Della generazione Palestina: tra attivismo e partecipazione
Parlare di “weekend lungo”, come talvolta è stato fatto in sede governativa, denota oltre che mancanza di rispetto, anche la volontà di ridicolizzare e delegittimare le posizioni antagoniste.
Uno spettro si aggira per il mondo intero: lo spettro della generazione Palestina. Inizio queste riflessioni parafrasando un celebre incipit, per offrire un contributo e cercare di comprendere le manifestazioni recenti e il movimento dei giovani palestinesi, alla luce della mia esperienza politica e professionale.
Una moltitudine stratificata, composta da giovani e “giovani-adulti”, decine di migliaia di persone (si stima tra 250.000 e 1.000.000), si è messa in movimento e ha attraversato le strade e le piazze. Lo spunto partito da una avanguardia, una flottiglia che ha solcato le acque del Mediterraneo — quel mare Nostrum carico di storia e memoria — con l’intento di portare soccorso e invocare la pace. La Global Sumud Flotilla, operazione umanitaria internazionale, ha scosso le coscienze globali. In Italia, tuttavia, si è tentato di ridurla a un evento improvvido, di contrapporla al fronte governativo e di strumentalizzarla per manipolare l’opinione pubblica. Tale atteggiamento conferma come l’hybris, l’arroganza di chi governa, nel dichiarare di stare dalla parte dell’ordine e della sicurezza, si traduca spesso nel voler “accontentare” convenienze comuni, orientando così l’opinione pubblica per consolidare il consenso acquisito. Ma cosa significa oggi essere attivisti o antagonisti? Qual è il senso dell’agire di chi si definisce tale?
Il richiamo della politica si staglia sullo sfondo di un mondo inquieto e decadente, svuotato di ideali. Le manifestazioni recenti esprimono il ritorno della partecipazione di massa in prima persona, dal basso e dal vivo.
Avanza una generazione a lungo imprigionata nella routine digitale: soggiogata dalle comunicazioni elettroniche che pur estendendo i rapporti interpersonali, hanno reso la politica spesso astratta e lontana. Le nuove tecnologie, pur avvicinando il mondo, hanno creato distanze politiche incolmabili anche con i vicini più prossimi. Si è venuta così a delineare una generazione cresciuta tra schermi riflettenti, in un tempo intimo e claustrofobico, connessa con amici, conoscenti, familiari e soggetti più o meno noti in ogni parte della Terra, ma spesso assente e indifferente. Cosa esprime oggi questo ritrovarsi generazionale? Ci si vuole liberare dagli schemi di una politica priva di riconoscimento e affermare la propria voce.
Dopo anni di assenza della politica l’universo giovanile manifesta oggi la volontà di esprimere dissenso, introdurre nuovi assetti e offrire un’immagine di partecipazione attiva che possa fare la differenza. Una politica da condividere, contagiosa nella capacità di ispirare altre azioni. In tempi di incertezza e angoscia, il coraggio della speranza resta la forza motrice dei giovani. È in momenti di crisi che occorre accendere reazioni, promuovere iniziative concrete e contribuire alla nascita della speranza. Essere partecipi oggi più che mai significa sperare che le proprie azioni portino a qualcosa di positivo.
Invocare la pace o costruirla?
Per costruire la pace bisogna invocarla, richiamarla nel silenzio della preghiera per i credenti e rilanciarla a voce alta, affinché venga ascoltata e sia percepita. Ma soprattutto la pace va fatta, costruendola giorno per giorno, nel voler essere in primo luogo in pace con se stessi e stare in pace con gli altri. Nei giorni recenti, le decine di migliaia di giovani che hanno animato le strade italiane per sostenere la libertà e i diritti della Palestina, hanno voluto affermare uno spirito pacifico.
Una presa di coscienza che ha coinvolto direttamente generazioni a lungo considerate invisibili. Il manifestare diventa così un atto concreto di partecipazione e presenza, un’espressione vitale di politica attiva a favore della democrazia e delle istituzioni. Il richiamo allo sciopero, nel qualificarsi come assunzione di responsabilità con implicazioni economico-lavorative che vedono i lavoratori, con l’aderire allo sciopero, rinunciare alla propria retribuzione in quel giorno, dovrebbe bastare a sottolineare l’importanza inequivocabile del gesto.
Parlare di “weekend lungo”, come talvolta è stato fatto in sede governativa, denota oltre che mancanza di rispetto, anche la volontà di ridicolizzare e delegittimare le posizioni antagoniste. Una miopia politica che senza argomenti validi si affida alle opinioni mediatiche e alla compiacenza di giornalisti amici che genera conflitti di parte e poco e niente ha a che fare col dichiarare di voler costruire la pace.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -