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Cosmogonia. Elogio di una forma

Siamo lieti di poter accogliere e pubblicare il breve ma denso saggio del prof. Mario Corsi all’interno delle pagine di Girodivite.

di Mario Corsi - mercoledì 9 dicembre 2020 - 1696 letture

Cosmogonia, dal greco κοσμογονία, “nascita del cosmo”, indica il complesso di miti riguardanti l’origine dell’universo [1].

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Il rapporto dell’uomo con le sue origini e, prima ancora, con le origini dei luoghi e del tempo in cui esprime la propria esistenza, è principio fondante del suo stesso pensiero, qualunque ne sia l’architettura motivazionale: mitologica, religiosa, storica, scientifica. E se tale tratto, inevitabilmente, connatura ogni civiltà, strettamente connesso con lo stesso vi è quello relativo alla rottura di una simmetria primigenia che precipita l’uomo, da una posizione originariamente privilegiata, verso un ruolo subalterno più confacente con l’ineludibile caducità della sua esperienza terrena. Conosciamo bene questo nella tradizione giudaico-cristiana in cui tale rottura è ricondotta a un atto d’imperdonabile superbia: la disobbedienza al creato e, soprattutto, al suo Creatore [2].

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». (Gen 1,26) [3]

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Gen 3, 1-7) [4]

Con analoghe conseguenze anche la mitologia greca ci presenta la punizione per il tentativo di abbandonare una sorta di ruolo naturalmente imposto all’uomo. Su tutto, ricordiamo la sorte toccata al grande architetto Dedalo, il costruttore del labirinto del Minotauro, e soprattutto al figlio Icaro che, ignorando la raccomandazione del padre di non volare troppo alto dopo che i due si erano costruiti delle ali per sfuggire all’imposta prigionia, avvicinatosi troppo al sole vide sciogliersi la cera che teneva unite le penne delle ali cadendo mortalmente in mare.

Sorte migliore non toccò all’archetipo dell’eroe classico, Ulisse, che il nostro Sommo poeta colloca all’Inferno dopo che lo stesso era morto nel periglio conseguente l’aver osato superare i limiti geografici imposti all’agire umano.

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

(Inferno, XXVI, 106-111) [5]

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

(Inferno, XXVI, 136-142) [6]

La vicenda umana è quindi permeata di limiti e di tentativi volti al loro superamento. Si potrebbe anche argomentare che è nell’essenza stessa dell’uomo cercare o darsi confini per il solo piacere di sfidarli e, auspicabilmente, superarli [7]. Per contrapposizione, l’arrendersi alla sfida del superamento è ritenuto pensiero deteriore, “viltà” piegata al rispetto di limiti imposti al nostro agire materiale e morale.

Potrebbe tuttavia esservi consapevolezza del fatto che accettare un limite va a configurarsi non come rinuncia ma solo come ricerca e recupero di quel tempo primigenio in cui la frattura con l’ordine delle cose non era ancora avvenuta. Tale azione, se non vuole essere autolimitante, dovrebbe però rifuggire il gusto nostalgico sposando quello, assai più laico, delle dimensioni astratte legate a forme idealizzate, non retoricamente riproposte se non come nude essenze estetiche.

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Tra le molte sfide, quelle legate all’architettura forse più di altre rappresentano paradigmaticamente quanto detto. Qui, infatti, l’aspirazione estetica data dal libero bilanciamento delle forme, naturali o create che siano, va a confrontarsi con i limiti, mutevoli, imposti dalla loro realizzabilità materica. Se si volesse riassume l’intera architettura, anche nella sua forma “minoritaria” di architettura tecnica, lo si potrebbe fare indicando il tema della lotta contro la gravità. Sfidando Aristotele, che relegava gli oggetti a terra poiché quello era il loro stato naturale, ogni opera architettonica è riduttivamente riconducibile al “sollevare” materia, limitando volumi e creando spazio funzionale a un uso, fosse anche meramente estetico. Anche qui la Bibbia ci ricorda l’eterna sfida dell’uomo ai suoi limiti e alla pretesa di identificarsi con Dio.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Gen 11, 1-9) [8]

Il problema ricordato dal Libro era peraltro ben conosciuto agli architetti antichi che, nell’innalzar la loro pretesa di ascendere al cielo, raggiunsero ben presto il loro limite edificando le pur mirabili piramidi [9]. Le stesse, infatti e con riduzione estrema, altro non sono che eleganti ma brutali cumuli di pietre in cui la disponibilità di spazio “liberato” si riduce a cunicoli o piccole stanze, ben poca cosa in relazione al volume strutturalmente occupato dalla costruzione, anche se allo stesso va comunque riconosciuto significato.

