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Dell’arroganza e della banalità del dire. Cosa fanno i filosofi oggi?

La saccenza non si addice ai veri saggi. Fare affermazioni sconclusionate passando e magari spacciandosi per esperti in materia, è insensato e disorienta...

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 20 ottobre 2021 - 827 letture

Come venire fuori dalla pandemia? Che fare? Come liberarsene? Non esistono soluzioni semplici, né sul piano scientifico, né sul piano teorico, né su quello politico. Chissà cosa direbbe/farebbe la servetta di Tracia che ebbe a ridere di Talete, nel ritrovarsi a sentire Agamben e i suoi sodali, a proposito della pandemia, di COVID-19 e del green pass? Su ciò che non conosciamo e sappiamo non è meglio tacere?

La saccenza non si addice ai veri saggi. Fare affermazioni sconclusionate passando e magari spacciandosi per esperti in materia, è insensato e disorienta. Si danneggia gli altri e se stessi. Perché c’è chi dall’alto del proprio professare accademica sapienza, nello sviluppare ricerca e conoscenza, si avventura in campi disciplinari che non gli appartengono e ignorandoli, li tratta con arrogante diritto di parola e sapere esclusivo? Forse perché, in una volontà di potenza del pensiero che non conosce limiti, ci si sente accreditati dagli esami sostenuti e superati, dai premi ricevuti e da quanto meritoriamente detto e fatto in passato. Il ruolo che si esercita spesso esalta e ancor di più l’aver ottenuto riconoscimenti e meriti, presentati come un indiscutibile lasciapassare. Ciò giustifica il poter dire tutto quello che passa per la mente, senza accettare la possibilità di essere messi in discussione e criticati? A chi usa il buon senso soprattutto se soprattutto se non titolato spesso si nega la voce in capitolo, lo si addita come banale e arrogante. C’è un pensiero inquinato che bolla chi è in disaccordo e nel diventare di per sé tossico e velenoso, contamina e danneggia l’onestà intellettuale, annienta e disumanizza la ragione. Occorre una riflessione diversa, con parole analitiche oggettive, meno ambigue e più attente a sorvegliare le pulsioni. È l’utilizzo della logica argomentativa che cerca di comprendere chi la pensa diversamente a fare la differenza. La retorica di antica memoria “nel raccontarla meglio”, articola le parole tra varie sfumature e gradazioni suggestive, pretende di sconfiggere chi la pensa diversamente, spesso mancando di rispetto all’altrui pensiero.

I vaccini, alla luce dei dati, si stanno dimostrando uno strumento di rilevante importanza, nella strategia di contrasto alla pandemia. E c’è chi si ostina a negare questa realtà e innesca dei pericolosi cortocircuiti mentali e reali. A lanciare strali e frecciate è una minoranza di irriducibili che non vuol sentire ragione e si appella alla libertà di pensiero, di mobilità e protesta: un diritto che nessuno vuol loro negare. Stupisce il veder concionare la folla e rilasciare dichiarazioni e interviste con affermazioni senza capo né coda, anche esponenti importanti delle istituzioni, a vario titolo e livello.

Intellettuali e scienziati di chiara fama si ritrovano in “ospitate” televisive a dialogare con azzeccagarbugli e ricercatori che si dichiarano indipendenti e ancor prima liberi. Spesso ci si trova di fronte a un sapere acquisito per sentito dire, chiacchierando del più e del meno e stravolgendo la complessità della realtà. Resi incapaci persino di ascoltare, questi chiacchieroni, quando mancano loro le parole se ne escono fuori, si esprimono, con risolini supponenti che, tradiscono il disprezzo per ciò che li circonda, un esempio di come si rapportano alla realtà, agli altri, nel voler dire e sapere di tutto e di più. Si sottrae la competenza, avocata a sé con connessioni ardite, frutto di artifizi e abilità linguistiche. Chissà come si comporterebbero se fossero ai posti di comando … nello sbandierare oggi libertà e democrazia, domani agirebbero per rendere invisibili e far sparire chi non è d’accordo con loro? Stiamo ben attenti a chi teorizza la dialettica per affermare il proprio pensiero unico.

