Della cultura di destra tra amicioni, molliccioni e devoti spingitori
Appunti ironici sulle vicende culturali del Ministero della Cultura nel governo Meloni.
Nel lessico politico italiano esistono parole che sembrano provenire più dalla commedia all’italiana che dalla teoria dello Stato. “Amicioni”, “cerchi magici”, “cerimonieri”, “custodi dell’identità” “guardiani della tradizione”, “molliccioni”, e ultimi tra i primi fedelissimi “devoti spingitori”, un vocabolario che racconta più di quanto vorrebbe nascondere.
La vicenda recente della cultura italiana e delle dinamiche gravitanti attorno al Ministero della Cultura del governo guidato dall’italianissima presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sembra spesso oscillare fra il melodramma amministrativo, la saga condominiale e il romanzo di formazione di una destra finalmente arrivata nelle stanze del potere culturale dopo decenni trascorsi a lamentare egemonie altrui. Di fatto il grottesco al potere.
La questione centrale, riguarda più del chi governa la cultura come viene immaginata la cultura stessa. Per anni una parte consistente della destra italiana ha costruito la propria identità pubblica denunciando l’“egemonia culturale della sinistra”, evocando il fantasma di Antonio Gramsci come una sorta di stratega immortale ancora nascosto tra biblioteche universitarie, teatri pubblici e festival letterari di provincia. Una volta arrivata al governo, però, la destra culturale si è trovata davanti a una domanda più complicata: cosa fare concretamente del potere culturale?
È qui che iniziano gli “amicioni”. Gli amicioni sono figure essenziali dell’ecosistema culturale italiano. Non necessariamente leggono molto, talvolta nemmeno poco, ma conoscono le persone giuste. Gli amicioni popolano consigli di amministrazione, inaugurazioni, salotti televisivi, premi letterari, giurie, fondazioni e convegni sulla “rinascita identitaria”. Possiedono un talento particolare: riuscire a trovarsi sempre nei pressi del ministro giusto al momento giusto.
L’amicione non è necessariamente un ideologo. Spesso è un sopravvissuto professionale della Repubblica delle relazioni personali. Prima gravitava attorno a governi tecnici, poi attorno ai governi moderati, quindi attorno ai governi populisti, e infine attorno ai governi sovranisti. Cambia lessico con ammirevole elasticità. Se ieri parlava di resilienza, oggi parla di radici; se ieri organizzava festival europeisti, oggi organizza seminari sulla civiltà occidentale minacciata; se ieri Zygmunt Bauman", oggi scopre improvvisamente Julius Evola", spesso senza leggere né l’uno né l’altro.
Accanto agli amicioni troviamo i “molliccioni”, categoria sociologica di straordinario interesse. Il molliccione è il funzionario culturale che per anni ha esercitato un prudentissimo galleggiamento dentro qualunque equilibrio politico. Non si espone mai veramente, ma si adatta lentamente a ogni nuovo clima. È morbido, flessibile, prudentemente ambiguo. Non combatte battaglie ideologiche: sopravvive.
Il molliccione riconosce immediatamente il mutamento atmosferico del potere. Se percepisce che il nuovo orizzonte culturale richiede patriottismo, inizia a parlare di patria. Se intuisce che il vento gira verso la tradizione, diventa improvvisamente esperto di spiritualità mediterranea. Se occorre citare identità, radici o civiltà, il molliccione produce rapidamente prefazioni, articoli, panel e tavole rotonde sul tema.
Il problema è che la cultura amministrata attraverso amicioni e molliccioni tende inevitabilmente a trasformarsi in una gigantesca coreografia relazionale. Le idee passano in secondo piano; ciò che conta è la prossimità simbolica al centro del potere. Così il dibattito culturale si riduce spesso a un sistema di cooptazioni, fedeltà, inviti reciproci e investiture informali.
In questo contesto emergono poi i “devoti spingitori”, forse la figura più affascinante dell’intera fauna ministeriale. Lo spingitore non crea realmente cultura: la promuove incessantemente. Spinge libri che nessuno legge, eventi che nessuno ricorda, manifesti identitari che nessuno ha il coraggio di criticare apertamente per timore di essere escluso dal prossimo convegno. Lo spingitore vive in uno stato permanente di entusiasmo istituzionale. Ogni nomina è storica. Ogni festival è decisivo. Ogni riforma è epocale. Ogni convegno rappresenta “una svolta per la cultura italiana”. Lo spingitore possiede inoltre una qualità preziosa: l’invulnerabilità al ridicolo. Negli ultimi anni la destra culturale italiana ha cercato di costruire un proprio immaginario alternativo.
L’operazione, però, si è spesso scontrata con una difficoltà strutturale: non basta denunciare l’egemonia culturale altrui per costruirne una propria. Governare istituzioni culturali richiede competenze, visione, capacità di lungo periodo, progettualità editoriale, sostegno alla ricerca, politiche pubbliche coerenti e soprattutto produzione reale di pensiero. Qui emerge una contraddizione interessante. Una parte della destra italiana ha storicamente diffidato degli intellettuali professionali, accusati di cosmopolitismo, astrattezza o snobismo. Tuttavia, una volta conquistato il potere culturale, ha improvvisamente sentito il bisogno di costruire una propria classe intellettuale di riferimento.
Nascono così improvvisi sacerdoti della tradizione, esegeti dell’identità nazionale, studiosi dell’Occidente assediato, conferenzieri permanenti della civiltà italiana. Il risultato appare talvolta involontariamente comico. Da un lato si denuncia il vecchio establishment culturale; dall’altro si tenta rapidamente di costruirne uno nuovo con dinamiche sorprendentemente simili. Cambiano le reti di fedeltà, ma non sempre le pratiche profonde del sistema. La vera questione, tuttavia, riguarda il rapporto tra cultura e potere.
La cultura italiana ha sempre avuto una tendenza quasi feudale: corti, cerchi, salotti, protettori, scuole, appartenenze. Il Ministero della Cultura finisce spesso per diventare il centro simbolico di una distribuzione di riconoscimenti, visibilità e legittimazioni. In questo scenario, l’ironia nasce quasi spontaneamente.
Per anni si era immaginata una destra culturale austera, severa, disciplinata, pronta a restaurare ordine e profondità intellettuale. Ci si è trovati invece davanti a un mondo molto italiano: rivalità personali, guerre di corridoio, dichiarazioni enfatiche, piccoli scandali, festival identitari, nomine contestate, fedeltà mutevoli e improvvisi patrioti dell’ultima ora. La cultura istituzionale italiana continua così a oscillare fra aspirazioni epocali e provincialismo relazionale.
Ogni nuovo gruppo dirigente promette rivoluzioni simboliche, ma finisce spesso risucchiato dalla macchina delle relazioni personali, delle appartenenze e delle reti di influenza. Il punto forse più ironico dell’intera vicenda è che la destra culturale, una volta giunta al potere, ha scoperto quanto sia difficile amministrare davvero il mondo della cultura senza riprodurre esattamente quelle dinamiche che per anni aveva denunciato negli avversari. L’egemonia culturale, infatti, non si conquista semplicemente occupando poltrone o moltiplicando conferenze sulla civiltà occidentale.
Richiede tempo, opere, istituzioni solide, pensiero critico e capacità di produrre immaginario. Nel frattempo, però, gli amicioni prosperano, i molliccioni si adattano e i devoti spingitori continuano instancabilmente il proprio lavoro di promozione liturgica del presente. E forse è proprio questa la più autentica tradizione culturale italiana: non la rivoluzione delle idee, ma l’eterna sopravvivenza delle compagnie di giro del potere.
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