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Dall’esame di maturità al grado di maturazione

La scelta del legislatore e il nuovo paradigma della valutazione finale

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 15 aprile 2026 - 524 letture

L’introduzione, nell’esame di Stato 2026, dell’indicatore del grado di maturazione personale all’interno della valutazione del colloquio orale, fa compiere al sistema scolastico italiano un passaggio significativo nel ridefinire il significato stesso della prova conclusiva del secondo ciclo di istruzione. Una scelta esplicita del legislatore, più di un semplice aggiustamento tecnico della griglia valutativa, nel privilegiare la maturazione rispetto alla maturità come criterio interpretativo del percorso scolastico dello studente. L’esame di maturità per lungo tempo ha rappresentato una soglia simbolica e istituzionale.

Nato in un sistema scolastico selettivo, serviva a certificare le conoscenze ritenute necessarie per l’accesso agli studi universitari e l’ingresso nella cittadinanza culturale adulta. La maturità era intesa come uno stato raggiunto, verificabile attraverso prove disciplinari finali. Superare l’esame significava dimostrare di aver oltrepassato una soglia definita. L’introduzione del grado di maturazione personale, attribuibile fino a cinque punti sui venti del colloquio orale, modifica tale impostazione.

Per la prima volta la valutazione finale include esplicitamente un indicatore che nel riguardare lo studente, sottolinea il livello di sviluppo raggiunto nel suo percorso formativo: autonomia di giudizio, capacità riflessiva, consapevolezza delle esperienze svolte, responsabilità argomentativa, capacità di orientarsi tra saperi diversi. Questa innovazione necessita di una distinzione concettuale tra maturità e maturazione. La maturità appartiene a una logica della soglia: certifica un esito, stabilisce l’aver raggiunto un livello ritenuto adeguato di preparazione culturale. La maturazione, invece, appartiene a una logica del percorso descrive un processo di crescita progressivo, senza ridurlo a una singola prestazione finale.

Con l’introduzione del nuovo indicatore, il legislatore segnala chiaramente che la valutazione conclusiva, oltre che certificare uno stato, deve riconoscere un processo. In questo senso, il grado di maturazione personale rappresenta una discontinuità rispetto alla tradizione dell’esame di maturità. Il colloquio orale diventa spazio di interpretazione del percorso educativo dello studente. La commissione è chiamata a verificare conoscenze e a valutare il livello di consapevolezza raggiunto nella costruzione della propria esperienza scolastica.

Il cambiamento riflette una trasformazione ampia del ruolo della scuola nelle società contemporanee. Introdurre il grado di maturazione personale esplicita una dimensione che in passato restava implicita nella valutazione del colloquio. Tradizionalmente, infatti, le commissioni hanno sempre considerato elementi quali autonomia, capacità critica e responsabilità argomentativa. La novità consiste nel fatto che tali elementi diventano ora criterio formale e quantificabile di valutazione, all’interno della griglia ufficiale dell’esame. Sul piano simbolico, il passaggio è significativo. L’esame di maturità viene reinterpretato. La maturità perde la sua centralità come stato certificato e al suo posto emerge la maturazione come processo osservabile e valutabile.

Questa scelta trasforma il paradigma educativo nel privilegiare la logica dello sviluppo e la valutazione della persona, rispetto dalla verifica delle conoscenze. Si tratta più che di stabilire se lo studente sia maturo di riconoscere quanto e in che modo sia maturato nel corso della propria esperienza scolastica. In questo spostamento di prospettiva si colloca il significato più rilevante dell’introduzione del nuovo indicatore. Il grado di maturazione personale modifica l’orientamento interno dell’esame di maturità.

Più che certificare un punto di arrivo, la prova conclusiva tende sempre più a descrivere un livello di sviluppo. La scelta del legislatore manifesta il passaggio da una scuola della soglia a una scuola del percorso. Introdurre il grado di maturazione personale tra i criteri di valutazione dell’esame di Stato segna un passaggio significativo nella cultura scolastica contemporanea e solleva una questione teorica rilevante: è appropriato sostituire o affiancare la nozione di maturità con quella di maturazione?

