Costanzo Preve e l’Eurasia
L’adesione a Eurasia fu parte essenziale del congedo del filosofo dalla critica senza proposta alternativa, dalla nostalgia del passato e dalle categorie di destra e sinistra. Si può non condividere, ma...
Uno degli aspetti meno conosciuti di Costanzo Preve è la sua “esplorazione della possibilità eurasiatica” per liberare l’Europa dall’occupazione militare e culturale statunitense. L’americanismo messianico, dopo la caduta ingloriosa dell’URSS, è l’ideologia con cui l’oligarchia ha tinto la cattiva politica di espansione e di dominio verso Est fino ad ululare sui confini russi, come ebbe a denunciare Papa Francesco.
L’espansione dal “bombardamento etico della Serbia nel 1999” fino ad arrivare alla seconda guerra del Golfo del 2003 è sempre avvenuta fuori dalla legalità internazionale. Solo gli interventi in Somalia (1993), Libia (2011) e Bosnia (1995) hanno avuto copertura legale. La direttrice dell’espansione tra Europa e Asia non è stata solo militare, e non lo è, ma è sempre stata sostenuta da un veloce processo di cannibalizzazione delle culture altre e imposizione del modello antropologico USA.
L’americanismo sostiene la struttura economica di estensione dei mercati e dello sfruttamento delle risorse con la sovrastruttura antropologica. “L’uomo della libertà” contrabbandato dagli USA ha come obiettivo unico il consumo, la produzione e l’accumulo. Gli esseri umani si misurano in base al denaro guadagnato e alla capacità di vendere sul mercato le competenze. Ciò che conta è il successo individuale da strappare con ogni mezzo, il nostro Macchiavelli potrebbe impallidire dinanzi a tanta nichilistica spregiudicatezza.
La Quarta Guerra mondiale, come ebbe a definirla Costanzo Preve, è il processo, senza dialettica, di occupazione delle menti e degli spazi geografici per trasformarli in plusvalore con la desertificazione della storia e delle storie. Per poter definire “il capitalismo dell’annichilimento” Costanzo Preve distinse l’americanismo interno e l’americanismo esterno. L’americanismo interno soffia sull’ideocrazia, ideologia semireligiosa, secondo cui agli USA spetta il compito messianico di liberare il pianeta dall’oppressione. Con tale postura religiosa il popolo americano è trascinato da decenni di guerra in guerra, mentre l’americanismo esterno adatta l’ideocrazia ai popoli ammiccando alla destra come alla sinistra, ciò che conta è il risultato.
L’americanismo è, così, funzionale al nichilismo postmodernista che non conosce né verità né etica. La talassocrazia americana, pertanto, per sfondare in ogni direzione usa armi convenzionali, guerra ibrida e la guerra culturale. La lingua anglofona con il suo linguaggio contratto e con i suoi slogan funziona meglio dell’artiglieria per farsi strada sui popoli assoggettati.
Costanzo Preve convinto assertore del necessario superamento delle categorie di destra e di sinistra dal 2005 collaborò, da marxista eretico, con la rivista Eurasia. Da uomo libero e da pensatore di razza non temette la contaminazione con la “destra anomala e variegata di Eurasia”, ma era ben consapevole che nessuna rivoluzione del sistema sarà possibile senza la “sovranità nazionale”. Si può discutere lungamente del sistema e dell’alternativa, ma il punto nodale è “la sovranità politica, economica e cultura” senza la quale nulla è possibile.
Nel mondo ci sono circa 800 basi militari USA e in Italia più di cento, in questa cornice si può discutere lungamente di tutto, ma niente è realizzabile. La sovranità è, dunque, il problema. L’Italia e L’Europa non sono nelle condizioni per potersi opporre alla potenza a stelle e strisce, pertanto bisogna guardare ad Est e costruire alleanze su interessi geopolitici comuni per potersi sottrarre alle fauci statunitensi. La Russia aveva rischiato di disintegrarsi sotto la pressione USA e con il governo Eltsin colluso con le oligarchie transnazionale e con gli oligarchi interni.
