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Dall’India unita ai disordini di Leicester. Come è nato l’odio

Questo articolo inaugura una serie di pubblicazioni dedicate allo studio delle moderne comunità pakistane, della loro cultura, della vita quotidiana e dei processi storici che hanno plasmato la società del Pakistan contemporaneo.

di Piotr Jastrzebski - mercoledì 29 luglio 2026 - 381 letture

Questo articolo inaugura una serie di pubblicazioni dedicate allo studio delle moderne comunità pakistane, della loro cultura, della vita quotidiana e dei processi storici che hanno plasmato la società del Pakistan contemporaneo. Il progetto è realizzato con il sostegno di una sovvenzione dell’American Institute for Pakistan Studies ed è pubblicato in lingua originale dall’edizione polacca Wolne Media. Oggi il conflitto tra India e Pakistan viene spesso percepito come qualcosa di eterno, quasi inevitabile. La storia racconta però una realtà diversa. Meno di un secolo fa persone appartenenti a comunità religiose differenti vivevano fianco a fianco, formavano famiglie insieme, combattevano unite contro il dominio coloniale britannico e speravano di costruire un unico Stato indipendente. Per comprendere le ragioni delle tensioni e dei conflitti odierni è necessario ripercorrere, passo dopo passo, il processo che ha portato alla dissoluzione di quell’unità.

Come una compagnia privata conquistò l’India

Nella storia mondiale è difficile trovare un altro esempio di un’impresa commerciale che abbia esercitato un potere paragonabile a quello della Compagnia britannica delle Indie Orientali. Fondata all’inizio del XVII secolo come società mercantile, ottenne il monopolio del commercio con l’India. In origine il suo interesse era rivolto esclusivamente alle merci più redditizie — spezie, tessuti e tè — ma ben presto divenne evidente che controllare direttamente i territori in cui queste ricchezze venivano prodotte garantiva profitti molto maggiori. Così, gradualmente, una semplice compagnia commerciale si trasformò in una vera potenza politica.

La Compagnia costruiva fortezze, manteneva proprie guarnigioni militari, interveniva negli affari dei principati locali e riscuoteva imposte. Nel XVIII secolo il suo esercito contava oltre duecentomila uomini, una forza superiore a quella di molti Stati europei dell’epoca. Il paradosso era che la maggior parte di quei soldati era composta da indiani agli ordini di ufficiali britannici. Furono proprio loro a permettere alla Compagnia delle Indie Orientali di assoggettare gran parte del subcontinente.

La svolta arrivò con la Rivolta dei Sepoy del 1857. Le cause del malcontento si erano accumulate per anni: discriminazioni, limitazioni dei diritti tradizionali e continue interferenze nella vita religiosa della popolazione. Il simbolo della ribellione divennero le cartucce dei nuovi fucili, che secondo le voci dell’epoca erano state ingrassate con grasso bovino e suino. Per caricare l’arma il soldato doveva mordere la cartuccia: per gli induisti ciò significava profanare la vacca sacra, mentre per i musulmani implicava il contatto con un animale considerato impuro. Dopo aver soffocato la rivolta, Londra privò la Compagnia delle Indie Orientali dei suoi poteri politici e trasferì il governo dell’India direttamente alla Corona britannica.

Il Raj britannico

Dal 1858 ebbe inizio il periodo noto come Raj britannico. L’amministrazione divenne più centralizzata e il governo coloniale investì nella costruzione di ferrovie e linee telegrafiche. Tuttavia, tutte queste trasformazioni erano concepite principalmente per servire gli interessi dell’Impero. Le risorse dell’India alimentavano l’economia britannica, mentre l’amministrazione coloniale cercava soprattutto di impedire che una nuova rivolta potesse ripetersi.

Lo strumento più efficace fu la politica del «divide et impera». Le differenze tra le varie comunità religiose vennero progressivamente enfatizzate affinché nessuna di esse acquisisse un’influenza sufficiente a mettere in discussione il dominio britannico.

