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Della violenza che non è mai per caso

Può bastare una domanda innocente, per ritrovarsi, nel tentativo di voler mettere pace, circondanti e coinvolti in una rissa, con dei professionisti della violenza e rimetterci la propria vita?
di Massimo Stefano Russo - venerdì 11 settembre 2020 - 528 letture

Corpulenti, dai tatuaggi sgargianti, si aggirano, insensatamente per le periferie e amano la rissa, il “fare a botte”. Picchiare, per loro è un gioco gioioso, e farsi valere, imporsi a suon di botte, un biglietto da visita che ne contrassegna e firma tutto il malessere che li genera. Come definirli: loschi figuri? Sono i nuovi predatori, che vogliono dettare la loro legge di insulsa sopraffazione, in territori inariditi e desertificati, ridotti a discarica, dove da parassiti malvagi e maligni, contribuiscono a negare la bellezza e la gioia del vivere quotidiano.

Non sono i soliti attaccabrighe, ma degli individui molto pericolosi “attivamente violenti”, quando non violenti in modo competente. Attratti dalla violenza a cui si addestrano da dilettanti, sono i nuovi “bravi” professionisti, a cui c’è chi si rivolge per recuperare i crediti, di fatto ri-conosciuti come i cattivi da evitare in tutti i modi e che è bene non incontrare, standoci alla larga, perché a inciamparvi, si rischia grosso, anche la stessa vita.

Quando la violenza è gratuita, diventa l’anticamera dell’inferno, se è fatta di intimidazioni, minacce e pestaggi fa ancor di più orrore.

Schiacciare l’altro e lasciarlo disteso per terra, approfittando della superiorità fisica e numerica è un insulto alla propria e altrui vita.

Si può essere assassini per caso e ci si deve chiedere il perché lo si è diventati; ma soprattutto non si può rischiare di ritrovarsi vittime innocenti per caso. La casualità non assolve il carnefice e per la vittima la formula “trovarsi al posto sbagliato, al momento sbagliato” risulta solo fatalmente “consolatoria”.

Ci si appella alla dichiarazione “futili motivi” e dietro di essa ci si può anche nascondere, per potersi in qualche modo salvare e non assumersi le proprie responsabilità. Quando si ricorre alla violenza bisogna tenere conto, consapevoli del proprio agire, che a ogni azione corrisponde una reazione ed essere capaci di considerare gli stessi effetti negativi che si possono mettere in atto. Dire “non volevo farlo”, quando si è fatto qualcosa di irreparabile non può essere una forma di autoassoluzione. Anche se non c’era l’intenzione di ammazzare l’altro, lo si è fatto.

Dove sta il male, cosa ci fa pena?

L’essere invasati dalla violenza.

L’“incoscienza” dell’agire è un vero e proprio fallimento, ma il condannare l’agire violento non basta. Bisogna, nel saper accettare la sfida della contemporaneità, prevenire l’affermarsi della violenza che arriva a stravolgere le vite, uccidendo. A maggior ragione se si percepisce la presenza nel territorio di soggetti che manifestano “avvisi” di un destino già segnato. Se si teme che “prima o poi”, diventeranno, saranno assassini non si può fare finta di niente e aspettare inerti e indifferenti che ciò avvenga. E’ una rimozione che rivolti al futuro non può non spaventare per i suoi molteplici effetti devastanti e ci deve preoccupare. L’indifferenza ci rende spettatori partecipi.

L’evoluzione dell’agire violento, sin da Caino ed Edipo che rimangono dei moniti e dovrebbero farci sempre riflettere sul dramma che innesca la violenza, porta a interrogarsi sull’assunzione delle responsabilità che ci riguardano.

La violenza, come risoluzione dei conflitti interpersonali, è un’arma raccolta è usata dai “disperati” e quando arriva ad affermarsi nel quotidiano, rischia di tradursi in forme di comportamenti abituali, a cui non ci si deve assuefare, né ci si può sottomettere. Una scelta insensata e inutile che può portare soltanto una catena di distruzione; di essa si può e si deve fare a meno.

Educare al rifiuto della violenza è un compito primario che passa attraverso la famiglia e le istituzioni formative che accompagnano l’individuo nella crescita personale. Si nasce aggressivi, ma si diventa violenti seguendo modelli e punti di riferimento trasmessi dagli adulti e dai sistemi sociali. Oggi, nell’essere magicamente interconnessi, molta violenza la conosciamo e ritroviamo nei social dove si nasconde sotto varie forme e si finisce persino per sceglierla come stile di vita. Sono storie tristi e terribili. Un ulteriore segno dell’oscurità della mente e della stupidità umana, nello straniamento dei valori e dei punti di riferimento che degradano l’essere umano e lo rendono intollerante, infastidito persino dal colore della pelle altrui.

Quando c’è violenza c’è il vuoto, il buio che annulla e nell’afferrare, atterra e sconvolge l’esistenza, lasciandoci in uno stato di shock, in un vero e proprio marasma. E’ nella violenza assurda, in una scarica di calci e pugni, che ci si perde, stupiti, confusi e increduli.

Come fronteggiare quanti si presentano rissosi e bellicosi in tutta la loro violenza? Se la violenza avvelena l’atto primario e basilare di educare alla gentilezza e al coraggio diventa importante e fondamentale, per arginare e contrastare la violenza e far emergere quegli antidoti che consentono di rinnegarla.

Proteggerci dalla violenza, di cui ci dobbiamo sempre preoccupare, è possibile e necessario ed è il compito che spetta alla società civile assicurando la sicurezza ai cittadini, nell’esercizio e nel rispetto delle leggi su cui si fonda il potere e l’autorità statale riconosciuta in quanto tale.

La pratica della violenza pone diversi problemi chiave, tenendo conto che quando c’è violenza questa ha sempre delle conseguenze e nel voler affermare il proprio potere, è difficile rimettere insieme i pezzi e tornare alla normalità.

Guardare in faccia la violenza ingiustificata e gratuita significa tuffare lo sguardo su un abisso, trovando in sé la forza e la capacità di ritrarsi e allontanasi per non essere sopraffatti e devastati dall’orrore. Se pensiamo alla violenza dobbiamo tenere conto che la sua origine pulsante va contenuta e trattenuta. Nei bambini c’è una violenza “originaria” che gradualmente viene meno con il crescere e la maggiore socializzazione e i bambini anche quando violenti non lo sono mai in modo competente.

Può bastare una domanda innocente, per ritrovarsi, nel tentativo di voler mettere pace, circondanti e coinvolti in una rissa, con dei professionisti della violenza e rimetterci la propria vita?



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