L’intento finale era spingere la Russia verso la disintegrazione mediante guerre civili e guerre ibride. Non poche stati della federazione dopo il 1991 avevano dichiarato l’indipendenza e ciò lasciava ben sperare i “missionari del capitale e delle libertà”. Si riporta in elenco gli stati che pacificamente hanno ottenuto l’indipendenza dalla Russia nel 1991:
Ucraina (24 agosto 1991)
Bielorussia (25 agosto 1991)
Moldavia (27 agosto 1991)
Kirghizistan (31 agosto 1991)
Uzbekistan (1 settembre 1991)
Tagikistan (9 settembre 1991)
Armenia (21 settembre 1991)
Azerbaigian (18 ottobre 1991)
Turkmenistan (27 ottobre 1991)
Kazakistan (16 dicembre 1991)
Georgia (9 aprile 1991)
Lituania (11 marzo 1990)
Estonia (20 agosto 1991)
Lettonia (21 agosto 1991)
La Russia nel 1991 ha perso 5,4 mln di Kmq. L’ascesa di Putin ha rimesso tutto in gioco e la Russia ha evitato la balcanizzazione. L’eurasiatismo era, secondo il filosofo, dunque, l’unica via da percorrere per il multipolarismo e per la difesa di lingue, civiltà e culture perennemente minacciate dalla “missione provvidenziale” dell’oligarchia capitalista USA:
“Mi spiace iniziare con quello che per Gadda era il più ”odioso” dei pronomi, e cioè ”io”, ma è bene che segnali la mia personale posizione in proposito alla cosiddetta teoria eurasiatica. Per decenni mi sono occupato quasi esclusivamente di filosofia antica, moderna e contemporanea, di marxismo e di questioni politiche dell’area definita di ”estrema sinistra”, e non sapevo neppure che cosa fosse la geopolitica e l’euroasiatismo.
Su questi problemi il mio animale totemico era lo Struzzo, che nega semplicemente il mondo mettendo la testa sotto la sabbia. Non me ne vergogno affatto, e anzi lo rivendico come un momento sensatissimo della mia vita, ma fino ai primi anni novanta ho creduto che l’utopia sociologica proletaria monoclassista fosse la sola bussola per orientarsi nelle tempeste del mondo. Sapevo vagamente che l’euroasiatismo era sostenuto da un (a me) sconosciuto nazista belga chiamato Thiriart, e questo mi bastava ed avanzava per non prenderlo nemmeno in considerazione. In quanto all’asse preferenziale Parigi-Berlino, di cui sono ora convinto sostenitore contro ogni atlantismo berlusconiano-dalemiano, mi sembrava allora fosse solo una mania si un vecchio francese provinciale superato dai tempi chiamato Charles de Grulle.
Poi è arrivato il triennio 1989-1991, con la dissoluzione del baraccone sovietico. Io non ero mai stato un sostenitore filosofico-politico di questo baraccone, ed avevo per vent’anni invece sostenuto tutte le eresie marxiste che lo criticavano, dal trockismo europeo al maoismo cinese. Di questo non bisogna affatto stupirsi, perché ho fatto parte di quella generazione politica di “sinistra” che ha creduto alla “riformabilità” politica, economica e culturale del baraccone staliniano. Questo baraccone, ora lo sanno anche i bambini (ma allora non lo sapevano neppure i pacatissimi sovietologi a tempo pieno), non era invece riformabile, ma era in preda ad un morbo incurabile. Bene, quando questo baraccone crollò io non ne fui affatto rallegrato (a differenza dei D’Alema che sono cresciuti alla sua ombra, ed ora sconciamente ringraziano il papa polacco per averlo abbattuto), perché già dal 1991 si poteva capire che il mondo non sarebbe affatto entrato in una deriva ”democratica”, e tanto meno in un ”paradiso dei diritti umani”, ma sarebbe precipitato in una deriva ”imperiale” USA, con la fine del diritto internazionale fra gli stati ed il trionfo dell’arroganza bombardatrice unipolare.
