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DOSSIER BANGLADESH: intervista all’analista bengalese Atif Jalal Ahmad

Il recente attentato di Dacca ha aperto gli occhi sulla realtà di quel lontano paese asiatico
di Emanuele G. - lunedì 25 luglio 2016 - 2371 letture

Fino a qualche settimana fa pochi sapevano cos’era il Bangladesh. Per molti era un misterioso paese posto ad est dell’India. Un paese considerato alla stregua di un qualcosa di esotico. Eppure lì stanno accadendo avvenimenti che dovrebbero preoccuparci. Da qui la necessità di comprendere meglio la situazione del Bangladesh.

Il presente dossier è diviso in due parti: un breve sguardo alla storia del Bangladesh (fonte: enciclopedia online della Treccani) ed un’intervista all’analista bengalese Atif Jalal Ahmad.

- STORIA DEL BANGLADESH

L’attuale Bangladesh nacque nel 1947 come Pakistan Orientale. Fin dagli anni 1950 le aspirazioni autonomistiche trovarono espressione nella Lega Awami e portarono all’aperta ribellione nei confronti della parte occidentale, che sfociò il 26 marzo 1971 nella proclamazione d’indipendenza con il nome di Repubblica popolare del Bangladesh. Determinante fu l’intervento indiano al fianco degli insorti. Il nuovo Stato presieduto da Mujibur Rahman ottenne un rapido riconoscimento internazionale (da parte del Pakistan solo nel 1974) ed entrò a far parte del Commonwealth. La Costituzione (1972) sancì la laicità dello Stato. Le elezioni legislative del 1973 confermarono l’egemonia della Lega Awami e il governo di Mujibur Rahman, ma i problemi economici e sociali ereditati dal passato, moltiplicati dalla guerra e acuiti da una serie di catastrofiche inondazioni e carestie, portarono presto a una crisi del nuovo Stato, accompagnata da crescenti violenze e disordini. Dopo la proclamazione dello stato di emergenza (1974), la riforma costituzionale del 1975 trasformò il B. in una Repubblica presidenziale a partito unico (Lega Awami), con un presidente dotato di ampi poteri.

Seguì un periodo di grave instabilità politica, con una serie di colpi di Stato fino all’ascesa alla presidenza della Repubblica di Ziaur Rahman (1977), che abolì il carattere laico dello Stato e fece della fedeltà all’islamismo uno dei principi cardine della nuova Costituzione, avviando peraltro una liberalizzazione controllata del regime che sfociò in una parziale ripresa di attività dei partiti. Ma il perdurare di una gravissima situazione economica e sociale, accompagnata da violenze e tumulti, lo sviluppo di una guerriglia tribale nella regione di Chittagong e le tensioni fra i militari portarono a ripetuti rovesciamenti ai vertici dello Stato. Nel 1982 con un colpo di Stato salì al potere H.N. Ershad, che sciolse il Parlamento e proibì ogni attività politica. Il ritorno alla legalità costituzionale venne più volte rinviato e solo nel 1986 furono indette elezioni generali, svoltesi in un clima di violenze e di brogli, che confermarono Ershad presidente e assegnarono al suo Partito nazionale la maggioranza assoluta in Parlamento (riconfermata nel 1988). Nel 1990, tuttavia, la crescita della protesta popolare portò alle dimissioni di Ershad e alla vittoria del Partito nazionalista del B. (1991) che ristabilì il sistema parlamentare precedente il 1975 con il nuovo governo guidato da Begum Khaleda Zia. A partire dal 1992 si sviluppò un periodo di aspri contrasti fra il governo di centrodestra, che comprendeva anche l’Associazione islamica (Jamiat-i-Islāmī), e le forze di opposizione raccolte attorno alla Lega Awami guidata da Sheīkh Hasina Wazed, cui si sommarono le tensioni tra i nazionalisti islamici e le minoranze buddhiste e induiste.Le nuove consultazioni del 1996 sancirono la vittoria della Lega Awami: Sheīkh Hasina Wazed fu incaricata di formare il governo.

