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Daniela Mancini & Tommaso Marani “Il Congiuntivo” (Youcanprint)

Il congiuntivo questo sconosciuto
di Emanuele G. - lunedì 9 febbraio 2015 - 2307 letture

E’ indubbio che la lingua italiana nel suo complesso si sia inaridita sia sul versante delle regole che della varietà lessicale. Le ragioni sono molteplici ad iniziare dalla crisi dei modelli educativi della scuola per finire all’avvento di forme di socializzazione telematica. Naturalmente questa non è la sede per avanzare alcune riflessioni in merito. Infatti, obiettivo del presente articolo è presentarvi un interessante libro pubblicato dalla Youcanprint.

Il libro in questione si occupa del congiuntivo una delle vittime più illustri di questo inaridimento della lingua italiana oramai in atto da svariati decenni. Un libro davvero prezioso poiché ci fa riflettere sulla storica varietà della nostra lingua. Varietà – come già detto poc’anzi – in avanzato stato di inaridimento. Il congiuntivo è per sua stessa natura il modo simbolo della lingua italiana perché è un modo capace di rendere in maniera meravigliosa le sottilità espressive e lessicali della lingua di Dante e Petrarca.

Gli autori, Daniela Mancini e Tommaso Marani, hanno un grosso merito. Esser riusciti a raccontare un tema così importante della grammatica italiana con un linguaggio essenziale e diretto. Cosa non facile in quanto le regole collegate a un uso approfondito e ragionato del congiuntivo sono molteplici e di non immediata comprensione. Fra l’altro alternando la spiegazione delle regole con alcune felici idee didattiche permettono a noi lettori di entrare subito in sintonia con l’oggetto del libro.

Si inizia con una veloce introduzione che da l’orientamento generale dell’opera. Seguita da un’esilarante presentazione del congiuntivo ad opera di Roberto Tartaglione. A pagina quattordici comincia il libro vero e proprio con un’organizzazione precisa e definita dei vari capitoli. Da pagina quattordici a pagina diciotto si presenta la coniugazione dei vari tempi che compongono il congiuntivo. Poi si da il via a tutta una serie di capitoli che vengono strutturati, essenzialmente, in due parti: la parte afferente le regole e la parte riguardante gli esercizi da fare. Il libro si occupa dei seguenti argomenti: concordanza dei tempi, verbi di volontà-aspettativa-dubbio-sentimento-controllo, espressioni impersonali, verbi di opinione, frasi interrogative dirette, frasi interrogative indirette, frasi finali e concessive, frasi esclusive-eccettuative-temporali-comparative-limitative-consecutive, frasi relative, il periodo ipotetico e il congiuntivo in frasi indipendenti. Termina l’opera con la soluzione agli esercizi proposti ed un prezioso indice analitico.

Da quanto si può notare si capisce dell’importanza fondamentale del congiuntivo nella nostra lingua. Esso da una profondità e brillantezza senza pari ad essa. Riesce a modulare i nostri stati d’animo e i collegamenti fra le nostre azioni nel presente con quelle in altri tempi. In breve, il congiuntivo è l’aspetto saliente della lingua italiana. Ed andrebbe tutelato. Ma la scuola italiana ci pensa a questo? Ho i miei dubbi visto che oramai la didattica va avanti a flash e mozzichi.

Appendice:

Buongiorno. Io sono il Congiuntivo.

Avete tanto parlato di me che mi fischiavano i tempi composti.

Capisco: non c’è argomento che attizzi l’italico amor patrio quanto il mio uso e il mio disuso: ho visto di tutto in questi giorni sulla mailing-list, dal bieco campanilismo (che ne sanno i non-toscani?), al luogo comune più becero (difendiamolo ’sto povero congiuntivo!), dal professorame rosso-blu ( è giusto invece è sbagliato: e chi non è d’accordo è un bastardo) al purismo più vergineo (chi parla bene usa congiuntivi a chili e a quintali!). Per non parlare della vergogna di chi mi sbaglia (vorrei che venga!) e poi dell’orgasmo multiplo di chi mi corregge, autogodendosi.