Qual è dunque il dato naturale che limitava, e limita, la possibilità di innalzare la propria edificazione del mondo artificiale? Certamente il problema di contrastare il peso degli oggetti ma, più di questo, le proprietà della materia con cui questi venivano realizzati. Prima di tutto la pietra, nelle sue mille declinazioni, o suoi succedanei, quali i mattoni o adobe [10], utilizzati quando la prima era difficilmente reperibile o i relativi costi non sostenibili. Che cosa contraddistingue quest’onnipresente materiale naturale e lo rende “nemico” dell’ardire in altezza dell’uomo? Bisogna, e non se ne può fare a meno, comprendere come per un oggetto in elevazione “pura” il peso di una porzione va a gravare sulla sottostante, essendo già gravato da quelle sovrastanti, il ché si traduce in un aumento del medesimo che raggiunge il suo massimo alla base del manufatto e il tutto si traduce in una progressiva compressione del materiale. Quando si creano strutture orizzontali, le leggi del mondo determinano invece la comparsa anche di azioni che tendono a “stirare” le strutture [11] come accade quando le stesse sono semplicemente sospese. Ne sapevano forse già qualcosa i costruttori della prima struttura architettonica, compiutamente tale, prodotta dall’uomo: il dolmen. Qui gli elementi base di ogni costruzione, antica o moderna che sia, trovano espressione determinando la struttura “molecolare” di ogni ardire: il portale [12]. In esso, come detto, le due pietre verticali sostengono il peso proprio e quello dell’elemento orizzontale, posto sopra di esse, nel quale si sperimenta anche la presenza di stiramento, come sicuramente avranno appreso i costruttori preistorici, ammesso che abbiano avuto l’ardire di ampliare le strutture stesse allungando l’elemento orizzontale che finisce, prima o poi, per spezzarsi “aprendosi” in basso [13]. Sì, perché la pietra mal sopporta gli stiramenti. Non che non sia in grado di sostenerli ma, la relativa capacità è di gran lunga inferiore a quella che si ha per la resistenza alla compressione. È un dato di fatto, una conseguenza di ciò che la pietra è e un limite per ciò che essere non può. Ed ecco allora comparire timidi tentativi di aumentare i varchi, come avviene nel famoso falso arco della porta dei Leoni a Micene, o nella rastremazione necessaria per la chiusura delle torri nuragiche o ancora nelle false volte delle tombe etrusche o dei trulli pugliesi. Per il resto, se lo si vuole, l’unica possibilità è di avere strutture che, per quanto eleganti in modo sublime e si pensi al Partenone di Atene, devono concedere poco agli spazi vuoti e molto a quelli pieni. Ecco quindi sorgere foreste di colonne, discendenti estreme ed eleganti degli elementi verticali dei dolmen, e “timidi” architravi. Solo il radicale cambio materico, ottenuto utilizzando il legno, permetteva di superare, almeno in parte, il problema. Con esso parte delle strutture di copertura potevano realizzarsi utilizzando elementi realizzati con siffatto materiale, come prassi comune e presente da noi anche in tempi vicini, quando non delegando interamente a esso l’intera struttura architettonica: dalle capanne primitive sino alle ardite architetture dei templi scintoisti. Sì perché il legno, pur meno incline a sopportare gli sforzi rispetto alla pietra, nel confronto con questa ha una più equilibrata risposta tanto alle compressioni quanto agli stiramenti. Esso, tuttavia, limita le forme disponibili a quelle fornite dalla natura [14] ma, soprattutto, conosce rapidamente l’ingiuria del tempo e del fuoco, essendone anzi elemento determinante.