Il nuovo esecutivo ridimensionò il programma di privatizzazione avviato dalla precedente legislatura e cercò di porre un freno alla violenza etnica (trattato di pace con i guerriglieri del Chittagong del 1998). Sul piano internazionale il paese mantenne i tradizionali legami con l’India. Le elezioni politiche del 2001 sancirono il ritorno al governo di Begum Khaleda Zia. Nel 2002, dopo le dimissioni del presidente Chowdhury, in seguito alle accuse di aver condotto una politica ostile al Partito nazionalista al governo, si insediò alla carica Iajuddin Ahmed. Il perdurare dello scontro aspro tra l’Awami League, laica e antipakistana, e il Partito nazionale del B., filopakistano e antisocialista, alleato dei partiti islamici, ha determinato un ulteriore inasprimento della vita politica negli anni successivi: nel corso del 2004 le forze di opposizione hanno organizzato 21 scioperi generali in una campagna per la cacciata del governo; si sono verificati gravi attentati contro la Lega Awami che ha lanciato un boicottaggio dei lavori parlamentari, conclusosi nel febbraio 2006, mentre una serie di attentati è stata attribuita all’attività di gruppi islamici armati, la cui presenza costituisce un fattore permanente di tensione. Nell’ottobre 2006, al termine del mandato di Khaleda Zia, le elezioni sono state rinviate e il presidente Ahmed ha assunto il ruolo di reggente fino alla rielezione, nel 2008, di Sheīkh Hasina Wazed. Le consultazioni presidenziali del 2009 hanno visto l’affermazione di Z. Rahman, che ha detenuto la carica fino alla morte, avvenuta nel marzo 2013; gli è subentrato ad interim A. Hamid, confermato nella carica alle elezioni tenutesi il mese successivo. Le consultazioni per il rinnovo del Parlamento svoltesi nel gennaio 2014 in un clima di forti tensioni e di gravi disordini hanno registrato la scontata, ampia vittoria del partito al governo della premier Hasina Wazed, che è stata riconfermata nella carica.

Nel luglio 2016 il Paese è stato teatro di una sanguinosa strage perpetrata dall’organizzazione terroristica Is in un ristorante di Dacca, in cui hanno perso la vita venti civili, tra cui nove italiani.

- L’INTERVISTA

Atif Jalal Ahmad è ricercatore del Woodrow Wilson Center, think tank di politica internazionale all’Università Rutgers (Usa). Ha scritto di recente un saggio dal titolo alquanto profetico «Isis infetterà il Bangladesh» .

La struttura della società del Bangladesh è piuttosto aperta ed egalitarian ad eccezione della minoranza Hindu. E’ questa descrizione della società del suo paese giusta ed appropriata?

“Penso che sia una tematica complicata. Nelle aree urbane gli Hindu vivono in grande armonia con i musulmani. A mio giudizio questwe divisioni nelle aree urbane non sono molto grandi. Nelle aree agricole, tuttavia, ci sono dei villaggi che sono identificati come “villaggi musulmani” e “villaggi Hindu”. Qui qualche forma di attrito c’è. Tengo a precisare che non ci sono notizie circa una violenza su larga scala anche se alcuni atti di violenza contra gli Hindu sono preoccupanti. Penso che il Bangladesh stia facendo un buon lavoro per mantenere un certo equilibrio fra la maggioranza musulmana e la minoranza Hindu. Anche se – e lo ripeto – i recenti atti di violenza contro insegnanti e preti Hindu non dovrebbero farci dormire sonni tranquilli.”

La società del Bangladesh è costituita per la maggior parte di giovani. Riescono ad avere un importante ruolo nelle dinamiche sociali del vostro paese?

“Se tu guardi alla piramide sociale del Bangladesh noti che un quarto della popolazione si trova nel range 0-24 anni. Poi c’è una percentuale piuttosto importante per quanto concerne quelli che hanno 25-29 anni. La gioventù ha un ruolo molto importante da giocare, ma dato che stiamo attraversando un periodo piuttosto difficile non è che abbiano spazio in politica. Molti dei club di giovani politici sono diretti da adulti che un tempo erano allievi delle università. Ciò conduce a un’apatia molto pronunciata da parte della gioventù del paese in termini di attivismo sociale e politico. La nostra gioventù, comunque, giocherà un importante ruolo nelle dinamiche sociali del Bangladesh come anche un loro coinvolgimento nei processi politici nel futuro affinché tutti si possa avere un Bangladesh migliore.”

