Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Attualità e società |

Cronaca del giorno dopo il 15 ottobre

Una grande manifestazione, la più grande in questo giorno europeo di indignazione, trasformata in una giornata di guerriglia senza precedenti
di Ugo Giansiracusa - martedì 18 ottobre 2011 - 2459 letture

Ieri sono successe due cose a Roma. Solo incidentalmente hanno avuto luogo nello stesso posto e nello stesso tempo, ma nient’altro ha accomunato gli scontri di qualche centinaio di persone con la grande manifestazione pacifica che ha portato in piazza una generazione indignata da come il loro futuro sia stato ipotecato dalle banche, dal Fondo Monetario Internazionale e dal mondo della finanza. Da una parte una violenza cieca, incondizionata, studiata metodicamente. La violenza come unico senso all’esistenza. Dall’altra il malessere civile di una generazione che non riesce a vedere un futuro alla proria vita, ma continua a lottare per per poterlo decidere.

Arduo riuscire a fare un discorse e una cronaca che comprenda entrambi gli eventi. Difficile trovare un minimo comune denominatore ad espressioni tanto diverse eppure generate da una medesima difficoltà ed espresse da una stessa generazione di giovani.

Com’è possibile che una grande manifestazione di protesta pacifica si sia trasformata in una guerriglia urbana? Chi sono questi black bloc?

Parliamoci chiaramente. Impreparati sono state le forze dell’ordine come impreparati sono stati gli organizzatori della manifestazione. Perchè non è possibile che gruppi assolutamente identificabili e riconoscibili riescano ad entrare in una manifestazione senza che un servizio d’ordine intervenga per isolarli e cacciarli. Ho visto tre gruppi organizzati che palesemente non avevano buone intenzioni. Fischiati dal resto del corteo, chiamati fascisti, accolti da grida di dissenso. Tre gruppi molto diversi tra loro ma che avevano lo stesso scopo, utilizzare un’occasione ghiotta per mettere in atto una guerra privata con le forze dell’ordine. Che il luogo della battaglia sia lo stadio o una manifestazione poco importa. Che di mezzo ci vadano altre persone poco importa. Violenza cieca che non accetta compromessi e discussioni. Che non si ferma davanti a nulla. Il fatto che ieri non ci sia stato il morto è un dato di pura e semplice casualità. Ma bisogna dire che le forze dell’ordine, di cui raramente posso apprezzare il comportamento, hanno cercato di agire ponderando la situazione e cercando di limitare al massimo il pericolo di coinvolgere i manifestanti pacifici. Grande differenza, ad esempio, con quello che successe a Genova dove chiunque, ad un certo punto, veniva caricato in maniera indiscriminata e sconsiderata, creando quella “macelleria messicana” che ancora oggi fa venire tristezza e rabbia a molti. E se la situazione non è totalmente degenerata io, personalmente, lo associo ad un comunicato del Quirinale che raccontava di continui contatti tra il Presidente della Repubblica e il Capo della Polizia Manganelli durante lo svolgimento della manifestazione e degli scontri. Cosa assolutamente anomala. Compito che sarebbe spettato al Presidente del Consiglio o al Ministro degli Interni. Ma in questo vuoto di competenze e capacità politiche Napolitano si è preso anche questo incarico. In fin dei conti in piazza c’erano quei giovani che tante volte lui ha chiesto di ascoltare.

Sicuramente, questa mattina, mi ha piuttosto sconvolto vedere le foto del blindato della Polizia in fiamme in cui si leggeva, fra le fiamme, la scritta ACAB, (acronimo che sta per All Cops Are Bastards, tutti gli sbirri sono bastardi) che riunisce nell’odio per le forze dell’ordine tifoserie da stadio e realtà varie; e sotto quell’acronimo, che con la protesta degli indignati non aveva assolutamente nulla a che vedere, la scritta: “Carlo vive”. Carlo Giuliani assassinato in una giornata molto simile. Un’altra giornata che doveva essere di protesta civile e diventò incivile brutalità. E viene alla mente anche Stefano Cucchi. E viene alla mente anche Federico Aldrovanti. Ragazzi assassinati senza un assassino. Tutte storie che hanno visto le forze dell’ordine coinvolte. E allora nasce la mitologia, o la realtà, di una casta di intoccabili in divisa a cui è permesso di tutto senza che vengano mai puniti. E la rabbia monta, cresce, travalica i confini della razionalità per diventare una faida privata di guerriglie domenicali, sgomberi di centri sociali, cariche e assalti nei boschi della Val di Susa. E il filo dei pensieri si perde in una realtà che raramente viene esplorata dai mezzi di informazione. Un nucleo di rabbia montante che non ha altra voce della violenza. Una realtà marginale, certamente, ma che esiste, dimenticata.

Quello che ho potuto vedere con i miei occhi è stata una contrapposizione frontale. Chiamateli violenti, facinorosi, infiltrati, chiamateli come volete... io ho visto giovani che hanno rischiato la propria incolumità in ore e ore di scontro con una rabbia che non ho i mezzi per spiegare ma tale da consentirgli di correre rischi enormi. Neanche si stesse parlando di fare una rivoluzione. Neppure se l’obiettivo fosse stato di prendere d’assalto il parlamento o qualche altro luogo del potere. Nonostante la vostra totale incapacità a vederci noi esistiamo, ed eccoci.

A poche decine e centinaia di metri di distanza il popolo colorato e variegato degli indignati guardava atterrito lo spettacolo allucinante. Nubi di fumo nero delle fiamme appiccate dal black bloc unirsi ad una enorme nuvola di fumo grigio dei gas lacrimogeni. Continui botti, come in un preludio di capodanno, delle bombe carta.

La manifestazione ormai era morta. Le ragioni della protesta sarebbero inevitabilmente passate insecondo piano rispetto a quello spettacolo da guerra urbana. La preoccupazione per gli amici e i conoscenti che stavano chissà dove. L’impotenza totale. Qualcuno che tentava di frapporsi tra le forze dell’ordine e quela rabbia urlante, con il solo risultato di prendersi i lacrimogeni e le pietre, insieme. Lo spezzone finale del grande corte che veniva deviato verso una’altra piazza, sicura, lontano dagli scontri di San Giovanni, mentre i più rientravano sconvolti alle loro case. Cinquecentomila futuri dimienticati, inascoltati, frustrati, ancora una volta, anche nel momento in cui volevano farsi sentire, finalmente. I disperati vincono sugli indignati.

Non è giusto. Si, è giusto. Ognuno fa sentire il proprio disagio. Strana storia questa lotta intestina in una generazione senza futuro. Bisognerà parlarne tanto per cercare di capire. Dopo l’indignazione, sopratutto noi, abbiamo il compito di comprendere. Comprendere i più deboli e farci sentire dai più forti. Difficile. Ma bisognerà farlo per non ritrovarci ancora senza voce, stretti in una tenaglia di rabbia e violenza che non conosce il dialogo e il confronto.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -