Covid-19 2020 - Quella guerra in prima linea

Un’infermiera specialista in un reparto di terapia intensiva presso un ospedale milanese ci descrive alcuni retroscena di cui si è parlato poco.
di Silvia Zambrini - sabato 20 febbraio 2021 - 666 letture

Da circa un anno ascoltiamo opinioni, pareri di scienziati, provvedimenti politici, in un continuo show mediatico. Un’infermiera specialista in un reparto di terapia intensiva presso un noto ospedale milanese ci descrive adesso un retroscena di cui si è parlato meno.

Sin dai primi casi di Covid, tutte le Unità di Terapia Intensiva hanno raggiunto velocemente la saturazione. Nel mio ospedale ce n’erano 3 e sono subito state accorpate in un unico reparto, compresa l’Unità di Terapie Intensive Coronariche in cui lavoro abitualmente: a parte che per i casi più urgenti, le funzioni originali di cura per i cardiopatici ed epatopatici sono state sospese e i pazienti dirottati verso altre strutture.

Il problema era gestire i nuovi pazienti a livello di posti letto ma soprattutto di respiratori, monitor e assistenza 24 ore su 24. Normalmente occorre un infermiere ogni 2 pazienti. Siamo arrivati ad averne 4 per un solo infermiere. In pochi giorni da 4 o 5, i malati sono saliti a 27. Una volta risolto il problema dei posti letto, quello della mancanza di personale sanitario si è manifestato con evidenza. Sono stati chiamati altri operatori.

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Milano - Reparto di terapia intensiva

Il reclutamento avveniva su base volontaria. Spesso i nuovi aggiunti non avevano le competenze adeguate. Alcuni arrivavano dalle Unità di Terapia Subintensiva, con solo esperienza di ventilazione non invasiva (CPAP). Si sono affiancati a noi per imparare le manovre di utilizzo dei macchinari. Erano molto motivati e si è creato un buon clima di collaborazione. Ma quello della mancanza di professionisti sanitari era ed è rimasto un problema. Non solo per il nostro ospedale.

Quando si è presentata la seconda ondata, alcuni dei nostri anestesisti e infermieri si sono offerti per andare all’ospedale in Fiera che nel frattempo era stato ultimato e assorbiva parte dei pazienti. Rispetto a prima eravamo più preparati nel vestirci e tutto il resto ma le Rianimazioni venivano nuovamente accorpate in un unico reparto di emergenza Covid e i pazienti che necessitavano della terapia intensiva per altre patologie, di nuovo convogliati presso altre strutture.

Uno stato di pandemia cambia la vita a chiunque, molto di più per chi lavora a contatto col virus.

Ci chiamavano per svolgere dei turni straordinari. A ogni turno faceva comunque seguito il necessario riposo. Da sempre assistiamo malati gravi ma stavolta c’era un problema infettivo importante: dovevamo stare attenti a noi ma soprattutto a loro. Avevamo fatto un corso specifico di vestizione e svestizione, entrata e uscita dal reparto. Avevamo una stanza a disposizione con camici, mascherine, visiere, cuffiette e calzari. Ci vestivamo in coppia per controllarci l’un l’altro. 3 paia di guanti servivano a togliere l’ultimo tra un paziente e l’altro, lavarsi le mani con indosso il secondo e indossarne uno nuovo. Il sudore continuo era sfiancante.

Durante la prima ondata ci si organizzava per la preparazione dei farmaci, comunicando col walky talky. L’elenco dei farmaci lo ricevevamo via fax se eravamo nelle sale attigue alla Rianimazione (nemmeno un foglio poteva passare tra dentro e fuori). In queste sale c’era sempre un collega pronto all’occorrenza per aiutare con l’igiene quotidiano dei pazienti, il cambio di terapia, la sostituzione dei filtri per i ventilatori.

Tornare a casa a fine turno era un conforto ma anche una preoccupazione. Mio marito per sdrammatizzare diceva di essere fortunato perché il virus lo riceveva direttamente a domicilio ma io e i colleghi eravamo terrorizzati per chi vive con noi.

Più volte abbiamo assistito a servizi televisivi sui reparti di Covid che però, pur impressionandoci, non restituiscono per intero la realtà di quei luoghi.