Il ruolo delle donne è ancora incentrato sui valori tradizionali. C’è un movimento di generale emancipazione delle donne in Bangladesh?

“Anche qui c’è una netta divisione fra aree urbane ed aree rurali. Nelle aree urbane dove sono cresciuto, le donne pur dando molta importanza ai valori tradizionali stanno diventando sempre più numerose a lavorare nel settore privato. Le donne nel Bangladesh si stanno muovendo nella giusta direzione poiché un numero sempre maggiore lavora e stanno abbandonando quei ruoli tradizionali a cui erano soggette nelle precedenti decadi. I partiti del nostro paese hanno leadership femminili. Queste donne stanno infrangendo le barriere che erano state costruite in precedenza. La mia famiglia – lato padre e lato madre – è piuttosto progressista in questo senso. Nelle aree rurali le donne stanno prendendo in mano la loro vita diventando imprenditrici agricole. Penso che il movimento delle donne sta incamminandosi nella giusta direzione.”

La struttura sociale bengalese è strutturata su due concetti: “kinship” e “purdah”. Ce li può spiegare brevemente?

“Credo che il termine “kinship” abbia la stessa valenza in ogni parte del mondo. Essenzialmente si tratta della condivisione di esperienze di vita con i propri consanguinei ed è un valore molto rilevante qui da noi. “Purdah” è una pratica che è in voga in certe strutture sociale dove la donna deve stare lontano della tentazioni dei maschi massimamente per motivi religiosi”.

Da qualche tempo a questa parte in Bangladesh esiste una diffusa violenza sublimale. E’ forse dovuta a una sorte di radicalizzazione dei conflitti sociali?

“Effettivamente c’è un incremento di fenomeni di radicalizzazione nel paese a causa di miscredenti che buttano benzina sul fuoco di un odio fra Hindu e musulmani. Penso che non sia un processo generalizzato come lo stiamo conoscendo, ma la tempo stesso non possiamo mica trattarlo con leggerezza. La forza della legge deve fare un lavoro migliore per proteggere chi è sotto il gioco dell’odio dia nelle aree urbane che rurali.”

C’è una progressione del processo di radicalizzazione nel Bangladesh?

“A mio giudizio no. Penso che non siano avvenuti massici cambiamenti che avrebbero potuto alimentare una radicalizzazione su larga scala ai giorni d’oggi. Certamente i militanti hanno aumentato la loro presenza e attività ed è una realtà che dovremo affrotnare.”

Questo “processo di radicalizzazione” è dovuto a fattori esterni?

“Lo ripeto…al momento non c’è una radicalizzazione di massa in Bangladesh. Tuttavia, la militanza jihadista ha incrementato certamente le sue attività. I fattori estreni hanno svolto il ruolo di ulteriore accelerazione dei processi di radicalizzazione interna. Abbiamo l’ISIS dall’esterno e il JMB da dentro il Bangladesh sono problemi molto seri per il nostro paese.”

In che modo sta avvenendo questo processo di radicalizzazione?

“Si sta incrementando. Nessun dubbio su questo. Per fortuna che non è ancora ben stabilizzato in Bangladesh. Tutto dipende dall’azione del governo. Se ci sarà un’azione ferma allora il fenomeno sarà molto circoscritto.”

In Francia la radicalizzazione avviene nelle prigioni, e in Bangladesh?

“Non ho ancora notizie di questo. Le prigioni nel nostro paese hanno problemi specifici come corruzione o traffico illegale di merci come droga e sigarette che non dovrebbero esserci. Ma di radicalizzazione non se ne parla proprio.”

Perché questo processo di radicalizzazione?

“Radicalizzazione e lavaggio del cervello sono strumenti che permettono a questi gruppi di sopravvivere. Se non hanno abbastanza persone dal loro lato essi non possono veicolare i loro messaggi terroristici. Ed ecco perché la radicalizzazione è importante per questi gruppi. E’ un successo? I recenti attacchi dimostrano che essi sono abbastanza forti da spingere persone a uccidere innocenti. Così orea ci sono delle potenzialità pericolose con cui noi dobbiamo fare i conti…”

Un importante gruppo jihadista è JMB. Ce ne vuole parlare?