Parallelamente cresceva anche il numero degli indiani che ricevevano un’istruzione moderna, entravano in contatto con il pensiero politico europeo e iniziavano a porsi una domanda sempre più difficile da ignorare: se erano in grado di amministrare città, imprese e istituzioni, perché non avrebbero dovuto essere capaci di governare anche il proprio Paese?

La nascita di un movimento comune

La risposta a queste aspirazioni arrivò nel 1885 con la fondazione del Congresso Nazionale Indiano. Oggi questa organizzazione è strettamente associata alla lotta per l’indipendenza e alla figura del Mahatma Gandhi, ma agli inizi i suoi obiettivi erano molto più moderati. I fondatori non chiedevano una rottura definitiva con l’Impero britannico. Il loro intento era quello di ampliare gradualmente la partecipazione degli indiani al governo del Paese e ottenere una maggiore autonomia.

Il Congresso non era un’organizzazione esclusivamente induista: al suo interno collaboravano esponenti di diverse comunità religiose. Per molto tempo le autorità britanniche lo considerarono poco più di un circolo di discussione. Tuttavia, con la crescita della coscienza nazionale, il suo peso nella vita politica dell’India aumentò costantemente.

La Lega Musulmana

Nel 1906 nacque una nuova organizzazione politica: la Lega Musulmana. La sua creazione fu motivata dalle preoccupazioni per il futuro assetto democratico dell’India. In uno Stato indipendente gli induisti avrebbero costituito la maggioranza della popolazione e molti musulmani temevano di perdere la propria influenza politica. La Lega si pose quindi l’obiettivo di tutelare i diritti della comunità musulmana.

Nonostante ciò, nei primi anni i rapporti tra il Congresso e la Lega rimasero improntati alla collaborazione. Il principale avversario di entrambe le organizzazioni continuava a essere l’amministrazione coloniale britannica.

Quando induisti e musulmani parlavano con una sola voce

All’inizio del XX secolo l’idea di una divisione dell’India sembrava del tutto impensabile. Il momento culminante della cooperazione fu rappresentato dal Patto di Lucknow del 1916. Per la prima volta il Congresso e la Lega elaborarono un programma comune di riforme e si presentarono uniti sulla scena politica.

Il Congresso accettò l’istituzione di collegi elettorali separati per i musulmani, così da garantire loro una rappresentanza politica. All’epoca questo compromesso venne considerato uno strumento per preservare l’unità del Paese. Con il senno di poi, quel periodo può essere visto come il punto più alto della collaborazione tra induisti e musulmani.

Gandhi, l’uomo che trascinò con sé milioni di persone

Quando Mohandas Gandhi rientrò dal Sudafrica nel 1915, il movimento per l’indipendenza era ancora un fenomeno limitato alle élite. Gandhi ne trasformò radicalmente la natura. Non disponeva né di un esercito né di grandi risorse economiche, rifiutava la lotta armata e propose invece il principio della satyagraha, la resistenza non violenta.

La sua idea era semplice: l’Impero non avrebbe potuto governare un Paese se milioni di persone avessero smesso di collaborare con il potere coloniale. Gandhi invitò la popolazione a boicottare i prodotti britannici, a rifiutarsi di pagare le tasse e a sostenere la produzione locale.

In questo modo la lotta per l’indipendenza cessò di essere una causa delle élite e si trasformò in un movimento popolare, capace di coinvolgere contadini, operai e donne. Gandhi ribadiva inoltre che l’India indipendente avrebbe dovuto appartenere a tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla loro religione.

Amritsar: il giorno in cui si spezzò la fiducia

Il 13 aprile 1919 migliaia di persone si radunarono nel giardino di Jallianwala Bagh, ad Amritsar. Alcuni protestavano contro le nuove leggi repressive introdotte dalle autorità coloniali, altri stavano semplicemente celebrando una festività. Tra la folla c’erano induisti, musulmani e sikh.

