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Del senso della pandemia: cosa abbiamo capito?

Il tempo del coronavirus, nel limitare l’uscire di casa, ha allontanato dai quotidiani modelli di vita e generato forme nuove di solitudine.

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 23 giugno 2021 - 893 letture

La pandemia, frutto anche di molti problemi legati al passato, (l’imminenza di un evento pandemico e che si trattava solo di una questione di tempo era stata annunciata dall’Oms già nel 2017) nel mettere in luce la precarietà della condizione umana, dividerà la storia del mondo in un prima e un dopo?

Narrare la pandemia che sin dallo stato di emergenza ha determinato situazioni estreme - si pensi alla fila di mezzi dell’esercito che il 18 marzo del 2020 trasportavano salme anonime dal camposanto di Bergamo verso altre regioni - investe il vissuto in prima persona.

Quali gli effetti della pandemia sulla nostra esistenza?

Il confinamento in casa ci ha provati. Le scuole sono state chiuse. Si sono cambiate le abitudini e si sono perse relazioni di amicizia. A essere danneggiati sono stati in particolare gli anziani e i bambini.

La diffusione della pandemia che ha piegato persone e istituzioni e messo in discussione lo stesso senso della vita impone tante domande su questioni vitali e complicate, a cui non possiamo sfuggire.

Il futuro che vogliamo dipende da noi.

Dallo stato di emergenza sanitaria dichiarato il 31 gennaio 2020 l’impatto della pandemia, che abbiamo faticato a riconoscere e ammettere, è cresciuto giorno dopo giorno ed è stato terribile e devastante.

Il virus, invisibile e pervasivo, da mesi ci mette davanti a problematiche contraddizioni trasversali, riguardanti la salute, le pratiche di cura, i processi economici e le relazioni sociali, scoprendoci di fatto fragili, nell’evoluzione del nostro essere naturalmente umani.

La crisi che stiamo vivendo impone l’attenzione su problemi che richiedono interventi nell’immediato, ma si presentano di difficile soluzione. Molte le cose comunicate in modo confuso che sono risultate poco chiare, per non dire incomprensibili al senso comune. E non si tratta solo della difficoltà di tradurre la “complessità” del sapere esperto nella “semplicità” del senso comune. La politica si è dimostrata scarsamente attendibile e poco garante nell’invocare il senso di responsabilità, richiesto ai cittadini. Cosa abbiamo capito della pandemia? Abbiamo dovuto rivedere le nostre abitudini. E’ mutato il vivere a partire dalla quotidianità. Il manifestarsi del processo pandemico in tutta la sua complessità ci ha colti impreparati. L’incertezza iniziale è costata la vita ai soggetti più fragili ed esposti.

Il tempo pandemico ci ha costretto a sospendere le attività normali, per ritrovarci sospesi e sorpresi in un tempo eccezionale con la richiesta di interventi emergenziali, a cui attenersi.

Gli sforzi della ricerca, sviluppata alacremente dalla comunità scientifica, hanno permesso di produrre e rendere disponibili, in breve tempo, vaccini in grado di contenere la trasmissione della malattia e immunizzare la popolazione.

La sfida pandemica, in primo luogo sanitaria, riguarda la salute e richiede azioni condivise sul piano internazionale, nel promuovere una medicina sociale, a tutela del benessere vitale.

Ragionare intorno a Covid-19 ci permette di fare chiarezza su come si è intervenuti, per comprendere gli errori fatti.

Chi ignora la pandemia privilegia le componenti irrazionali, che richiamano insensatamente al complottismo negazionista, di ritorno.

Per trovare delle soluzioni bisogna saper guardare alla pandemia, senza essere sopraffatti dall’inquietudine che traumatizza, avvalendosi della conoscenza oggettiva che appartiene alla scienza.

Come ci si è mossi riguardo a Covid-19? Il distanziamento, l’uso delle mascherine, riconosciuti indispensabili, rimangono garanzie fondamentali per arginare la diffusione del virus. La contaminazione virale è frutto anche di azioni sbagliate, incapaci di intervenire con efficacia ed efficienza per prevenire e curare. La scoperta di Covid-19 e soprattutto degli antidoti in grado di sconfiggere la pandemia ha richiesto la messa in campo di conoscenze sperimentali da applicare, seguendo il principio di precauzione per contenere i rischi reali degli effetti collaterali, sempre presenti. Ci si affida alla scienza con pretese salvifiche, dimentichi che queste appartengono alla sfera del sacro, del mondo religioso che per salvarsi invoca il divino grazie alla preghiera. Di fronte a eventi compromettenti la salute e la vita le società tradizionali quando non si rifugiavano nel mondo magico, si appellavano alla sacralità religiosa, in nome della santità divina. Con il progredire della scienza (i vaccini ne sono il risultato) si è arrivati a una applicazione della conoscenza scientifica in campo biologico, in grado di curare e soprattutto salvare, prolungando il tempo della vita.