“JMB è stato attivo per un certo periodo in Bangladesh ed ha acquisito una certa notorietà quando fece esplodere delle bombe nel 2005. I suoi leader sono stati catturati ed impiccati. Così le sue operazioni si sono interrotte. Tuttavia, sono ancora attivi nelle aree rurali in quanto sono più difficili da scovare. Periodicamente – come ho già detto – i suoi leader sono stati arrestati con una certa frequenza qui in Bangladesh.”

Un altro gruppo particolarmente pericoloso è Al-Qaeda nel Sub-continente Indiano. Questo gruppo è attivo in Bangladesh?

“Al-Qaeda nel Sub-continente Indiano è stato accusato di aver avuto un ruolo nell’attacco terroristico alla Holey Artisan Bakery ed è noto con il nome di Ansarullah Bangla Team. Da documenti che ho avuto modo di leggere sono presenti in Bangladesh e spesso uccidono persone che appartengono a minoranze. Il problema è che questi attacchi sono rivendicati dall’ISIS.”

In occidente abbiamo avuto notizie delle attività di un gruppo che si fa chiamare Ansar Bangla…

“E’ l’altro nome con cui viene denominata la branca bengalese di Al-Qaeda nel Sub-contiente Indiano…”

Quando e perché tutti questi gruppi jihadisti sono attivi proprio in Bangladesh?

“E’ una domanda a cui rispondere è difficile, ma molti dicono che JMB iniziò le proprie operazioni negli ultimi anni dei novanta. Alcuni avanzano il sospetto che questi militanti jihadisti sono stati addestrati in Afghanistan al momento dell’invasione sovietica di quel paese.”

Ci sono rapporti fra questi gruppi jihadisti e partiti ufficiali islamici come Jamaat-e-Islami?

“Anche questa è una domanda un po’ complessa. L’ISIS ha dichiarato di recente che Jamaat-e-Islami non ha fatto nulla per implementare la legge di Allah in Bangladesh quando erano al governo. Jamaat sembra non supportare qui da noi l’ISIS per la ragione che sono controllati. Jamaat sta combattendo una lotta tutta sua per sopravvivere come entità politica in Bangladesh. Il che dovrebbe spingerlo a fare il possibile per destabilizzare l’attuale governo in modo da ritornare al potere ed essere gli attori di riferimento della politica bengalese. Molti attivisti di Jamaat sono stati arrestati su sospetto di militanza illegale. Credo che abbiano un disegno politico ben preciso sull’instabilità attuale del paese.”

L’ISIS è realmente operativo in Bangladesh?

“Credo che l’ISIS sia un fattore di forte imitazione in tutto il mondo per tutti quanti intendano commettere atti terribili. Penso che sia presente in Bangladesh e questo è un bel problema. Ancora non siamo in grado ci comprendere se ha una presenza forte in termini di combattenti, ma loro forse cooperano con altri gruppi come JMB. E ciò è un fattore di grave inquietudine per noi.”

Non c’è, dunque, il rischio di emulazione in Bangladesh da parte di gruppi locali nei confronti dell’ISIS?

“Appunto. C’è un rischio di una competizione malata per essere a disposizione dell’ISIS. Una competizione sempre più violenta e terroristica. Questo è un aspetto che dovrebbe preoccuparci tutti quanti.”

Il gruppo terrorista che ha attaccato il ristorante nel quartiere diplomatico era composto da giovani ricchi…cosa ne pensa?

“Molte volte il dito è stato puntato sulle Madrasse per essere un terreno fertile per il terrorismo qui in Bangladesh. Questi terroristi non erano affiliati alle Madrasse. Penso che le autorità si siano dimenticate di altri fattori e non abbiano tenuto in giusta osservazione persone che avrebbero poi potuto compiere attacchi terroristici. In breve, c’è da ritenere che il governo e le autorità debbano essere molto più vigili nel trovare possibili colpevoli.”

L’appello al jihad è un qualcosa di egualitario nel senso che attraversa tutte le classi sociali. E’ proprio così?

“Non sono sicuro che sia egualitario ad essere onesto. Penso che iu loro appelli sono fatti per dimostrare quanto possano essere potenzialmente più forti e migliori dei governi che sono attualmente in carica. Essi promettono sicurezza quando in realtà portano solo terrore, violenza e morte.”

