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Delitto e castigo: viaggio nell’anima umana. Il capolavoro di Dostoevskij in scena al Teatro Ambasciatori di Catania

Il capolavoro di Dostoevskij in scena al Teatro Ambasciatori di Catania
di Liliana Rosano - giovedì 10 maggio 2007 - 3815 letture

Portare in scena i grandi romanzi è una scommessa assai rischiosa e ardua, perché, reggere il confronto con la grandezza di autori come Dostoevskij è quasi impossibile. Ebbene, Delitto e castigo riletto e diretto da Glauco Mauri riesce a superare le evidenti difficoltà che comporta questo confronto, senza necessariamente contaminare e rivoluzionare o voler stupire e scandalizzare a tutti i costi.

Nella riscrittura della storia, che già non è di per sé semplicemente la storia di un delitto e della sua espiazione, il regista si concentra essenzialmente sul movente psicologico del delitto del suo autore, Rodion Raskolnikov, interpretato da Roberto Sturno e sui motivi della sua necessaria espiazione, dando vita ad una narrazione organica anche se non cronologica, attraverso un meccanismo di precisione dove persino ogni silenzio è calcolato alla perfezione affinché l’arte riesca a simulare la realtà. Nel percorso fatto di monologhi, Roberto Sturno è bravissimo nell’esprimere l’evoluzione nell’animo del suo personaggio, riuscendo a variare rapidamente i toni e le forme dell’espressione, grazie anche alle numerose sfaccettature sulle quali ha insistito la lettura di Mauri.

Mentre Glauco Mauri è un perfetto Porfirij Petrovic, il giudice-ispettore, così curato in ogni dettaglio, dal tic nervoso al modo di camminare, dal gioco di sguardi alla recitazione. Egli fa acquistare al personaggio una sua vita propria, una sua identità al di là del modello del narratore russo. È questo personaggio la forza dello spettacolo, la lente attraverso la quale leggere e ricostruire l’intera vicenda. La scena algida ed essenziale di Alessandro Camera, che crea un labirinto fisico ma anche mentale, è perfettamente funzionale alla rappresentazione dei conflitti interiori del protagonista e del sottile duello psicologico tra lui e il giudice, mentre un attento gioco di luci ricostruisce poi il gioco fra realtà e immaginazione, sogno e verità.

Lo spettacolo punta l’attenzione sul grande mistero che è l’uomo, sulla progressiva presa di coscienza della propria colpa, della propria natura. Ciò che ne deriva è un costante senso di incertezza, di labilità, a proposito della giustizia, della vita, di Dio, un continuo scendere negli abissi del sottosuolo, dove bisogna affrontare i propri demoni, per raggiungere la vera vita, il senso profondo dell’esistenza, fino alla catarsi finale.


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