La pandemia, da evento eccezionale di non ritorno, apre strade nuove che si intersecano nella prassi con le applicazioni del sapere scientifico. Ci si avvale dell’umano, ma si tende ad andare oltre, a un suo superamento tecnologico, grazie all’intelligenza artificiale che rappresenta l’incognita del futuro. La valutazione, “l’occhio clinico”, appartiene alla natura umana, in riferimento all’esperienza sensoriale che intuitivamente illumina. La ragione umana è lo strumento fondamentale che possediamo per prendere decisioni corrette, ritenute valide e giuste nel presente, con lo sguardo rivolto al futuro. E’ importante comprendere le trasformazioni, i cambiamenti avviati dalla pandemia. In questa ottica la logica marcata dal neoliberismo non basta più ed è sempre meno credibile come principio e valore di arricchimento individuale e collettivo. Emerge lo sfruttamento intensivo in primo luogo degli elementi e delle componenti naturali, sfruttamento a cui non sfugge lo stesso essere umano.

La pandemia cambia il rapportarsi al lavoro, al consumo, alle interazioni e alle relazioni trasferiti anch’essi nell’ambiente delle nuove tecnologie (inteso come “infosfera”). Nei prossimi anni assisteremo a delle trasformazioni radicali sul piano formativo, nell’acquisire e trasmettere sapere e conoscenza.

Si traccia una nuova via di cui abbiamo scarsa consapevolezza.

La tecnologia ci fa comprendere la nostra fragilità e gracilità e ci rende riconoscenti in altre vesti e sotto altre forme. Il rischio è di essere espropriati dalle componenti naturali e dominati dalla logica esclusiva delle macchine.

Cosa abbiamo imparato dalla pandemia?

Cosa dobbiamo imparare dalla pandemia? Dall’esperienza della pandemia usciremo con una nuova sensibilità?

Nel tendere a dimenticare non sempre impariamo dall’esperienza.

Cosa sappiamo di Covid-19? La società tecnologica manifesta ed esprime tutta una sua fragilità.

La scienza che applicata si traduce in tecnologia innovativa avanzata, indagando e ricercando è in grado di spiegare e ci fa comprendere. L’intelligenza che opera delle differenziazioni, caratterizza il corpo, in quanto macchina estremamente complessa.

Quali cambiamenti sono avvenuti nel vivere? Nel vedere la morte minacciare il pianeta la nostra vita e il modo di guardare a essa cambia, con il rischio che la pandemia diventando un pensiero assillante, generi ansia e angoscia nel mettere paura. E’ la paura, dell’ignoto, del misterioso, dello sconosciuto che riguarda soprattutto il futuro, interroga e ricerca risposte rassicuranti.

L’isolamento che imprigiona, allontana dal mondo e incanta la voce della solitudine. E’ possibile comprendere e sconfiggere le diseguaglianze drammatiche che affliggono il pianeta?

La pandemia ha messo a dura prova i legami umani, con gli anziani che hanno sofferto più degli altri e pagato il prezzo più alto.

Emergenza e lockdown hanno danneggiato soprattutto le persone più fragili e vulnerabili, ampliando le diseguaglianze sociali.

Il tempo del coronavirus, nel limitare l’uscire di casa, ha allontanato dai quotidiani modelli di vita e generato forme nuove di solitudine. Una solitudine che ha cambiato i contenuti relazionali. Nella solitudine c’è il raccoglimento, la riflessione, il silenzio interiore. Come arginare la paura della malattia e della morte? Covid-19 ci ha rinchiuso in una solitudine dolorosa. Per settimane la solitudine è stata interna ed esterna. Come ridare senso al trascorrere lento e liquido delle ore? Come arginare le paure del contagio e della malattia mortale? L’ambiente in cui viviamo condiziona gli orizzonti di senso. Il virus rimane temibile, oscura la sua insorgenza ed evoluzione. La solitudine è un valore importante. Come ricreare una comunità accogliente? A essere modificato è il cammino del tempo interiore. La solitudine è altra cosa rispetto all’isolamento, così come il silenzio è distinto dal mutismo. Ammutoliti, senza niente da dire e senza parole, manchiamo di emozioni, i desideri da comunicare agli altri.

Le radici del silenzio sono molte e molti i modi con cui silenzio e parole si intrecciano. Il silenzio, capace di ravvivare la parola dilata le emozioni, ha tutto un suo linguaggio da ascoltare e interpretare. Coglierne gli orizzonti di senso è difficile.

Covid-19, in tutto il suo irrompere disumano e lacerante, segna un punto di rottura.

Le “verità” di Covid-19, in quanto “male assoluto,” rimettono in discussione l’essere umano e prospettano delle incognite proiettate nel futuro, in termini di prevenzione e cura del malessere.

Covid-19 è un evento eccezionale esterno, inconciliabile con l’ordine naturale delle cose, che è entrato nel nostro vissuto.

Come vivere il dolore e le pratiche di assistenza e cura? Come immaginare il nostro futuro?

Si tratta di recuperare il senso che attribuiamo al vivere quotidiano, all’amare, all’intrecciare relazioni. Se abbiamo compreso l’importanza della libertà, valore costitutivo fondamentale e che nella salute c’è il diritto al benessere, come garantire la salute, il benessere fisico, mentale e sociale e a chi fare affidamento?


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