Quali le azioni messe in campo dalle autorità del Bangladesh per minimizzare l’attività di questi gruppi jihadisti?

“Il governo sta lavorando duro per trovare sospetti ed effettuare arresti multipli. Penso che un’azione su larga scala sia necessaria nel paese per troncare le radici a questi terroristi come l’operazione Clean Heart del 2002. Tagliare le radici a questi jihadisti dovrebbe diventare la priorità numero uno.”

Come sta reagendo il popolo del Bangladesh a questo stato di disgregazione sociale perseguito dai gruppi jihadisti?

“Il popolo del Bangladesh si preoccupa molto per come stanno andando le cose. Il nostro popolo non ha l’abitudine di assistere ad atti di terrorismo sul suolo del Bangladesh e vuole che tutto questo finisca. In generale le persone qui sono tolleranti e non ne vogliono sapere di radicalizzazione. Anche qui vogliamo la fine dell’ISIS come tutto il resto del mondo.”

Il Bangladesh fa parte della regione geopolitica dell’India… Forse questi gruppi vogliono sabotare la politica estera del Bangladesh?

“Non penso che le relazioni fra Bangladesh ed India saranno danneggiate dall’azione dell’ISIS o di AQIS. Al contrario. Ciò farà si che i due paesi siano ancora più solidali in congiunte azione anti-terroristiche”.

Se guardiamo a una cartina geografica ci accorgiamo subito della posizione strategica del Bangladesh. Un’altra ragione della presenza di gruppi jihadisti nel suo paese?

“Questa potrebbe essere certamente una ragione. Tuttavia vorrei ripetere un concetto che ho espresso in precedenza. L’ISIS vuole usare violenza in quei luoghi dove i governi non essendo stabili al fine di incrementare il proprio territorio operativo. Il valore strategico del Bangladesh esiste, c’è ma è contornato da nord, ovest ed est dall’India. Questo per loro sarebbe un handicap di non poco conto. Certamente il Golfo del Bengala è molto importante per il commercio e altre attività così da rendere il Bangladesh un valore strategico che non può essere ignorato dai militanti di questi gruppi jihadisti.”

Può darsi che il centro della destabilizzazione del Bangladesh possa trovarsi nel Pakistan?

“Ci sono accuse riguardanti che l’ISIS abbiamo formato lì alcuni dei militanti bengalesi, ma al momento non ci sono prove certe. Pakistan e Bangladesh hanno delle relazioni per così dire “fredde” dovute alla loro storia. A mio parere sarebbe non proprio sensato che il governo del Bangladesh sia coinvolto in una tensione diplomatica con il Pakistan quando ha bisogno di concentrarsi sulla presenza terrorista a casa propria. Se il coinvolgimento del Pakistan sarà provato allora bisognerà occuparsene.”

Pakistan ed India hanno avuto numerosi episodi di sconti e guerra. Il Bangladesh può essere parte di questo conflitto?

“Non penso… Pakistan e India condividono un confine che è piuttosto “animato” per così dire. Entrambi i paesi sono armati con armi nucleari e hanno come punto principale di conflitto il Kashmir. Il Bangladesh non ha nessuno di questi problemi con entrambi i paesi e le relazioni con l’India non hanno sofferto di nessuna crisi nel periodo recente. Insomma, non penso che il Bangladesh si farà tirare dentro una spirale in questa direzione.”

Dr. Ahmad la ringrazio per la lunga ed esaustiva intervista che ci ha concesso.

Credo che uno degli strumenti per fronteggiare il terrorismo radicale e/o jihadista è quello di aumentare le relazioni fra i popoli in modo da iniziare un processo di reciproca comprensione atto a isolare il terrorismo jihadista che è diventato in pochi anni uno dei principali motivi di destabilizzazione del mondo attuale.

Naturalmente bisognerà avere l’abilità di capire il perché dell’esistenza di questo terrorismo poiché è venuto il momento di risolvere i problemi decennali che hanno fatto maturare nel tempo le indicibili ondate di violenza in atto.

- PER SAPERNE DI PIU’ SUL BANGLADESH:

CIA Bangladesh Factbook

Crediti fotografici: la fotografia pubblicata ci è stata fornita dal Dr. Atif Jalal Ahmad.


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