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"Danza Araba Medievale e Danza Interpretativa della poesia araba"

Il recente saggio di Marialuisa Sales intitolato "Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba" (Ediz. I Quaderni di Danza- Akkuaria, 2006)

di danzapersiana - venerdì 28 luglio 2006 - 8117 letture

a cura di Marialuisa Sales docente di Danza Classica Persiana del CUS dell’ Università degli studi di Roma "La Sapienza"

Il recente saggio di Marialuisa Sales intitolato "Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba" (Ediz. I Quaderni di Danza- Akkuaria, 2006) raccoglie e organizza i materiali utilizzati in una serie di conferenze svoltesi in ambito universitario e divulgativo al fine di porre le basi teoriche e pratiche di quello stile di danza interpretativa della poesia araba che viene definita come "danza medioevale".

Stimolata dall’interesse per i contenuti poetici, simbolici e filosofici della poesia arabo-persiana di epoca classica, già in passato l’Autrice aveva coreografato performance di teatro-danza in cui attrici-danzatrici recitavano liriche di Rumi, Jami e Ibn al-Arabi, enfatizzando le atmosfere sospese e simboliche conferite all’azione teatrale. Nonostante l’esito soddisfacente di quelle rappresentazioni, più ci si addentrava nell’essenza di quei testi poetici, più si percepiva la necessità del superamento di un sistema che prediligeva ancora, un canale meramente verbale. Forte della conoscenza di alcuni principi del teatro-danza indiano, con questo saggio ha inteso ricostituire quell’unicità di testo poetico, musica e danza che gli autori classici avevano conosciuto ed auspicato. Non procede perciò ad un’ulteriore innovazione formale ed estetica all’interno del già vasto panorama della danza mediorientale, ma grazie all’utilizzazione del canale pre-verbale della mimica danzata, intende esaltare ciò che in arabo è chiamato dayq, "il gusto", cioè la possibilità di fruire di un’opera senza la mediazione dell’intelletto, affinchè essa si imprima profondamente nell’anima, fondendosi con le sue qualità.

Dal momento che le fonti attualmente disponibili agli studiosi non consentono di conoscere con sufficiente esattezza quali fossero le forme espressive della danza araba medioevale, l’Autrice attinge a due repertori di danza ad essa connesse e a tutt’oggi praticati: il Sama dei Sufi e la danza Kathak dell’India settentrionale, nonchè ad alcuni elementi presenti nella danza classica persiana di epoca Qajar. Così facendo, sopperisce alla scarsa disponibilità delle fonti descrittive con elementi tratti per analogia da quei repertori, integrandoli con i contenuti della vasta trattatistica musicale e filosofica araba, i cui principi generali sono applicabili ad un contesto coreutico.

Il saggio si inserisce dunque nell’ambito di una ricerca ricostruttiva e reinterpretativa ancora in fieri e lungi dall’essere completata, delineandone i fondamenti teorici e introducendo alcune applicazioni pratiche nel contesto del teatro danzato.

L’ipotesi di ricodificazione di uno stile di danza mediorientale si incentra sul periodo abbaside, compreso fra la seconda metà dell’ottavo secolo d.C. e la prima metà del tredicesimo secolo, ed è incentrato su alcuni brani significativi dei testi Kitab al-musiqi- al-kabir ("Il grande libro della musica") del filosofo al-Farabi e Muruj addhahab (Praterie d’oro) dello storico al-Masudi integrati anche da alcune riflessioni desunte dalla teoria musicale di al-Kindi. Dopo aver inquadrato questi autori nel loro contesto storico e culturale, ed aver proceduto ad una disamina sommaria delle loro opere, l’Autrice analizza in dettaglio i brani dedicati alla teoria musicale, alla classificazione degli strumenti musicali, alla mimica cadenzata e alla danza, ponendo in risalto come tratti identificativi della danza araba medievale "cortese¡" siano l’utilizzo del corpo come "strumento a percussione", l’adozione di battute dei piedi a fini percussivi sulle partiture ritmiche e l’utilizzo di moduli interpretativi mimic¡, elementi stilistici peraltro quasi completamente assenti negli stili di danza araba attualmente esistenti. La trattatistica di epoca abbaside è analizzata in quanto strumento che consente l’individuazione di principi generali di ordine teoretico-speculativo che fungono da guida per la creazione artistica. Non si tratta quindi di mera osservazione empirica di dati "esteriori¡" o dell’appropriazione di elementi "popolari" e tecnici¡, ma di una teoresi speculativa che deduce principi archetipici dalla trattatistica musicale medievale e li applicati alla coreusi. Qualora i riferimenti siano mancanti, troppo generici o parziali, l’Autrice colma questa carenza guardando non a Occidente ma oltre il Medio Oriente. Ritiene infatti che, ad Oriente del mondo arabo, l’apprendimento e la pratica della danza, pur conservando il loro valore estetico-espressivo, assumano una forte connotazione pedagogica, in quanto - almeno a livello di principio - rimandano a contenuti simbolici assimilabili a prescindere dalla loro formulazione verbale.

