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Cuba ovvero la virilità da salotto

Cuba, che da sessantanni subisce un embargo che stringe come una mano al collo. Non si vede, non fa rumore, ma non molla mai.

di Giuseppe Pellizzeri - mercoledì 1 aprile 2026 - 441 letture

“Sì, avrò l’onore di prendere Cuba e di farci tutto quello che voglio” ha di recente detto il Presidente biondo che fa impazzire il mondo. Come se giocasse a Monopoli o a Risiko. Solo che al posto delle birilli ha le portaerei, e al posto delle bandierine le conferenze stampa. E non è propriamente la stessa cosa. E così, invece di lanciare i dadi e conquistare la Kamchatka o la Jacuzia, si monta la testa, si crede l’Illuminato e via di attacchi. Prima il Venezuela, poi il Medio Oriente, passando per l’Iran e i suoi giacimenti. Nel frattempo ci mettiamo in mezzo anche la Groenlandia, perché “ci serve assolutamente” dice. Non si capisce per che cosa, ma tant’è. E adesso, con la stessa leggerezza con cui uno sceglie il gusto del gelato: Cuba.

Cuba, che da sessantanni subisce un embargo che stringe come una mano al collo. Non si vede, non fa rumore, ma non molla mai. Niente cibo, Niente luce. Niente farmaci. Niente carburante. Niente di tutto questo. Immagina una madre che apre il frigo sapendo già cosa troverà: niente. Immagina un ospedale che deve scegliere cosa tenere acceso e cosa no. Immagina un ragazzo che studia al buio, non per romanticismo, ma perché la luce è finita davvero. E poi prova a immaginare il silenzio. Ma non quello poetico, quello che ci piace raccontarci quando spegniamo il telefono. Il silenzio pesante invece, quello immobile, quello interrotto solo da generatori improvvisati e dalla gente che aspetta. Senza sapere bene cosa. Tutto questo è Cuba. Tutto questo è la vita a Cuba.

Nel circo kafkiano della geopolitica mondiale, dove i potenti giocano a braccio di ferro con i poveri, Cuba è diventata l’ennesima prova di virilità da salotto: togli la corrente, stringi il cappio, fai mancare il carburante, blocca tutto e poi magari raccontati pure che stai difendendo la libertà. Una libertà curiosa, bisogna dire, che arriva sempre sotto forma di fame, buio e disperazione. Geniale davvero. Roba da pretendere un premio Nobel al cinismo, se esistesse (visto che quello per la pace glielo hanno già dato, ma di seconda mano). Perché ci vuole talento, e anche tanto bronzo in faccia, a guardare famiglie che arrancano, ospedali in difficoltà, vecchi e bambini nel buio, e raccontarsi pure di stare dalla parte giusta della storia.

Del resto è facile sentirsi giganti quando si schiaccia chi è già in ginocchio. Applausi, fanfara, banda musicale. E ogni volta c’è sempre qualche trombettiere dell’impero che prova a venderci questa crudeltà come una lezione di civiltà. Come no. Peccato che sotto la retorica da sceriffo del mondo resti una cosa molto semplice e molto indecente: a pagare sono sempre le persone normali. Quelle che non chiedono di partecipare a nessuna partita, ma vorrebbero solo una casa non bombardata, un ospedale funzionante, un po’ di benzina, un po’ di pane, insomma una vita appena decente. Calpestare la dignità umana e chiamarla democrazia: un classico senza tempo, quasi un genere letterario.

Poi però, quando si abbassano le luci del teatrino, resta la verità nuda, e quella non la sistemi con la propaganda: lasciare un popolo nel buio non è forza, è vigliaccheria. Affamare la gente non è politica, è miseria morale. E usare la sofferenza come strumento di pressione non è grandezza, è solo la prova che sei potente contro chi non ha più niente da perdere. Che sarebbe pure facile, se non fosse così osceno. E allora sì, possiamo ridere amaramente dei bulli in giacca e cravatta che giocano al Monopoli col mondo e si credono Cesare, Napoleone o lo sceriffo del pianeta. Ma senza dimenticare mai che Cuba, sotto i loro deliri da padroni dell’universo, non è una casella del Risiko da occupare. È gente. Gente viva. Gente vera. Gente la cui sofferenza non può essere definita come un danno collaterale: è solo e soltanto una vergogna infinita, una ferita che non smetterà mai di sanguinare sul volto martoriato di questa nostra terra.


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