antropica, difficilmente definibile come regione naturale, ha subito variazioni di ampiezza nel tempo, per le alterne fasi di avanzata e regresso dell’insediamento lungo i margini desertici e le complesse vicende politiche del territorio legate alle relazioni con lo Stato di Israele. Se nel colonialismo di insediamento si manifesta l’espansione di Israele era inevitabile una crescente radicalizzazione della popolazione araba e che la società israeliana si spostasse a destra?

Se il fardello della shoah continua a pesare sulle nostre spalle e sulle nostre coscienze, l’Israele che prende di mira il proprio futuro rischia oggi di allargare il territorio dell’odio anche al passato. Come e perché un popolo che ha sofferto una persecuzione spaventosa può diventare a sua volta persecutore? Come ci figuriamo Israele e la Palestina la cui immagine rimane sfocata e lontana? Quali fattezze attribuiamo loro?

L’Autorità Nazionale Palestinese amministra la Striscia di Gaza (378km2), dove vivono in oltre 1.500.000 e alcune aree della Cisgiordania: una superficie di 6.257 km2 e poco più di 4 milioni di abitanti. La società palestinese ha come filo conduttore un sistema patriarcale, incarnato esplicitamente nei rapporti di potere e di oppressione. Nell’impossibilità di dare una soluzione per tutto, vista l’asimmetria strutturale tra dominanti e dominati, tra gli attributi del particolare e dell’universale, Israele ha davanti un grande compito da compiere, con accortezza e misurato rigore.

Israele si deve proteggere, per raggiungere una sostanziale sicurezza ma deve evitare che il tutto si aggravi oltre i limiti. La rappresaglia che coinvolge gli innocenti alimenta il fuoco che si illude di spegnere e riduce l’intimidazione rigida a schermo ideologico di fanatismo che si perpetua.

La risposta, tutta da organizzare e adattare alla determinata situazione ambientale, venutasi a creare, va data con coerenza e logica, nel distinguere il bene dal male, ma soprattutto senza inneggiare “al fare pulizia e purificare”. Ostacolare, moderare l’impatto della violenza, diventa essenziale, per resistere ai soprusi e all’ostilità celata o manifesta, senza arrivare a una cancellazione violenta della Palestina, quale “non-luogo occupato”.


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