Credere consumare e includere
A scuola si impara la religione dell’inclusione. La parola inclusione nel linguaggio formale e informale, orale e scritto è la “parola magica” onnipresente nei documenti scolastici.
Anche l’anno scolastico 2025-2026 si chiude, e anche nell’anno appena trascorso come nei precedenti il pedagogese, la nuova lingua del capitale, con cui il capitalismo si incipria per nascondere il volto truce che lo connota e denota regna sovrano. A scuola si impara la religione dell’inclusione. La parola inclusione nel linguaggio formale e informale, orale e scritto è la “parola magica” onnipresente nei documenti scolastici.
Per includere è necessario dotare tutti gli alunni di spirito imprenditoriale, di competenze, di capacità competitive e dell’onnipresente inglese. La parola inclusione ha un tale potere che nei consigli in nome della scuola inclusiva anche dinanzi a risultati disastrosi si teme di dare il debito o di respingere l’alunno. La parola respinto non è più usata, si predilige la parola “non ammesso”. La delicatezza linguistica cela la bruta realtà. L’inclusione implica anche un lavoro lessicale, pertanto talune parole sono state cancellate e sono state condannate perché poco inclusive…
Nelle discussioni pedagogiche per silurare l’avversario la si usa a piene mani, pertanto è sufficiente affermare che un docente non è inclusivo, perché sia tacitato e non parli mai più. La parola inclusione ha il potere di escludere coloro che osano uscire dal confine minato dell’inclusione. Dinanzi a situazioni impossibili, si fa appello a ricostruzioni psicologiche ardue per convincere che vi è il pericolo anche dinanzi ad un semplice debito dell’esclusione.
Naturalmente l’inclusione usata come mezzo per evitare debiti, bocciature e provvedimenti disciplinari nasconde dietro la cipria la logica dei numeri e degli interessi di parte. La scuola azienda se ha meno di 900 alunni non ha più direzione, se la scuola azienda è troppo seria e seriosa, è considerata poco inclusiva, perché non segue il ritmo della società dello spettacolo e dunque è poco attrattiva e fa poche iscrizioni. L’inclusione comporta una scuola leggera con pochi contenuti e sempre pronta a dar fiducia anche dinanzi alla cruda realtà. L’inclusione è il “cavallo di Troia” che ha inabissato la formazione nel niente con gran gioia del mercato e della società dello spettacolo.
Naturalmente la scuola è talmente inclusiva da essere essa stessa inclusa nella società dello spettacolo. Tra i docenti vi è la corsa ad essere inclusivi con l’ipertrofia dei voti e con l’evaporazione dei contenuti. Ci si adatta al linguaggio dei ragazzi, per cui video e simili sono parte della didattica. Poco importa se anche nei licei gli alunni hanno serie difficoltà nella lettura e nella scrittura, si procede come “mondo vuole”.
La verità non la si può annegare e riemerge, per cui si constata che la scuola inclusiva produce l’eguaglianza nell’ignoranza, il culto del denaro e della competizione. A scuola dietro il paravento delle belle parole regna la lotta e, spesso, gli alunni più sensibili, intelligenti e i più fragili sono esclusi dalla grama e residuale vita sociale che ancora resta. La scuola inclusiva, scuola superiore naturalmente, organizza crociere e viaggi d’istruzione nei quali chi non ha denaro è escluso, ma di questo non si discute mai. La parola inclusione usata nelle liturgie pedagogiche per celare il niente e l’incuria verso gli alunni si accompagna sempre a percorsi disciplinari minimi e non pone mai il problema primo: l’inclusione presuppone l’ingresso nella comunità. Ora l’ideologia liberista che tutto riduce a denaro ha fondato l’individualismo atomistico.
La libertà è solo sopraffazione, nella competizione spietata nella società civile contano solo il denaro e la scaltrezza. Si è inclusi nella “bestia selvatica del mercato” che macina esseri umani e merci come se nulla fosse.
Ciò che rende terribile l’uso indiscriminato della parola inclusione è la pratica del “confino nel mercato”, in cui sfocia l’inclusione all’ombra delle spire del modo di produzione capitalistico. Non si include nella comunità, ma nel mercato nel quale o si combatte l’uno contro l’altro o non si hanno speranze di sopravvivere.
L’umanesimo democratico, socialista e cristiano è sepolto a scuola. L’inclusione elargisce diplomi e promozioni, in modo da far apparire il sistema democratico, ma se poi non si regge al ritmo della lotta e non si è capaci di vendere le proprie competenze sul mercato e di vendersi la colpa ricade sui deboli e sugli sconfitti, per questi ultimi il sistema interviene con gli psicofarmaci, e in tal modo si banchetta sugli infelici che non hanno retto alle “solitudini dell’inclusione”.
Nella società inclusiva adolescenti e bambini sono sempre più depressi e demotivati perché soli, a loro si ripete che per essere inclusi devono essere seduttivi e vincenti sempre. Si affaticano nelle palestre e affinano le armi per vincere nel ring dell’atomistica delle solitudini con corsi di inglese e con corsi intensivi per prepararsi all’inclusione nelle facoltà a numero chiuso. Tutto questo rigorosamente per ricchi. Eppure si continua a parlare di inclusione. La verità è vissuta dai docenti che, mentre esaltano l’inclusione, sono loro I primi ad essere tra gli esclusi. Le professioni formative sono considerate perdenti. Gli insegnanti con stipendi al limite della povertà e sussunti sudditanza in una scuola sempre più povera e verticistica sono presi dalla tagliola dolorosa di una crisi di senso.
In questa condizione vi è da chiedersi come possono essere il motore di una inclusione reale. Per includere sono necessari cultura, contenuti, studio, spirito critico e investimenti. I tagli sono stati spietati negli investimenti e nei contenuti, per cui la scuola è oggi un pachiderma burocratico. Per ridare dignità alla formazione, il cui senso è formare personalità assiologicamente solide e capaci di filtrare informazioni con la forza plastica del concetto, è necessaria una autentica rivoluzione culturale e sociale.
Siamo dinanzi ad un uso ideologico della parola inclusione che serve come sovrastruttura per necrotizzare la pubblica discussione a scuola e nella società tutta. La chiacchiera pedagogica è parte del lungo percorso che sta conducendo alla disintegrazione delle personalità e della formazione con la macina affilata della parola inclusione.
A scuola e fuori della scuola sono presenti voci critiche e sacche di resistenza che segnalano il problema, nulla è perduto, sta a noi che viviamo la realtà materiale e portiamo i segni della verità nello sguardo e nella psiche denunciare le contraddizioni dell’inclusione e uscire dal coro salmodiante che inneggia all’inclusione senza pensarla nella sua oggettiva configurazione concettuale.
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