È quindi possibile superare tale limite ed erigere, in pietra, un’architettura in cui lo spazio “compreso” risulti maggioritario rispetto a quello “comprendente”? La risposta, come la storia insegna e sì e passa attraverso l’introduzione, forse solo parzialmente consapevole, di una struttura straordinaria: l’arco.

Se s’immaginasse di dover costruire elementi orizzontali sotto i quali nulla vi sia se non spazio vuoto e se, per tale realizzazione, non potessimo che usare elementi in cui, ipotesi questa estrema, l’unica possibilità fosse quella di avere solamente resistenza a compressione, il problema dovrebbe porsi nei seguenti termini: esiste una struttura, che abbia anche sviluppo orizzontale, nella quale il peso degli elementi si riducesse a generare unicamente sollecitazioni di compressione? [15] La scienza “statica” offre ovviamente soluzione al problema, ottenuta partendo dal definire proprietà locali con cui ricostruire andamenti globali. La cosa, di per se, non è elementare ma porta a definire la forma delle linee di separazione tra struttura e spazio sottostante. Avremo così, a seconda dei casi, archi di parabola o curve di complessità maggiore [16] Nulla di questo era ovviamente noto agli antichi i quali arrivarono comunque a immaginare come la soluzione al problema fosse riconducibile a una serie di pietre foggiate in modo da spingersi vicendevolmente sino a scaricare i pesi a terra e in direzione orizzontale [17]. Era nato l’arco. La forma data fu, per una serie di motivi pratici [18], quella dell’arco di circonferenza utilizzato in porzioni adatte allo scopo tra cui, su tutte, quella riferita a una semicirconferenza (arco a tutto sesto [19]). Caso vuole che la differenza tra un arco di circonferenza e quello correttamente riferibile alle curve teoriche sia modesta e certo non tale da pregiudicare la stabilità della struttura stessa, almeno nei limiti di costruzioni non eccessivamente snelle e ardite.

Ecco quindi che l’interminabile teoria di archi degli acquedotti romani diviene, rimanendolo ancor oggi, quasi naturale elemento di molti paesaggi. Non solo questo. Il prolungamento longitudinale della struttura permette la copertura di corridoi indefinitamente lunghi e, quando se ne ha necessità, l’incrocio degli archi stessi origina crociere, in grado di permettere la copertura di superfici appoggiate, piuttosto che su muri, su sole colonne. Ma il vero capolavoro che deriva dall’arco si ha imponendo a esso una simmetria rotazionale in grado di generare una cupola. Quale più mirabile struttura si può immaginare e quale monumento azzarderebbe il confronto con la più straordinaria di queste: il Pantheon di Roma. Qui, quasi facendosi beffa della gravità, i costruttori la realizzano con tecniche che a dir poco, visti i tempi, potremmo definire mirabili e, a suggellare l’annullamento dei pesi, adornano la volta di un foro aperto verso l’immensità del cielo rimuovendo, cosa possibile per una cupola, quella “chiave di volta” considerata elemento fondante della robustezza dell’arco. Che prodigioso cammino dal semplice ammucchiar pietre!

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Ma l’arco, o cupola che sia, rappresenta anche qualcosa che trascende la necessità costruttiva, è un paradigma. Rappresenta un confine, uniforme e equi spaziato, tra noi e il cielo [20]. Pur nella sua arditezza non mina il rapporto con il Divino perché ne riconosce il valore trascendente confinando la vita umana in uno spazio circoscritto. Rappresenta insomma una spinta propulsiva non animata da superbia che non sia quella concessa al nostro essere di uomini. Non v’è quindi motivo per cui qualcosa intervenga a interrompere questo sogno; non c’è cacciata dall’Eden, non c’è Babele di lingue. Nessuna simmetria tra terra e cielo è rotta. E anche quando la spiritualità, da multiforme e capricciosa si fa unica e ascetica, l’arco continua a costituire elemento comune e irrinunciabile nel definire lo spazio tra noi e il cielo, in particolare quando questo spazio è dedicato al colloquio con lo stesso. È la mirabile architettura romanica che per secoli disegna il mondo occidentale. È un’armonia generale che lega la casa di Dio alla più perfetta delle forme geometriche, la stessa che Dio ha usato per disegnare i cieli e che la cosmologia tolemaica considera dato acquisito anche per l’esperienza sensibile; perché Dio è geometrico.

Nulla è però eterno nel mondo degli uomini e, come la fissità della filosofia scolastica, anche l’arco, almeno quello “rotondo”, sembra costituire un limite per il quale i pensieri più arditi anelano la sfida e il superamento. Si è già detto di come l’arco, partendo da terra o da una sua elevazione, si proietti verso il vuoto per poi richiudersi tornando nuovamente a terra. In esso i pesi sospesi inducono compressione nelle strutture illudendo sul loro annullamento. In realtà il peso è solo trasferito, come detto, verso terra e in orizzontale. Non sorprende dunque come, aumentando lo sviluppo delle strutture, gli organi cui spetta il trasferimento a terra e il contrasto dell’azione orizzontale richiedano crescenti incrementi di dimensione cui, inevitabilmente, si lega un appesantimento stilistico [21]. Come risolvere questo problema? Non v’è risposta se non quella di una profonda revisione dei limiti umani e di una rottura della simmetria che aveva fatto dell’arco, romano, la forma perfetta per le più ardite architetture. La soluzione risiederebbe nell’avere un arco in cui la “freccia”, il raggio dell’arco stesso, sia maggiore della “luce”, lo spazio libero sottostante l’arco stesso. La cosa è, ovviamente, priva di soluzione con un arco di cerchio a meno di non voler accettare una sfida straordinaria: avere un arco la cui curvatura è incostante, come nel caso di una parabola o, in maniera costruttiva più semplice, ricorrendo a una geometria che presenti un’interruzione nella regolarità della sua evoluzione, un punto spigoloso o, per dirla in maniera matematicamente corretta, una cuspide [22].

Nasce così, per influsso della cultura araba, l’arco a sesto acuto o arco ogivale che, da solo, connatura un’intera fase dello sviluppo architettonico: lo stile gotico. Nelle sue molte varianti, tra cui quelle asimmetriche degli archi rampanti, permette il vertiginoso innalzamento delle strutture scaricando le forze laterali con una serie progressiva di rimandi, verso terra. È il trionfo della luce e la proiezione, illimitata, verso quel cielo di cui l’arco a tutto sesto sembrava costituire invalicabile limite. Rappresenta insomma l’ennesima sfida vinta sui limiti umani e, con questo, un tentativo di violare il dominio del cielo sottraendolo al Creatore. Con esso si esce, architettonicamente, dal medioevo e, soprattutto, dal pensiero che esistano limiti invalicabili. Certo, i limiti oggettivi non vengono rimossi ma solamente spostati “più avanti” o, meglio, “più in alto”. Si tratta del segno di un tempo nuovo in cui è l’uomo a erigersi e a porsi al centro del cosmo. Uno sviluppo che, di lì a poco, diverrà inarrestabile portandoci anche a valicare veramente quei limiti imposti dal cielo [23].

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In questo contesto che ne è del “timor di Dio? Che fine ha fatto la consapevolezza della Magnificenza divina e del giudizio di Dio? Sono le nuove conquiste inevitabili conseguenze della capacità dell’agire che ci ha donato o rappresentano, pur nella disponibilità del libero arbitrio, ennesima rottura del patto con Lui sottoscritto? [24] Nulla di ciò può chiaramente far arretrare l’uomo dalla sua storia e dalla sua proiezione futura. I nuovi materiali rendono possibile ciò che prima non era. Non solo la trave, rivisitata nei materiali, può ora aggettare su distanze una volta impensabili, ma l’arco stesso può esse ribaltato “agganciandolo” al cielo in opere in cui la struttura sembra dematerializzarsi, dissolvendosi in incroci di funi cui tutto resta appeso [25]

