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Cultura dell’incontro, disarmo e nonviolenza come condizioni necessarie della mobilità umana

Il grido che chiede di fermare e abolire la guerra prima che essa distrugga ogni traccia di umanità non è un’utopia ingenua, ma il più lucido dei realismi.

di Laura Tussi - lunedì 22 giugno 2026 - 274 letture

Il grido che chiede di fermare e abolire la guerra prima che essa distrugga ogni traccia di umanità non è un’utopia ingenua, ma il più lucido dei realismi. In una prospettiva di sociologia del turismo e della mobilità globale, questo significa riconoscere che la possibilità stessa dell’incontro tra persone, culture e territori è strutturalmente incompatibile con un mondo dominato dalla violenza e dalla minaccia permanente.

Di fronte all’escalation degli armamenti e alla brutalità dei conflitti contemporanei, la retorica della “guerra giusta” o della “pace armata” mostra tutti i suoi limiti. Essa produce infatti una condizione di instabilità diffusa che incide direttamente sui flussi turistici, sulle migrazioni, sugli scambi culturali e sulle forme di ospitalità. Il turismo, inteso non solo come industria economica ma come pratica sociale di incontro tra differenze, non può svilupparsi pienamente in contesti segnati dalla paura, dal controllo militare o dalla percezione costante del rischio.

La storia dimostra che la violenza non genera mai sicurezza, ma soltanto ulteriore violenza, alimentando un ciclo in cui a pagare il prezzo più alto sono sempre le popolazioni civili, i giovani e la qualità della convivenza globale. In tale scenario, invocare la pace, il disarmo e la smilitarizzazione non significa soltanto auspicare l’assenza di conflitti armati, ma proporre una rifondazione complessiva delle relazioni umane e sociali che rendono possibile anche l’incontro turistico e interculturale.

La scommessa della nonviolenza si colloca esattamente in questo punto di svolta. Non è una postura passiva, ma una pratica attiva di trasformazione sociale. Essa implica il rifiuto di ogni logica che normalizzi la guerra come strumento di regolazione dei rapporti internazionali e promuove invece la costruzione di relazioni fondate sulla fiducia, sull’ascolto e sulla cooperazione. In termini sociologici, questo si traduce nella creazione delle condizioni strutturali per la mobilità sicura, per l’ospitalità reciproca e per la circolazione libera delle persone.

Scegliere la nonviolenza oggi significa comprendere che l’alternativa non è tra diverse strategie di sicurezza, ma tra la sopravvivenza condivisa e la frammentazione conflittuale del mondo sociale. Una reale smilitarizzazione comporta il dirottamento delle risorse economiche, scientifiche e politiche oggi destinate al settore bellico verso la costruzione del benessere collettivo, della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale. Solo in questo quadro può svilupparsi una cultura dell’incontro autentica.

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Angela Belluschi, madre dell’autrice - disegno

Cultura dell’incontro e sociologia del turismo

La sociologia del turismo evidenzia come il viaggio non sia soltanto spostamento fisico, ma soprattutto esperienza relazionale e simbolica. L’incontro con l’altro, con la diversità culturale, religiosa e sociale, rappresenta il nucleo generativo dell’esperienza turistica contemporanea. Tuttavia, questa dimensione si indebolisce o si deforma quando è attraversata da conflitti, militarizzazione dei territori, barriere fisiche e psicologiche o narrazioni securitarie.

La cultura dell’incontro può svilupparsi solo in assenza di violenze e minacce, poiché la paura modifica radicalmente la percezione dell’altro, trasformandolo da soggetto di relazione a potenziale pericolo. In questo senso, la pace non è semplicemente un contesto favorevole al turismo, ma una sua condizione strutturale. Senza sicurezza umana, senza diritti garantiti e senza la riduzione delle disuguaglianze globali, anche le forme più avanzate di turismo sostenibile rischiano di restare superficiali o esclusive.

La nonviolenza, quindi, non è soltanto una scelta etica o politica, ma diventa una categoria fondamentale per comprendere la possibilità stessa della mobilità contemporanea. Essa permette di leggere il turismo come spazio di costruzione di pace quotidiana, dove l’incontro tra persone diverse contribuisce alla decostruzione dei pregiudizi e alla creazione di legami sociali transnazionali.

Il turismo non può essere separato dal contesto geopolitico

In definitiva, la riflessione sociologica sulla guerra e sulla pace mostra che il turismo non può essere separato dal contesto geopolitico e dalle condizioni di sicurezza globale. La cultura dell’incontro, che rappresenta una delle promesse più significative della modernità globale, può affermarsi solo dentro un orizzonte di disarmo progressivo e di riduzione strutturale della violenza.

La pace non è quindi uno sfondo neutro, ma una condizione attiva e necessaria per la costruzione di società aperte, mobili e inclusive. In questo senso, la nonviolenza non è un ideale astratto, ma la base concreta su cui si fonda la possibilità stessa di un turismo autenticamente umano, capace di generare conoscenza reciproca, solidarietà e convivenza tra i popoli.


Nella foto: un disegno di Angela Belluschi, madre dell’autrice, con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar


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