Per capire una cosa così semplice non c’era nessun bisogno di Marx, ma bastava un poco di sano pensiero politico ”realistico”, nella tradizione di Machiavelli e di Hobbes. Poi arrivò il 1999, ed una guerra (quella contro la Jugoslavia), fu fatta senza e contro l’ONU e la costituzione italiana, in nome di un genocidio (che non c’era) e di una pulizia etnica (che non c’era). Il contenzioso storico fra serbi ed albanesi nel Kosovo (che c’era, ovviamente) si esprimeva in una guerriglia etnica di tipo secessionistico, ma il governo jugoslavo del tempo non stava assolutamente portando avanti un genocidio, e neppure una espulsione etnica. La menzogna passò, in un tripudio che vide insieme la sinistra e la destra ufficiali, il circo mediatico unificato ed infine la tribù degli intellettuali urlanti. Poi arrivò il 2003, ed una guerra (quella contro l’Iraq) fu fatta senza e contro l’ONU in nome di due palesi menzogne, la detenzione da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa (che nella zona possiede solo Israele, noto detentore di armi atomiche), e la collusione con Al Qaeda (con cui Saddam non era certamente colluso, né avrebbe potuto auspicare la distruzione delle Torri Gemelle, che fu di fatto il simbolico casus belli). Insomma, arrivarono alcune novità, imprevedibili prima del 1989. A questo punto chi pala della geopolitica come di qualcosa di inesistente o dell’euroasiatismo come di una fantasia per giocatori di Risiko ha l’onere di suggerire in positivo come vede in prospettiva lo scacchiere geopolitico del mondo.
In proposito, lo invito a barrare due caselle: 1) La geopolitica: a) esiste; b) non esiste. 2) Lo scenario geopolitico preferibile: a) eurocentrismo, o l’Europa deve fare da sola; b) euroatlantismo, o l’Europa alleata di ferro con gli USA, con le basi atomiche americane sul suo territorio a 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale; c) euroasiatismo, in cui partendo da un asse preferenziale Parigi-Berlino -Mosca ci si garantiscano buoni rapporti stabili con il mondo islamico, l’Asia centrale, l’India e la Cina. Per barrare correttamente la casella giusta non c’è bisogno che lo scenario preferito sia già visibile a breve termine. Ed è del tutto evidente che per ora mancano ancora le condizioni minime di realizzazione. Ma mi sembra già sufficiente indicare una prospettiva. La prospettiva è sempre la strategia dell’azione storica. Poi è certo la tattica che decide. Ma una tattica che non è al servizio di una prospettiva strategica non è neppure una tattica” [1].
Costanzo Preve fu eretico come marxista e nella sua adesione all’eurasiatismo. L’Eurasia avrebbe dovuto essere un’area geografica plurale, in cui fedi religiose e culture convivevano e prosperavano nella differenza. Nessun integralismo europeo o cristiano o di altro genere, l’eurasiatismo poneva in discussione il concetto di “Occidente”, costrutto culturale con cui le oligarchie addestrano i sudditi a percepire con diffidenza l’Est e favoriscono l’identificazione di “Occidente e USA liberale”.
L’eurasiatismo avrebbe dovuto prevedere l’integrazione anche della Turchia, la quale benché parzialmente americanizzata, ha conservato una discreta autonomia dagli USA, tanto che nel 2003 il Parlamento turco rifiutò di concedere agli statunitensi di aprire il fronte da nord per attaccare l’Iraq, pertanto la Turchia laica e kemalista non va lasciata agli USA, ma essa può diventare testa di ponte verso l’Est e integrarsi con la culturale plurale europea:
“Dal punto di vista storico, i turchi sono in Europa dal trecento, e sono dunque arrivati solo quattrocento anni dopo gli ungheresi, di cui nessuno discute la natura ”europea”. Se poi vogliamo dire che l’Europa moderna si è costruita ”contro” i Turchi (Lepanto 1571, Vienna 1683, eccetera), è bene sapere che questo varrà forse per l’Europa centrale di lingua tedesca, ma non vale per l’Europa balcanica, che con i turchi è vissuta intrecciata per mezzo millennio.