Si può invocare la legge e richiedere l’obbligatorietà di atti, per potersi poi scatenare contro di essi, ricorrendo a ogni cavillo immaginabile e sfruttando tutti gli spazi possibili per opporsi alla loro applicazione?

Ci si avventura in campi un tempo tradizionalmente inviolabili, una volta riservati agli addetti ai lavori, che riconosciuti esperti, erano considerati sacri, mentre oggi possono essere tranquillamente profanati, bullizzati con pretese che hanno dell’incredibile. Le balle più colossali a forza di ripeterle diventano vere. Si dimentica l’onestà intellettuale e l’essere professionalmente preparati, combattivi e coraggiosi nel dover ricercare e affermare la verità, con lo studio operoso, aperti alla conoscenza dialogante. A crescere di intensità, con l’obiettivo di indicare nello Stato un organismo deviato da far apparire tale, con il clima che peggiora, sono le reazioni ostili che avvelenano, mentre c’è anche chi furbescamente si accoda, convinto di poterne trarre vantaggio. Delegittimare la scienza e la conoscenza scientifica mette a rischio la democrazia. Lo testimonia la storia. Chi nega o distorce la verità vuol cancellare o ignorare i fatti, vuol svuotarli di significato, stravolgendoli, capace di negare l’emergere dei numerosi e oggettivi riscontri. A pagare le conseguenze della pandemia sono gli individui deboli, i fragili che facilmente soccombono, in primo luogo economicamente.

I complottasti, dal canto loro, intorbidano le acque con sapiente regia e c’è chi in ruoli attivi e rilevanti, convinto di appartenere a un’entità speciale, non perde occasione per richiamarsi al popolo.

Quali obiettivi si vogliono conseguire nello screditare ricerche svolte con scrupolo e rigore scientifico?

Gli appelli servono ad accreditare ma anche a screditare, la differenza la fanno i contenuti, le firme raccolte e richieste come condivisione sottoscritta. Possiamo rischiare di perdere i consistenti benefici frutto di scelte responsabili nel contrastare la pandemia dando seguito concretamente riconoscenti all’applicazione della legge?

Perché si è restii al vaccino, e c’è chi in un misto di ansia e paura, ricerca garanzie illusorie e spaccia l’ignoranza per verità?

Per i negazionisti complottisti, un’incisiva minoranza obbediente e fedele ai valori espressi gerarchicamente all’interno del proprio gruppo di riferimento, tutto il bene viene da loro, mentre il male assoluto è dato da quanti vogliono metterne in discussione i valori interni in cui essi si riconoscono. Hanno come riferimento modelli distorti che vogliono proporre come alternativi. Stiamo ben attenti e non lasciamoci fuorviare.

Agamben è convinto come altri, che la reazione al COVID-19 stia dimostrando l’istinto tirannico insito nei governi liberali. Un’occasione per riesumare le misure emergenziali che ricordano tanto quelle contro il terrorismo? Molti attivisti per i diritti umani temono che sconfitto il virus, le pratiche di sorveglianza rimarranno. I controlli per il COVID-19 sono un ritorno alla guerra del terrore? Normalizzare le violazioni della privacy per fronteggiare la pandemia, distrugge la democrazia? Le libertà individuali non hanno mai un valore assoluto e vanno soppesate in relazione al bene pubblico. Tracciare i contatti ha aiutato e aiuta a contenere la diffusione del virus ed è anche grazie a ciò che le autorità sanitarie hanno potuto studiare la malattia e ridurre il tempo necessario per trovare il vaccino.

