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Dalla supplica alla diplomazia grottesca

Trump, Meloni e l’attualità delle Supplici di Eschilo.

di Massimo Stefano Russo - sabato 20 giugno 2026 - 505 letture

La dichiarazione di Donald Trump verso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – «mi ha supplicato», «mi ha fatto pena» – va oltre l’incidente diplomatico o la provocazione mediatica e merita debita attenzione per il lessico impiegato e l’universo simbolico che richiama. I verbi «supplicare» e l’espressione «fare pena» appartengono a una costellazione semantica antica, che rinvia alla dipendenza, alla vulnerabilità e alla gerarchia. Chi supplica riconosce nell’altro il potere di concedere o negare ciò che desidera; chi prova pietà occupa una posizione di superiorità rispetto a chi la riceve.

Nella cultura occidentale, poche opere hanno rappresentato con altrettanta intensità il significato politico della supplica quanto le Supplici di Eschilo. La tragedia, rappresentata probabilmente nel 463 a.C., mette in scena la vicenda delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao fuggite dall’Egitto per sottrarsi a un matrimonio imposto. Giunte ad Argo, esse si presentano come supplici e chiedono protezione al re Pelasgo e alla comunità cittadina. Una richiesta non privata, ma pubblica e politica. Accogliere o respingere le supplici significa decidere quale idea di giustizia debba guidare la polis. La supplica interpella oltre il sovrano l’intera comunità, chiamata a confrontarsi col rapporto tra potere e responsabilità, tra sovranità e ospitalità.

Nel mondo greco, l’hiketeía – il rito della supplica – costituiva un’istituzione sacra. Il supplice, nello stringere un ramo d’ulivo avvolto nella lana, si poneva sotto la protezione degli dèi. Rifiutare la sua richiesta equivaleva a violare un ordine religioso prima ancora che politico. Ciò che colpisce, nell’osservare il linguaggio utilizzato da Trump, è la radicale trasformazione di questo antico paradigma. Nella tragedia eschilea, la supplica rivela la vulnerabilità umana e impone un dovere etico a chi detiene il potere.

Nella comunicazione politica contemporanea, al contrario, la supplica diventa uno strumento per delegittimare l’avversario. Attribuire a un capo di governo l’atto di «supplicare» significa costruire una rappresentazione gerarchica della relazione diplomatica. La fotografia tra leader, tradizionale elemento del protocollo istituzionale, si trasforma così in un simbolo di subordinazione personale. In questo slittamento emerge il carattere grottesco della politica contemporanea.

Come mostrato da Michail Bachtin, il grottesco nasce dal sovrapporre registri incompatibili: il solenne e il triviale, l’istituzionale e il carnascialesco, il tragico e il comico. La diplomazia internazionale, ambito regolato da rituali e codici consolidati, viene così improvvisamente trascinata sul terreno della provocazione personale e dell’umiliazione pubblica. La scena politica assume quindi i tratti di una rappresentazione teatrale dove la forza simbolica deriva più che dalle istituzioni dalla capacità di imporre una narrazione. Nelle Supplici, la vulnerabilità delle Danaidi suscita una riflessione sulla responsabilità del potere.

Nel discorso politico contemporaneo, la vulnerabilità viene trasformata in stigma, con la pietà non più fondamento di un’etica della responsabilità, ma segno di una relazione asimmetrica da esibire pubblicamente. L’espressione «mi ha fatto pena» descrive più di uno stato emotivo; istituisce una gerarchia, attribuisce ruoli, definisce vincitori e vinti.

La risposta di Meloni – «io e l’Italia non imploriamo mai» – tenta di ricondurre il conflitto dal piano personale a quello istituzionale, nel riaffermare il principio di uguaglianza formale tra Stati sovrani. La necessità di questa precisazione rivela quanto profondamente il registro del grottesco abbia colonizzato la comunicazione politica contemporanea.

Come intuito da Guy Debord, nella società dello spettacolo l’immagine tende a prevalere sul contenuto e la rappresentazione sostituisce progressivamente l’esperienza diretta. Ciò che oggi sempre più conta - soprattutto in un incontro diplomatico - è la capacità di dominare il racconto. L’antica lezione di Eschilo conserva una sorprendente attualità. Le Supplici ci ricordano che la vulnerabilità non dovrebbe essere motivo di scherno o strumento per delegittimare, ma occasione di responsabilità politica.

La distanza che separa la tragedia greca dalla politica spettacolo del XXI secolo misura la distanza tra due diverse concezioni del potere: una fondata sul riconoscere la fragilità umana, l’altra sul continuo esibire la forza e umiliare l’altro, sin dall’immaginario simbolico.


Riferimenti bibliografici

- M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 1979.

- G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini+Castoldi, Milano 1967.

- Eschilo, Le Supplici, A cura di D. Susanetti. Marsilio, Venezia 2003.

- M. C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2004.

- L. Pirandello, L’umorismo, Garzanti, Milano 2004.

- J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, Torino 1976.



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