Ma quando l’uomo, per desiderio o sicurezza smarrita, cerca dentro di se conforto non può che riandare a quell’idea di semplicità e unità che solo un profilo costante e senza interruzioni può darci. Dio, ribadiamo, è geometrico e il suo patto con noi non può che essere circolare. Simmetrie interrotte e complessità del mondo e della vita sono oramai consapevoli compagne del nostro percorso di vita. Ricerca del semplice e del sublime sembrano però sempre più divenire paradigmi del tempo privato, quello che spesso si è costretti a rubare al tumulto della vita che ha forse smarrito il proprio traguardo. Ci si è allontanati dalle delizie dell’Eden alla ricerca di noi stessi e per l’espressione del nostro saper essere e saper fare ma, la consapevolezza per quanto si è smarrito ne accresce il rimpianto [26].

Tendiamo quindi, nelle nostre architetture “ancestrali”, a rifuggire le forme irregolari e le vele rovesciate prese a prestito per la copertura [27]. Godiamo della leggerezza, dello slancio dinamico della struttura, dei mille e mille giochi di luce creati dalle finestre irregolari quasi fossero cesure di arte moderna, ma il nostro essere più primitivo non trova un fulcro a cui tutto ancorare.

Il nostro incedere ci porta allora tra dolci e assolate colline. E lì, in una conca amena, annunciata da ulivi secolari e da un immenso cipresso di non meno vetusta età, ci appare, in tutta la sua semplice e scarna bellezza, un complesso di muratura imperfetta e tracce di materiali di spoglio [28]. La navata centrale ci accoglie. I suoi archi perfetti la separano dalle laterali e su essi si appoggiano tribune in cui grandi bifore creano un rimando di forme che accompagna sino al cielo. E il sublime ci coglie volgendo lo sguardo alla luce mattutina che inonda la chiesa ed esalta il deambulatorio nelle sue trasparenze d’alabastro.

Capiamo allora perché Adamo disse a Eva: «Facciamo Dio a nostra immagine, a nostra somiglianza». E Dio fu creato!


[1] Treccani.it, Vocabolario Treccani on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2009 (u.a. ottobre 2020).

[2] Nel gioco di rimandi simbolici accenniamo all’approccio fisico che introduce le azioni (forze) quali cause della violazione di un principio di simmetria (Teorie di Gauge).

[3] Bibbia C.E.I. Gerusalemme, laparola.net, Sacra Bibbia online (u.a. ottobre 2020).

[4] Bibbia C.E.I. Gerusalemme, laparola.net, Sacra Bibbia online (u.a. ottobre 2020).

[5] Dante Alighieri, Divina Commedia, dante online.it, Commedia (u.a. ottobre 2020)

[6] Dante Alighieri, Divina Commedia, dante online.it, Commedia (u.a. ottobre 2020)

[7] Nella contemporanea pratica degli sporte definiti “estremi” non possiamo non ritrovare l’attualizzazione di quest’atteggiamento.

[8] Bibbia C.E.I. Gerusalemme, laparola.net, Sacra Bibbia online (u.a. ottobre 2020).

[9] Chiaramente la natura offre già mirabili esempi di tali strutture che, nella prevalenza della verticalità sulla dimensione orizzontale, raggiungono “costruzioni” imponenti. Si pensi alle guglie dolomitiche o, tanto per rimanere nel contesto nazionale, all’ardita forma del Monte Cervino.

[10] Questo è un impasto di argilla, sabbia e paglia che, invece di essere cotto come avviene per i mattoni, si lascia essiccare al sole.

[11] Con terminologia “moderna” si parla di sollecitazioni a compressione e, rispettivamente, a trazione sugli elementi strutturali. In una trave, ad esempio, le due coesistono.

[12] Parlando di portale si vuol citare Le Grande Arche di Parigi che, in forma di arco stilizzato in portale, fa da contraltare, in linea prospettica, all’arco di trionfo presente in fondo agli Champs-Élysées.

[13] Il fatto che la struttura si “apra” è indicativo che le sue porzioni sono state allontanate!