Un po’ meno di provincialismo, per favore. Dal punto di vista culturale, infine, la Turchia moderna dopo il 1922 (e dunque da più di ottanta anni, quasi un secolo) ha scelto la via dello stato laico e della cultura europea molto più di parecchi paesi europei DOC. Nei Balcani, la cultura turca è intrecciata con quelle locali, sul piano linguistico, letterario, gastronomico, musicale, eccetera. Solo chi pensa che l’Europa sia un sobborgo multiculturale di Bruxelles può ignorarlo.
L’Europa, cari amici, non è l’Europa ”cristiana” o l’Europa ”carolingia”, ma è anche (non soltanto) l’Europa cristiana e carolingia. Dire che l’Europa è giudaico-cristiana è una bestialità, non solo perché il giudeo-cristianesimo non esiste ed è una recente invenzione del circo intellettuale universitario, ma perché questa formula è stata coniata (coscientemente o no, non lo so, ma conoscendo i miei polli scommetterei sulla malafede) appositamente per rendere ”stranieri” e al massimo ”ospiti” i musulmani. E invece no. Un’Europa come si deve è un’Europa di cristiani (divisi in protestanti, cattolici, ortodossi e settari), di musulmani, di ebrei, di atei, eccetera, tutti a pari grado. Avete capito bene? Ho detto: a pari grado” [2].
La resistenza non può essere solo un “anti”, ma essa deve avere il coraggio della “proposta e di dialettizzare la critica stagnante”. Si deve prendere atto che da “soli” non ce la facciamo e la “geopolitica” insegna a fare i conti con la realtà geografica, storica ed economica. Il sistema non teme le critiche, se esse non sono corredate da proposte progettuali corali. Il dato a cui non possiamo sottrarci e che Costanzo Preve ha palesato è la necessaria rifondazione delle sovranità patrie, senza nazionalismi, senza tale obiettivo nulla sarà possibile, continueremo a criticare radicalmente il sistema, ma l’americanizzazione continuerà imperterrita il suo processo di omologazione e di sfruttamento.
L’adesione a Eurasia fu parte essenziale del congedo del filosofo dalla critica senza proposta alternativa, dalla nostalgia del passato e dalle categorie di destra e sinistra. Si può non condividere, ma l’importante è discutere le proposte in modo dare forma all’alternativa. A noi continuare la ricerca di Costanzo Preve del katecon alla morte dell’Europa:
“Tutto questo è oggi messo in pericolo dalla mancanza di un freno (il greco katecon). Non entro qui nel merito sulla natura di questo katecon, che può essere l’equilibrio fra superpotenze (a mio avviso, un buon katecon), l’utopia egualitaria (anche se egualitario-dispotica) del comunismo storico novecentesco, la carità solidale cristiana, eccetera. Quello che conta è che ci sia un katechon purchessia, per ora. Il dispotismo dell’unico impero messianico USA (del tutto indipendente dalla direzione contingente dal Bianco Cattivo Bush e/o del Negro Buono Obama) e la generalizzazione della globalizzazione neoliberale rappresentano la morte dell’Europa, o se si vuole il suo suicidio. E tuttavia, essere uccisi o suicidarsi è certo diverso, ma il risultato alla fine è lo stesso. Con il modello del messianesimo crematistico anglosassone (psicologia invece di filosofia, diritto comune invece di diritto romano, economia politica invece di religione) l’Europa è semplicemente morta” [3].
[1] Costanzo Preve, Considerazioni sulla geopolitica, sull’euroasiatismo e sul rapporto fra Turchia ed Europa, testo tratto da Italicum – Marzo/Aprile 2005.
[2] Ibidem.
[3] Costanzo Preve, Dialoghi sull’Europa e sul nuovo ordine mondiale, icentotalleri, pag.238.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -