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Della guerra permanente per garantire la pace

Una guerra permanente presente oltre che come strategia geopolitica anche in quanto sistema economico.

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 4 marzo 2026 - 482 letture

L’espressione “guerra permanente per garantire la pace” che sembra, a prima vista, una contraddizione o meglio ossimoro, ricorre come una formula, nell’attraversare la modernità politica. Oggi si idealizza sempre più la possibilità di assicurare la stabilità politico-territoriale solo attraverso la minaccia costante o l’esercizio continuativo della forza. Una pace intesa come il risultato di un equilibrio armato, effetto collaterale della deterrenza. Nella tradizione filosofica europea, la pace la si è pensata sia come ideale normativo che esito realistico di rapporti di forza. Se l’idea di una “pace perpetua” (Kant) ha rappresentato un orizzonte regolativo, fondato sul diritto internazionale e la cooperazione tra Stati, la storia contemporanea mostra una diversa traiettoria.

La sicurezza viene garantita attraverso alleanze militari, spese per la difesa, tecnologie belliche avanzate, interventi preventivi. La logica della deterrenza, sviluppata soprattutto nel secondo dopoguerra, si fonda su un presupposto paradossale: la minaccia nucleare credibile della distruzione reciproca impedisce il conflitto diretto. La guerra senza scomparire viene sospesa in una condizione di latenza permanente. In questa prospettiva, la pace che non è più assenza di guerra diventa la sua gestione strategica. Finite le grandi guerre mondiali, la dimensione bellica, senza cessare, si trasforma. Conflitti regionali, guerre asimmetriche, operazioni di “stabilizzazione”, interventi umanitari armati: la guerra assume così forme diffuse, spesso a bassa intensità, ma ad alta persistenza. Si afferma una condizione di conflittualità continua, dove lo stato di emergenza tende a normalizzarsi. Le politiche di sicurezza penetrano nella vita civile, le tecnologie militari si ibridano con quelle di sorveglianza, la distinzione tra fronte e retrovia si assottiglia. La guerra, sempre meno evento eccezionale, diventa infrastruttura latente dell’ordine globale.

Una guerra permanente presente oltre che come strategia geopolitica anche in quanto sistema economico. Le industrie della difesa, la ricerca tecnologica, le reti di approvvigionamento e le alleanze strategiche costituiscono di fatto un settore strutturale delle economie contemporanee. La sicurezza diventa mercato, la minaccia investimento. Uno scenario dove la pace rischia di doversi subordinare alla sostenibilità del sistema che produce sicurezza. Una dipendenza strutturale da logiche di competizione e deterrenza. La guerra permanente opera anche sul piano simbolico. La costruzione del nemico, l’amplificare la minaccia, la retorica dell’emergenza alimentano il consenso politico e la coesione interna. Il promettere la protezione giustifica le restrizioni, le spese straordinarie, gli ampliamenti dei poteri esecutivi. In questo quadro, la pace non coincide più con la fine della paura, ma con la sua amministrazione. Il cittadino è chiamato ad accettare uno stato di vigilanza continua in cambio della promessa di stabilità. La sicurezza diventa valore primario, spesso a scapito di altre dimensioni della libertà.

La guerra permanente si presenta come condizione necessaria per evitare conflitti maggiori. Ciò comporta rischi sistemici di escalation involontarie, alimentati dalla corsa agli armamenti e dalla polarizzazione internazionale. L’equilibrio, fondato sulla minaccia, è intrinsecamente instabile; i calcoli razionali possono essere compromessi da errori, incidenti, mutamenti politici. La pace armata è una tregua strutturata, che ammette l’assenza della riconciliazione. Si mantiene aperta la possibilità del conflitto, se ne rinvia l’esplosione, senza eliminare le cause profonde: disuguaglianze, competizione per risorse, rivalità ideologiche. Interrogarsi sulla guerra permanente significa chiedersi quale idea di pace si intenda perseguire. Una pace negativa, intesa come semplice assenza di scontro diretto? O una pace positiva, fondata sulla cooperazione, la giustizia e istituzioni sovranazionali efficaci? Ridurre la pace alla gestione militare della sicurezza rischia che la guerra diventi condizione permanente, con la pace che smette di essere progetto politico, ridotta a stato di equilibrio precario. La guerra permanente, per garantire la pace, rappresenta uno dei paradossi centrali della modernità, nella convinzione che la stabilità si fondi sulla minaccia costante. Comprenderne le implicazioni significa riconoscere che la pace più che esclusivo prodotto della forza richiede trasformazioni istituzionali, economiche e culturali profonde.

Per saperne di più
 N. Bobbio, Lezioni sulla pace e sulla guerra, Laterza, Roma-Bari, 2024.
 C. v. Clausewitz, Della guerra, Rizzoli, Milano 2013.
 T. Greco, Critica della ragione bellica, Laterza, Roma-Bari 2025.
 F. D’Arrigo, Comprendere la guerra ibrida, Mazzanti Libri, Milano, 2024.
 M. Kaldor, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci, Milano, 2001.
 I. Kant, Per la pace perpetua, Garzanti, Milano, 2024.
 M. Walzer, Guerra e pace nella teoria politica, Il Mulino, Bologna 2006.


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