Vi ringrazio tutti per tanto interesse, ma vi confesso che sono un po’ deluso: tutti a parlare di me e nessuno che cerchi di dire chi sono. Mi trattate come un oggetto! Invece io ho un’anima, sono vivo, vivissimo, e soffro nel vedere che di me in fondo non gliene importa niente a nessuno. Nessuno, ma proprio nessuno si chiede mai chi sono, perché esisto, da dove vengo e dove sto andando.

Non posso proprio accettarlo ed è per questo che ho deciso di intervenire in prima persona e di parlare un po’ di me.

Tanti anni fa ero giovane, molto indipendente, pieno di energia (e decisamente a modo): quante cose riuscivo a fare, tutto da solo! Si parlava latino a quei tempi e io davo ordini, esprimevo desideri, manifestavo opinioni, elargivo concessioni, mi sbizzarrivo, come tutti i giovani, in fantasie e sogni più o meno realizzabili. Bei tempi!

Oggi sono sono un po’ invecchiato (e mi sorprende parecchio che parliate di me ancora come come del giovanotto di un tempo: ma non parlate italiano voi? E come vi viene in mente di dire che io esprimo - che so - un’opinione? Ma quando mai? Una volta forse, quand’ero nel pieno della mia virilità...).

Il fatto è che alla mia età, da solo, non me la cavo più tanto bene e - diciamocelo - tiro un po’ al risparmio di energie.

Oh, un momento: su molti piani sono ancora piuttosto indipendente (fossi matto! Che vi prenda un colpo!). Ma con la pigrizia dell’età per esprimere un’opinione mi sono andato a cercare un verbo di opinione, per esprimere una volontà mi son cercato un verbo di volontà... insomma lo ammetto, ci sono tante situazioni in cui se non c’è qualcuno che mi regge finisce che casco!

È per questo che mentre prima facevo un sacco di cose oggi, da vecchio saggio che sono, preferisco starmene buono buono a fare il marcatore di subordinazione.

Intendiamoci: subordinato sì, ma fiero del mio ruolo e pieno di dignità. Mi spiego: se mi regge il verbo non è che io mi presti subito a marcare una subordinazione. Eh no, figlioli: mi concedo con parsimonia, io, e solo se servo.

C’è gente che dice .

Ma va benone! Quelli intendono dire solo e attenuano un po’ la loro decisione con quel verbo che in realtà non significa che stanno pensando qualcosa: significa un banalissimo . E io non mi spreco per questi casi qui.

Io mi concedo se uno dice e mi concedo solo se quello lì sta davvero pensando. Insomma, io marco una subordinata solo se vale la pena di relazionarmi al verbo reggente!

Non ho mica tempi da perdere io!

Certo qualche volta mi tocca lavorare anche quando magari non vorrei.

Ci sono per esempio quelli che introducono la secondaria senza il : eh, in quei casi non ci sono santi, devo intervenire per forza io a marcare la subordinata: (e qui nessuno usa l’indicativo perché non si capirebbe più niente).

Allo stesso modo fanno quelli che cominciano la frase con la secondaria: Anche qui mi usano in parecchi perché altrimenti c’è il rischio di non capire bene che quella frase lì è subordinata (mentre quando la costruzione della frase mi aiuta non sto certo a intervenire io: ).

Ma non guardatemi sempre con quella faccia sempre pronta al de profundis! Di cartucce da sparare ne ho ancora parecchie. Alla faccia di chi mi dà per spacciato io sono in perfetta forma, tant’è che non è vero che mi usano solo quelli che parlano bene, ma un po’ tutti. E perfino in dialetto.

. E cos’è quel ? Ma sono io, certo! Dopo un perché finale se ci metti quel debosciato dell’indicativo cambi tutto il senso della frase no? Pensaci bene: se preghi perché Silvio sta male significa che ti preoccupi per lui. Ma se preghi perché Silvio stia male...

E mica solo con il perché funziono così: se penso metto in conto una eventualità, ma se penso ...

Insomma, ho la mia età, sono diverso da un tempo, ma (sia ringraziato il cielo) ho ancora un bel ruolo da giocare, ora e in futuro (lo volesse la Madonna!); ma vi prego, non difendetemi più (foste un tantinello sadici?). Sto bene come sto (sia chiaro!). E mi difendo da me (fosse l’ultima cosa che faccio!)

Il Congiuntivo

(Roberto Tartaglione)

Link di accesso all’articolo di Roberto Tartaglione


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