Si tratta più di una variazione terminologica. Il passaggio da maturità a maturazione implica uno spostamento semantico e pedagogico profondo, che rischia di trasformare un concetto educativo in una metafora naturalistica. Per comprendere la portata di questa trasformazione occorre partire dalla differenza tra i due termini. La maturità indica tradizionalmente uno stato raggiunto, una condizione certificabile, una soglia istituzionale.

L’esame di maturità nasce proprio come dispositivo pubblico di riconoscimento di questa soglia: stabilire se uno studente abbia acquisito conoscenze, capacità argomentative e autonomia culturale sufficienti per concludere un ciclo di studi. In questo senso, la maturità - quale categoria normativa - definisce un livello atteso e verificabile. La maturazione, al contrario, descrive un processo. È un concetto dinamico, progressivo, aperto, ma anche intrinsecamente indeterminato che indica un percorso e suggerisce una traiettoria. Qui emerge il problema: introdurre la maturazione come criterio valutativo rischia di trasformare la valutazione scolastica da dispositivo di certificazione pubblica a descrizione generica dello sviluppo individuale.

L’educazione da sempre è un processo, con la scuola, in quanto istituzione, chiamata a certificare esiti. La maturità appartiene a questa logica istituzionale. La maturazione, invece, appartiene a una logica evolutiva, difficilmente traducibile, in indicatori valutativi rigorosi. C’è poi un secondo aspetto, spesso trascurato ma decisivo. Il termine maturazione nasce in ambito biologico e agronomico. Si parla di maturazione dei frutti, dei tessuti, degli organismi. Trasferito all’ambito educativo, introduce implicitamente una metafora naturalistica della crescita umana.

Lo studente appare come un soggetto che “matura” secondo tempi interni, quasi spontanei, piuttosto che come una persona che si forma attraverso relazioni, conflitti cognitivi, apprendimenti intenzionali e pratiche sociali. La naturalizzazione del processo educativo comporta conseguenze. Se la maturità è una conquista culturale, la maturazione appare come uno sviluppo quasi inevitabile. Se la maturità è un risultato, la maturazione è un divenire. La prima implica responsabilità e verifica; la seconda suggerisce gradualità e accompagnamento.

In questo passaggio si produce una trasformazione silenziosa del significato stesso della valutazione scolastica. Introdurre il grado di maturazione personale accentua ulteriormente questa ambiguità. Parlare di “grado” suggerisce una misurazione oggettiva; parlare di “maturazione” richiama invece un processo qualitativo difficilmente quantificabile. Ne deriva la pretesa di misurare ciò che, per sua natura, sfugge alla misura.

La maturazione è metafora evolutiva, non variabile discreta. Introdurre questo indicatore produce una contrapposizione implicita tra la maturità e la maturazione. La maturità appartiene alla tradizione della scuola come istituzione pubblica di certificazione; la maturazione a una visione della scuola come ambiente di sviluppo personale. La prima stabilisce se si è raggiunta una soglia; la seconda descrive un percorso in corso. La prima definisce un esito; la seconda racconta una trasformazione.

La contrapposizione segnala una scelta culturale precisa: il privilegiare la dimensione processuale rispetto a quella certificativa. La scelta rischia di indebolire il significato pubblico dell’esame finale. Se la maturità serve a certificare un livello riconoscibile, la maturazione tende a individualizzare la valutazione, rendendola meno comparabile e meno verificabile. Si sposta la valutazione da una logica istituzionale a una logica evolutiva. La maturità indica una responsabilità raggiunta; la maturazione descrive una crescita in corso.

La maturità è verificabile; la maturazione è interpretativa. La maturità appartiene alla scuola come istituzione pubblica; la maturazione alla pedagogia come processo formativo. Confondere i due livelli rischia di indebolirli. Introdurre il grado di maturazione personale nella valutazione finale rappresenta un cambiamento simbolico di notevole portata: tende a trasformare l’esame di maturità da soglia certificativa pubblicamente riconoscibile a dispositivo interpretativo del percorso individuale.

Resta aperta una questione decisiva: se questa trasformazione renda davvero la valutazione più adeguata alla complessità dei processi formativi contemporanei o, al contrario, finisca per sostituire un concetto educativo preciso e storicamente definito con una metafora suggestiva ma concettualmente fragile che espone al rischio di ambiguità interpretative e di riduzione della trasparenza valutativa.


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