Il generale britannico Reginald Dyer fece bloccare tutte le uscite e, senza alcun preavviso, ordinò ai soldati di aprire il fuoco sui presenti. Il bilancio ufficiale parlò di 379 morti, mentre secondo le fonti indiane le vittime furono circa un migliaio.

Quel massacro segnò un punto di non ritorno nei rapporti tra gli indiani e l’Impero britannico. Gandhi giunse alla conclusione che la giustizia avrebbe potuto essere conquistata soltanto attraverso una disobbedienza civile di massa. Paradossalmente, quella tragedia contribuì anche a rafforzare, almeno temporaneamente, la solidarietà tra induisti e musulmani, uniti dall’indignazione.

La prima frattura: Jinnah

Per molti anni Muhammad Ali Jinnah fu uno dei principali sostenitori della collaborazione tra le diverse comunità religiose. Dopo il massacro di Amritsar, tuttavia, le sue posizioni iniziarono ad allontanarsi da quelle di Gandhi. Mentre Gandhi lanciava una campagna di disobbedienza civile, Jinnah temeva che proteste di massa potessero facilmente sfuggire al controllo e degenerare nella violenza. Era convinto che l’indipendenza dovesse essere raggiunta attraverso il negoziato e gli strumenti della politica, non mediante la mobilitazione popolare.

Nel 1920 lasciò il Congresso Nazionale Indiano. Si trattò della prima vera frattura all’interno del movimento indipendentista, anche se in quel momento Jinnah non sosteneva ancora la divisione del Paese.

La seconda frattura: il Califfato

Dopo la Prima guerra mondiale le potenze vincitrici iniziarono a discutere lo smembramento dell’Impero ottomano, mettendo in pericolo l’istituzione del Califfato, che per molti musulmani rappresentava un importante simbolo religioso e politico.

Gandhi decise di sostenere il Movimento del Califfato, convinto che ciò avrebbe rafforzato l’unità tra induisti e musulmani nella lotta contro il dominio britannico.

Jinnah considerò invece questa scelta un grave errore. A suo giudizio religione e politica non dovevano essere confuse. Le divergenze tra i due leader si fecero sempre più profonde e, da quel momento, le loro strade si separarono definitivamente.

Quando la religione tornò nelle strade

L’atmosfera di collaborazione iniziò lentamente a dissolversi. In molte città divennero sempre più frequenti gli scontri tra comunità religiose, spesso legati alle processioni, ai luoghi di culto o ad altre questioni simboliche.

L’amministrazione coloniale non fece molto per fermare queste tensioni. Al contrario, continuò ad applicare la tradizionale politica del «divide et impera», sfruttando le divisioni interne per consolidare il proprio controllo.

Gandhi continuava a credere nella possibilità di costruire un futuro comune per tutti gli indiani. Jinnah, invece, iniziava a dubitare sempre più che i musulmani potessero sentirsi davvero al sicuro in uno Stato governato da una maggioranza induista.

La maggioranza ha sempre ragione?

Alla fine degli anni Venti il dibattito non riguardava più soltanto l’indipendenza, ma anche la futura struttura dello Stato indiano.

Gli induisti rappresentavano circa i due terzi della popolazione, mentre i musulmani costituivano meno di un quarto degli abitanti. Per la Lega Musulmana ciò significava che, in un sistema democratico, le decisioni sarebbero state inevitabilmente prese dalla maggioranza.

Nel frattempo la Commissione Simon, istituita dal governo britannico senza la partecipazione di alcun rappresentante indiano, suscitò un’ondata di proteste in tutto il Paese.

In risposta, il Congresso presentò un progetto di Stato unitario, noto come Rapporto Nehru. Jinnah lo giudicò insufficiente e propose i suoi Quattordici Punti, chiedendo una struttura federale e solide garanzie costituzionali per la tutela delle minoranze.