In tal senso assurge a particolare importanza l’integrazione tra danza, musica e testo poetico, che non solo costituisce una parte consistente dell’indagine, ma si richiama a quella simbiosi che era profondamente sentita dagli scrittori, dai compositori e dai poeti arabo-persiani di epoca classica, ma che la coreusi mediorientale attuale sembra aver completamente dimenticato.

Concludendo lo studio delle fonti, l’Autrice passa ad elencare le caratteristiche salienti della danza araba medievale, vale a dire l’utilizzo dei piedi a fini percussivi sulle partiture ritmiche con la varietà dei colpi effettuati con tutto il piede, col solo tallone, o col solo avampiede, l’adozione di bacchette, cimbali, riqq e daire che accompagnano i movimenti della danza, l’ampliamento della gamma di tipologia di percussioni utilizzate come base ritmica, l’esecuzione di giri "con i piedi ben piantati per terra" (secondo proprio la descrizione di al-Masudi) ed eseguiti in senso antiorario, la limitata rilevanza espressiva dei movimenti del bacino a favore di un ruolo prevalente dei movimenti della periferia corporea, la strutturazione di un repertorio ove brani di danza pura si alternano a quelli di danza interpretativa, l’adozione di brani poetici musicati con testi di poesie sufi e di tradizione persiana, l’utilizzo di una gestualità codificata, la presenza di una mimica interpretativa del volto e il ricorso principi ispiratori della tecnica interpretativa mutuati dalle corrispondenze cosmologiche proprie alla teoria musicale dell’epoca.

La parte successiva del libro è invece dedicata all’ipotesi di ricodificazione della danza araba medievale, ed elenca una serie di elementi ricostruttivi di tipo pre-espressivo (le posizioni di base), l’utilizzo della sonorità corporea, l’adozione del volteggio e della gestualità codificata, abbozzando una teoria dell’azione espressiva desunta dalla trattatistica musicale del periodo di riferimento. All’analisi delle posizioni di base e delle pose segue l’esposizione della teoria del corpo in quanto "strumento a percussione", delle applicazioni coreutiche del modulo quadripartito, del ruolo attribuito al volteggio e alla "danza di mani". "Se eseguita con il dovuto livello di concentrazione " scrive l’Autrice nel concludere il saggio " la danza interpretativa di un testo poetico della tradizione arabo-persiana è in grado di condurci in quel mondo archetipico e primordiale in cui ciascun elemento è immediatamente sperimentato in ragione delle sue molteplici valenze simboliche. Tale danza, lungi dal ricercare il bel gesto fine a se stesso, mira a nutrire simultaneamente tutti gli aspetti dell’individuo, il corporeo, l’emozionale e l’intellettuale, non essendo motivata da fini di spettacolarità o da formalismi estetici. Profondamente legata alla mistica d’Amore come intesa dalla tradizione Sufi, essa ha come suoi temi dominanti l’identificazione e la differenziazione fra l’elemento umano e quello divino, rispettivamente manifestate come Amore d¡ Unione e Amore di Separazione. Le passioni, i sentimenti e gli stati emozionali interpretati dalla danza in tanto acquistano rilievo, in quanto valgono come espressioni parziali, contingenti ed istantanee della perenne dialettica fra Unione e Separazione, cioè dell’eterno gioco d’Amore in cui l’Amato si svela incessantemente all’amante terreno e al contempo gli si nasconde.

Il saggio si conclude con la traduzione dei testi di Ibn al-Arabi, Rumi ed al-Jaza¡ri, interpretati nelle composizioni danzate e con una bibliografia relativa alle fonti accessibili in italiano.


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