Dall’altra parte del mare
Fal ha 67 anni, 44 dei quali passati in Sicilia. Lo conosco da almeno 30 estati. Ogni domenica spunta da dietro qualche ombrellone con il suo passo caracollante, una pila di cappelli in testa che sembra una pagoda in equilibrio instabile e ogni centimetro del corpo occupato dalla sua mercanzia. È uno di quei volti che, senza accorgertene, finiscono per entrare nella geografia sentimentale delle tue estati.
Attila ed io lo aspettavamo domenica, come sempre. Invece è arrivato oggi. Domani in Senegal è festa e non si lavora, mi spiega appena si avvicina. Attila mi guarda, accenna un sorriso e si allontana. «Siediti Fal, riposati un poco» gli dico.
Fal posa tutto per terra con calma. Ogni movimento è lento, non per scelta ma perché il corpo, ormai, risponde poco e male. Mi tende la mano perché lo aiuti a sedersi.
«Sì, sono un poco stanco», dice con quella cadenza che ormai ha dentro qualcosa di siciliano. «Adesso mi fermo un attimo, poi prendo il treno per Catania, dormo un poco e mangio quando arrivo.».
Lo racconta senza lamentarsi, come se fosse semplicemente l’ordine naturale delle cose vendere cappelli a bagnanti e turisti annoiati. E forse per lui lo è.
Oltre il mare è più in là oltre il deserto tre mogli e tre figlie, che vendono acqua: l’altra sua vita che tiene in piedi questa. Provo a scherzare: «Ma sei pazzo? Come fai con tre mogli? Una non ti bastava?» Lui sorride con quella prontezza che gli conosco da tempo.
«Tanto sono in Senegal… mentre tua moglie è qui che ti controlla.» Incasso la battuta e porto a casa, tra le risate. Hai capito Fal?! Ormai è proprio siciliano.
Attila intanto ritorna, allunga la mano e stringe quella di Fal, rimettendo al suo posto l’ordine naturale delle cose. Lui ci guarda, non dobbiamo dirci altro, un cappello copre adesso la testa di Attila. Poi mi allunga la mano e io lo aiuto a rialzarsi.
Lo fa con fatica. Poi, con una pazienza che solo lui possiede, si rimette addosso tutta quella mercanzia, incastrandola al corpo come se fosse un’armatura costruita in quaranta anni di spiagge, treni, sole e chilometri. Ci saluta con un sorriso e riprende il suo cammino.
Lo guardo allontanarsi, questo mio fratello di terra lontana, e penso che, anche se da tanti anni i nostri passi percorrono le stesse pietre, i suoi portano addosso un peso che noi possiamo solo immaginare. Non è soltanto quello dei cappelli, delle borse o dei braccialetti: è il peso della distanza, della nostalgia, della responsabilità verso chi aspetta dall’altra parte del mare.
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