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Damiano Palano "Il Segreto del Potere" (Rubbettino)

Il realismo politico ha sempre coltivato l’ambizione di penetrare il segreto più oscuro del potere
di Emanuele G. - lunedì 18 febbraio 2019 - 1446 letture

E’ un saggio di non facile lettura. Anzi necessita il possesso di una vasta conoscenza delle scienze politiche e sociali degli ultimi due secoli nonché una capacità di sintesi non comune in riferimento alla tematica oggetto del pregevole saggio.

"Il Segreto del Potere" è un lucido quanto spietato viaggio all’interno del potere. Un viaggio per nulla "romantico", ma realista fino alle estreme conseguenze. Una rappresentazione del potere e del realismo particolarmente cruda. Anche perché potere significa conflitto, dicotomia violenta. Tutto nasce dall’osservazione che il potere si nutre di implacabili "regolarità" ossia di norme costanti nel tempo e non modificabili in quanto per certi versi si rifà ai caratteri immutabili della "natura umana". Su questo dualismo si basa la sintesi più vera del "segreto del potere".

Tuttavia, abbiamo un paradosso che l’autore definisce "strutturale". Su due lati. Da un lato, il realismo del potere intende far discendere il proprio processo cognitivo delle "regolarità" della politica da una conoscenza cruda e realistica della "natura umana". "Natura umana" intesa come paradigma non variabile della storia del genere umano. Dall’altro , il livello cosidetto "politico" è molto pervasivo poiché si basa su una concezione polemica delle sue dinamiche. Il che comporta che tale "vis polemica" influenzi anche il modo con cui si concepisce la "natura umana".

In sintesi il rapporto polemico e conflittuale - vedasi tensione - fra natura e cultura pone in essere un rischio molto grave. Ossia di nascondere, celare la vera natura del "politico". Bisogna avere consapevolezza di tale paradosso che tiene "prigioniero" il realismo al fine di tornare a disquisire in maniera faconda ed utile sull’ontologia del "politico" e sugli artifizi più reconditi afferenti ai "segreti del potere".

Un saggio davvero intrigante che ci permette di entrare dentro ai segreti del potere, uno dei topic più affascinanti e luciferi dell’esperienza umana.

- Qualche parola sull’autore:

Damiano Palano è Professore ordinario di Filosofia politica. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dal novembre 2017 è Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica. Fa parte del comitato direttivo della «Rivista di Politica» e di "Filosofia politica", del comitato di consulenza di «Notizie di Politeia. Rivista di etica e scelte pubbliche», del comitato scientifico della rivista «Governare la paura. Journal of Interdisciplinary Studies» (ISSN 1974-4935), del comitato di redazione di «Vita e Pensiero», del comitato direttivo del Centro di Ricerca "Arti e mestieri" dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Fa parte del Collegio dei docenti della Scuola di dottorato in “Istituzioni e Politiche” della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Fa parte del collegio scientifico del Master in "Economia e Politiche Internazionali" (MEPIN) di Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali - Università Cattolica del Sacro Cuore) e Università della Svizzera Italiana. Fa parte del Comitato di gestione dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri) - Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «Avvenire». Tra i suoi lavori: Il potere della moltitudine. L’invenzione dell’inconscio collettivo nella teoria politica e nelle scienze sociali italiane fra Otto e Novecento (Vita e Pensiero, Milano 2002); Geometrie del potere. Materiali per la storia della scienza politica in Italia (Vita e Pensiero, Milano 2005); Volti della paura. Figure del disordine all’alba dell’era biopolitica (Mimesis, Milano 2010); Fino alla fine del mondo. Saggi sul ‘politico’ nella rivoluzione spaziale contemporanea (Liguori, Napoli 2010); La democrazia e il nemico. Saggi per una teoria realistica (Mimesis, Milano 2012); Partito (Il Mulino, Bologna, 2013); La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero, Milano 2015); La democrazia senza qualità. Le «promesse non mantenute» della teoria democratica (Mimesis, Milano, 2015); Populismo (Editrice Bibliografica, Milano 2017). (fonte: sito Università Cattolica)

- Che cos’è l’ontologia:

ontologia Termine filosofico usato per la prima volta al principio del 17° sec. da J. Lorhard (1606) e R. Goclenio (1613) e divulgato soprattutto da C. Wolff (1730) per designare la scienza dei caratteri universali dell’ente; è corrispondente quindi a quella ‘prima filosofia’ del più maturo Aristotele, chiamata poi metafisica, che si proponeva lo studio dell’ente in quanto ente. Il termine o. restò in tal modo consacrato alla parte suprema di ogni dottrina oggettivistica del reale, ed ebbe grande importanza nei sistemi (come quelli, per es., di A. Rosmini e di V. Gioberti) che consideravano la conoscenza del puro ‘essere’ o ‘ente’ come primo e necessario fondamento di ogni altro sapere. Fu ripreso da E. Husserl per indicare la scienza che studia le strutture essenziali proprie delle varie scienze, e da M. Heidegger per designare la scienza del fondamento dell’essere.

Una posizione autonoma occupa l’o. di N. Hartmann. Influenzato dalla fenomenologia di Husserl, Hartmann privilegia tuttavia in modo specifico il problema dell’essere, intendendo l’essere come qualcosa d’originario, antecedente a tutte le distinzioni e opposizioni filosofiche (come, per es., quelle tra soggetto e oggetto, tra realismo e idealismo). Nell’essere va rilevata poi una fondamentale divisione, quella tra essere reale, che passa all’esistenza, ed essere ideale, dotato invece di una sua propria aprioristica validità (l’essere dei valori, cioè, e dei principi logici).

Possono rientrare sotto l’etichetta di o., sia pure in un senso molto particolare, le ricerche svolte in campo di filosofia della logica soprattutto da W.V.O. Quine, sul problema della natura delle entità di cui si parla in una teoria. Quine ritiene che ‘essere’ vada interpretato come essere valore d’una variabile; che cioè, in altri termini, siamo tenuti ad ammettere l’esistenza di tutte quelle entità i cui nomi possono figurare come valori delle variabili impiegate in una data teoria.

In teologia, la prova ontologica (o argomento o.) è il più celebre degli argomenti per dimostrare ‘a priori’ l’esistenza di Dio. La sua prima formulazione si trova in s. Anselmo d’Aosta: anche chi nega l’esistenza di Dio, ammette che Dio sia l’ente del quale non sia dato pensare ente maggiore; ma di conseguenza si deve ammettere anche la sua esistenza, perché altrimenti si potrebbe pensare un ente che, oltre agli attributi riconosciuti propri di Dio, possedesse anche quello dell’esistenza; e allora esso sarebbe maggiore di lui. All’obiezione del monaco benedettino Gaunilone, secondo cui, in base a tale argomento, posto il concetto di un’isola di cui non si fosse potuta pensare una più perfetta, si sarebbe potuto e dovuto inferire la sua esistenza in mezzo al mare, Anselmo replicò che non si trattava di un essere contingente come quello dell’isola, ma dell’essere necessario di Dio. In questa forma l’argomento ontologico passò in Cartesio, in B. Spinoza e in G.W. Leibniz. I. Kant lo combatté riprendendo in sostanza il motivo di Gaunilone. Neppure gli scolastici moderni lo accolgono, giudicando, con s. Tommaso, che l’argomento non abbia valore probativo, perché si fonda su un illegittimo passaggio dall’ordine ideale all’ordine reale. (fonte: Enciclopedia Treccani)

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