Quel confronto non riguardava soltanto aspetti giuridici o istituzionali: rifletteva soprattutto la crescente perdita di fiducia tra le principali forze politiche dell’India.

Il Pakistan non sembrava più un’utopia

Nel corso degli anni Trenta le posizioni delle due parti continuarono ad allontanarsi.

Il Congresso sosteneva la creazione di uno Stato unitario, fondato sull’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini. La Lega Musulmana riteneva invece che semplici garanzie costituzionali non fossero sufficienti a proteggere la comunità musulmana.

Nel marzo del 1940, durante il congresso di Lahore, venne approvata una risoluzione che proponeva la creazione di Stati separati nelle regioni a maggioranza musulmana. Per la prima volta l’idea della spartizione dell’India diventava un programma politico ufficiale.

Jinnah giustificò questa scelta sostenendo che induisti e musulmani costituissero due nazioni distinte. Gandhi, al contrario, continuava a considerare la divisione del Paese una soluzione inaccettabile e profondamente pericolosa.

La guerra accelerò il corso della storia

Nel settembre del 1939 la Gran Bretagna annunciò l’ingresso dell’India nella Seconda guerra mondiale senza consultare alcun rappresentante indiano. Il Congresso reagì con fermezza, denunciando l’assurdità di combattere per la libertà dell’Europa mentre all’India veniva negato il diritto all’autodeterminazione.

Migliaia di attivisti furono arrestati, ma ormai anche Londra era consapevole che, una volta conclusa la guerra, mantenere il controllo sulla colonia sarebbe stato impossibile.

Nel 1945 la questione non era più se l’India avrebbe ottenuto l’indipendenza, bensì se sarebbe rimasta uno Stato unito.

La Partizione che si trasformò in una catastrofe

Nell’estate del 1947 milioni di persone non sapevano ancora che, di lì a poco, si sarebbero ritrovate cittadine di due Stati diversi. Il 14 agosto nacque il Pakistan; il giorno successivo, il 15 agosto, l’India proclamò la propria indipendenza.

Ebbe così inizio la più grande migrazione del XX secolo. Tra i 14 e i 18 milioni di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case. Gli induisti e i sikh lasciarono i territori assegnati al Pakistan, mentre milioni di musulmani intrapresero il viaggio nella direzione opposta.

Quello che avrebbe dovuto essere un trasferimento di popolazione si trasformò rapidamente in una catastrofe umanitaria. Le colonne di profughi venivano assalite lungo il cammino e i treni carichi di sfollati arrivavano spesso a destinazione con tutti i passeggeri massacrati.

Il numero delle vittime è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli storici: le stime variano da diverse centinaia di migliaia fino a circa due milioni di morti. La Partizione non pose fine al conflitto tra le due comunità. Al contrario, ne segnò l’inizio di una nuova fase.

La morte di Gandhi

Dopo la Partizione le violenze non cessarono.

Gandhi cercò fino all’ultimo di fermare l’ondata di odio. Invitava alla riconciliazione, lanciava appelli alla pace e ricorreva persino allo sciopero della fame per convincere le parti a deporre le armi.

Ma i nazionalisti induisti più radicali lo accusavano di fare troppe concessioni ai musulmani.

Il 30 gennaio 1948 Gandhi venne assassinato da Nathuram Godse, un estremista nazionalista induista.

L’uomo che aveva dedicato la propria vita alla lotta contro la violenza finì per diventarne una vittima. La sua morte segnò simbolicamente la fine di un’epoca in cui molti continuavano ancora a credere nella possibilità di un’India unita.

L’Impero britannico scomparve, ma le conseguenze della politica coloniale e dei confini tracciati nel 1947 continuarono a farsi sentire. Tra tutte le questioni rimaste irrisolte, nessuna si rivelò più esplosiva del Kashmir, destinato a diventare il principale focolaio di tensione tra India e Pakistan e il punto di partenza del capitolo successivo di questa storia.


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