[14] In realtà la natura proprio limitata non è se si pensa che utilizzando una sequoia, l’albero più alto del mondo, si potrebbe ottenere una trave lunga quasi 120 metri, chiaramente da ridurre per sfruttare una sezione sufficientemente resistente. Per confronto la piramide di Cheope era, in origine, alta 146 metri. In tempi moderni la ricerca delle altezze estreme è divenuta un’ossessione di affermazione politica; al momento attuale (2020) il record spetta al Burj Khalifa di Dubai la cui altezza raggiunge gli 828 metri.

[15] Il problema è chiaramente qui posto in termini moderni, secondo il linguaggio di quella parte della meccanica, nota come statica, che si occupa di determinare le condizioni di equilibrio dei corpi. Essa, naturalmente, è alla base della cosiddetta scienza delle costruzioni, il cui agire è di determinare forma e dimensione dei manufatti in modo che possano garantire le condizioni astrattamente imposte in termini statici alle costruzioni.

[16] Riducendo la struttura a un’unica linea, la richiesta impone che gli sforzi lungo la stessa, quindi a essa tangenti, varino in maniera tale da compensare le azioni verticali dovute al peso. Tale relazione, espressa localmente, richiede che il tasso di variazione della pendenza alla curva (derivata seconda) sia proporzionalmente legato al peso applicato nel relativo punto. Se immaginiamo che questo risulti costante lungo la proiezione orizzontale (arco leggero), si otterrà l’equazione differenziale:

immediatamente integrabile sotto forma di parabola. Nel caso in cui la sollecitazione fosse invece proporzionale alla lunghezza dell’arco (arco pesante) la relativa relazione differenziale risulterebbe più complessa ed esprimibile nella forma:

La quale integrata fornisce una curva particolare chiamata catenaria (capovolta) in virtù del fatto che rappresenta la forma secondo cui si dispone una catena appesa agli estremi.

[17] La più elementare forma di “arco” si ha, costruttivamente, quando per scaricare il peso gravante su architravi in pietra vengono, sopra gli stessi, posizionati dei mattoni inclinati e vicendevolmente appoggiati gli uni sugli altri.

[18] La principale risiede nel fatto che tracciare archi di circonferenza è semplicissimo e quindi tale risulta anche la costruzione di strutture di supporto temporaneo, centine, necessarie nella fase di costruzione.

[19] Sesto è l’antico nome del compasso con il quale si tracciano le circonferenze.

[20] Ricordiamo in questo la forma degli arcobaleni, derivante da precise leggi geometriche cui la luce del sole, rifratta dalle gocce di pioggia, deve obbedire.

[21] Val la pena ricordale che la dimensione delle murature su cui poggiavano gli archi erano determinate secondo regole geometriche che le legavano alla dimensione degli stessi.

[22] Una cuspide è un punto di una curva dove si ha discontinuità nella forma della tangente alla curva stessa. Qui, tangente da “sinistra” e da “destra” risultano infatti essere diverse.

[23] È chiaramente solo una coincidenza ma ci piace osservare come la geometria dello Shuttle, che per molti anni ha costituito mezzo privilegiato per raggiungere lo spazio, richiami quella di una chiesa gotica a tre navate.

[24] Non che questo costituisca teorizzazione ma il “superamento” del gotico, sostituito dal barocco “figlio” della controriforma, non poteva che riadattarne le forme reintroducendo, quale nota dominante, quella dell’arco “rotondo”.

[25] Il riferimento è chiaramente ai ponti sospesi, strallati e alle cosiddette tensostrutture.

[26] La critica serrata al nostro modello di sviluppo che, indifferente al futuro, sfrutta più di quanto il pianeta è in grado di offrire, sembra vagheggiare un ritorno a una dimensione di maggiore equilibrio e rispetto per l’ambiente. Ineludibile necessità o vano sogno d’Arcadia?

[27] Si pensa qui alla celeberrima cappella di Notre-Dame du Haut, situata presso Belfort in Francia e realizzata dall’architetto Le Corbusier.

[28] Il riferimento è  al complesso monastico benedettino di Sant’Antino, in provincia di Siena.


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