In ospedale avevamo a disposizione una psicologa pronta a sostenerci nei momenti di peggiore sconforto. L’impotenza davanti alle sofferenze dei pazienti era tremenda. Purtroppo siamo abituati a vedere morire i pazienti ma questa volta erano molti di più. All’interno delle Rianimazioni in genere si sentono le voci di medici, infermieri e dei pazienti quando non sono intubati. Durante il Covid si sentiva solo il rimbombo dei macchinari, amplificato dalle superfici svuotate di ogni cosa non necessaria, in un’atmosfera spettrale, quasi irreale. I turni sembrava non finissero mai.

La minaccia di una terza ondata non viene risparmiata dai mass media. Vediamo cosa potrebbe succedere a livello pratico in tal caso.

La linea guida rimane quella dei sistemi di protezione individuale. Ora che i reparti non sono più accorpati mi trovo di nuovo nella mia Unità di Cardiologia: qui accogliamo anche i “pazienti grigi”, che provengono dal pronto soccorso in seguito a primo tampone negativo. Per 48 ore li trattiamo come potenziali positivi perché più volte il secondo tampone ha dato altri esiti. Un altro reparto, rimasto adibito al Covid, continua a ricevere i pazienti positivi al virus ma non servirà ad evitare altri accorpamenti se le cose dovessero di nuovo peggiorare: può contenere fino a 16 pazienti e al momento già è completo! Il 90% del personale sanitario è stato vaccinato e questo è indubbiamente un passo avanti in caso di una malaugurata terza ondata.

Se in uno dei maggiori ospedali milanesi, dotato di generose misure di profilassi, il lavoro e le responsabilità individuali hanno potuto compensare almeno in parte la mancanza di medici e infermieri, viene da chiedersi fino a che punto l’impegno dal basso abbia potuto fare altrettanto in tutti gli altri ospedali meno organizzati e con minori risorse.

Qualcuno di noi ha contratto il virus ma alla fine, facendo le cose per bene, era più difficile contagiarsi in ospedale che altrove; ed è stata una fortuna anche per i pazienti visto che noi già eravamo pochi! Quando il mio primo tampone è risultato negativo mi sono commossa perché era la prova che avevo fatto bene il mio lavoro e avrei potuto continuare a farlo. Più forte di prima!

Quello che ha vissuto la nostra intervistata, e come lei tanti altri operatori, ci induce a riflettere su un mondo di persone che lavorano a stretto contatto con la sofferenza, cariche di responsabilità. Di cui solo adesso ci si accorge. All’Ospedale di Niguarda a Milano un portale internet ha raccolto alcune loro testimonianze e impressioni durante questo anno particolarmente difficile.

Ci chiamano angeli o eroi. Ma non lo siamo affatto, siamo gli stessi professionisti che fino a mesi fa venivano descritti, a volte, come “fannulloni”. E saremo gli stessi professionisti che ricominceranno ad essere insultati, minacciati ed aggrediti quando l’emergenza sarà passata. C’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre. Non siamo eroi. Gli eroi non hanno paura ed invece noi ne abbiamo. Abbiamo paura quando indossiamo la nostra “armatura” prima di iniziare il turno, paura di essere incapaci di combattere il nemico, paura di vedere negli occhi delle persone la loro paura, la loro sofferenza, la loro angoscia, la loro solitudine. Ogni logica crolla, ogni regola è sovvertita. (Angela)

Ciò che abbiamo vissuto in quelle stanze è irreale, ci ha fatto vivere emozioni contrastanti e che mai avremmo immaginato poter vivere. Le porteremo dentro di noi per sempre, come segno indelebile nelle nostre anime. Alcune emozioni le abbiamo raccontate, altre le racconteremo quando pronti a farlo, altre, invece, non le racconteremo mai, le terremo per noi. Dentro quelle stanze abbiamo fatto squadra, consapevoli che l’unione fa la differenza e la forza. (Maria Pia)

Ogni volta che mi presento davanti al timbro, prima di entrare in reparto, sento una tensione. Mi cambio, mi metto camice e mascherina. Entro nel mio reparto e intravedo il mio Team di persone eccezionali che, nonostante tutta la tensione, ci sono. (Pietro) ​

Noi operatori sanitari, noi infermieri, non molliamo così facilmente. Ti sconfiggeremo e di te non rimarrà che solo un brutto ricordo. Una brutta lezione. Faremo tesoro degli errori fatti e che faremo. (Giorgio)


L’articolo è stato pubblicato anche su Fana.one



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