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Giorgio Agamben in una scena del film di Pier Paolo Pasolini - Il Vangelo secondo Matteo, 1963

Alla democrazia si richiede efficacia nei momenti di incertezza e paura, la capacità di inventare soluzioni e trovare strade autonome, fedeli ai principi fondamentali di libertà, autonomia e responsabilità. Nel ricorrere a misure eccezionali la distinzione fondamentale è tra le azioni temporanee e le politiche permanenti. La democrazia si distingue dalla dittatura, perché quando costretta a introdurre lo “stato di eccezione” lo fa per proteggere, non per agire impunemente. Alle politiche adottate in via eccezionale si richiede di essere visibili e in relazione alle pratiche democratiche. Il potere giudiziario, legislativo ed esecutivo è chiamato a condividere le informazioni e a trasmettere i giudizi in tempo reale. Per uscire rafforzati bisogna essere efficaci. Nello stato di emergenza ritroviamo sia i libertari che si oppongono a qualsiasi costrizione della libertà individuale che i paladini della sovranità che vogliono uno Stato più forte, di per sé non è un segno di crisi della democrazia.

Nei momenti di crisi e quando il pericolo è grave si vuole stare vicini alle persone e ai luoghi che da sempre conosciamo; si invoca la chiusura dei confini nazionali, con la casa che diventa il luogo dove si vuole assolutamente rimanere.

Chiudere i confini, il modo più tradizionale per combattere le epidemie, favorisce i nazionalisti nel gridare contro gli stranieri che distruggono le culture nazionali. Il territorio che permette di governare le persone, conferendo loro un’identità diversa da quella originaria, quale “spazio decisionale”, con la globalizzazione, ha perso di importanza. La pandemia provoca un nuovo nazionalismo e fa tornare in primo piano lo Stato-nazione. Come gestire la salute pubblica in chiave collettiva? La gente tollera le restrizioni ai propri diritti, mentre esprime intolleranza verso i governi impreparati ad agire.

La politica di distanziamento ha conferito poteri straordinari ai governi nazionali e rafforzato la presenza dei governi locali e delle identità regionali. La pandemia come il cambiamento climatico è una catastrofe globale, ma tocca ognuno in modo diverso. Vivere nello stesso mondo non vuol dire vivere in un mondo condiviso o in un mondo giusto. Il virus ha colpito società divise da vari tipi di diseguaglianze.

Coronavirus evoca paure asimmetriche, colpisce diversamente in base all’età e per questo impatta fortemente sulle dinamiche intergenerazionali. Gli anziani più vulnerabili si sentono minacciati dai giovani che vogliono mantenere le proprie abitudini, ma saranno le giovani generazioni le più colpite dagli effetti economici della pandemia.

In letteratura l’epidemia che infetta la società è metafora della perdita di libertà e dell’avvento dell’autoritarismo. Camus in La peste ne ha fatto una metafora del fascismo.

Quale l’esito geopolitico della crisi? Come spiegare l’insorgere del populismo? I partiti populisti guadagnano terreno dalla rabbia e dalla frustrazione. Se la paura porta i populisti al potere, saranno i populisti di destra a trarre il vantaggio maggiore dalla crisi? La paura è una reazione alla minaccia. Nell’ansia, non ci si comporta come quando si ha paura, il pensiero pervasivo e sfocato, è privo di un oggetto determinato, riguardante il futuro. L’ansioso è arrabbiato e i populisti ne cavalcano le ire. La crisi pandemica, che ha catturato gli Stati autoritari, ha visto la democrazia trasformare la follia in ragione e le passioni in interessi. Se le masse, con forza, hanno animato la politica democratica del Novecento oggi in molti, nel timore pandemico di essere contagiati dalla malattia mortale, hanno interiorizzato e fatto proprio il distanziamento fisico quale comportamento responsabile. La democrazia può funzionare con la gente isolata che da casa rafforza l’attivismo da tastiera banale, a scapito dei tratti distintivi della politica di piazza, mentre avanza, l’idea di una nuova sorveglianza statale pubblica?


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