Cosa è il SAFE
In questo periodo si sente parlare sempre più spesso di fondo SAFE, acronimo di Security Action for Europe, e molti organi di stampa tendono a farci concentrare sulla cifra a disposizione degli Stati europei che lo accompagna: 150 miliardi di euro...
In questo periodo si sente parlare sempre più spesso di fondo SAFE, acronimo di Security Action for Europe, e molti organi di stampa tendono a farci concentrare sulla cifra a disposizione degli Stati europei che lo accompagna: 150 miliardi di euro. Da un’analisi più attenta, scopriamo che il solo dato economico non permette di comprendere la portata del progetto. Tale progetto non è soltanto un meccanismo per procurarsi nuove armi, ma è uno strumento attraverso il quale l’Unione Europea intende modificare il proprio rapporto con la difesa, con la propria industria, con le proprie dipendenze tecnologiche e, più in generale, con l’idea stessa di autonomia militare e strategica.
Il regolamento che istituisce SAFE è stato adottato dal Consiglio dell’Unione europea il 27 maggio 2025, è entrato in vigore il 29 maggio e il suo obiettivo dichiarato è sostenere gli Stati membri che intendono aumentare rapidamente gli investimenti nel settore della difesa grazie a una disponibilità economica, appunto, pari a 150 miliardi di euro.
Ma attenzione a questo primo punto: non si tratta di 150 miliardi di euro regalati dall’UE ai vari Stati, ma di 150 miliardi di euro concessi sotto forma di prestito. Pur trattandosi di prestiti a lungo termine, raccolti dall’Unione europea e concessi agli Stati che ne fanno richiesta sulla base dei loro piani nazionali di investimento nella difesa, va precisato che gli Stati che ne fruiranno dovranno quindi restituire il denaro ricevuto.
C’è poi un altro aspetto che tende a passare inosservato; il progetto SAFE finanzia investimenti nella base industriale e tecnologica europea della difesa (EDTIB) e il Consiglio dell’Unione europea parla esplicitamente di aumentare la capacità produttiva, garantire la disponibilità tempestiva degli equipaggiamenti e colmare le attuali lacune nelle capacità militari europee. Il riarmo, quindi, non viene concepito soltanto come acquisto di prodotti già disponibili, ma la filosofia del programma è anche quella di ricostruire e potenziare una capacità produttiva europea del mercato delle armi. Per raggiungere questo scopo, il progetto SAFE comprende settori che vanno dalle munizioni e dai missili all’artiglieria, dalla difesa aerea ai droni e ai sistemi antidroni, dalla mobilità militare alle capacità navali, dai sistemi spaziali all’intelligenza artificiale, fino alla guerra elettronica e alle capacità di comando, controllo, comunicazione, intelligence e ricognizione.
Il riarmo, attraverso un’implementazione e uno sviluppo del settore delle armi, diventa una politica di produzione industriale e in questa prospettiva la spesa pubblica destinata alla difesa dovrebbe infatti produrre non soltanto equipaggiamenti militari, ma anche capacità produttiva, innovazione tecnologica, ricerca, occupazione e competitività. Va anche aggiunta un’altra informazione: il progetto SAFE è soltanto una parte di un progetto molto più grande ed è importante non confondere SAFE con l’intero programma europeo di riarmo.
SAFE rappresenta il primo pilastro del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025, il cui obiettivo complessivo è creare le condizioni per una spesa supplementare per la difesa che potrebbe raggiungere 800 miliardi di euro entro il 2030. SAFE costituisce una parte di questo progetto, mentre altri strumenti riguardano l’aumento della spesa nazionale attraverso una maggiore flessibilità delle regole di bilancio, l’utilizzo di programmi e fondi europei, il coinvolgimento della Banca europea per gli investimenti e la mobilitazione di capitali privati.
La dimensione economica del progetto è quindi molto più ampia dei 150 miliardi di SAFE. Già questo aspetto, l’adesione al SAFE, rappresenta una scelta politicamente significativa per il nostro Paese che, come sancito dalla Carta costituzionale, ripudia la guerra.
Resta il fatto che la scelta europea parte da una premessa che ritiene l’attuale contesto internazionale percepito come più pericoloso rispetto al passato e che per questo l’Europa deve aumentare la propria capacità di difesa. Questa premessa può essere condivisa o discussa, ma è chiaramente quella sulla quale si fonda l’intero progetto a cui è collegata la questione successiva che è tanto economica quanto politica: vale a dire quali risorse siamo disposti a destinare a questa sicurezza data esclusivamente dalle armi e quali altre forme di sicurezza sociale e di sviluppo potrebbero essere condizionate da tale scelta. Ma anche, quale forma di sicurezza vogliamo lasciare ai nostri figli/nostre figlie.
Desidero porre l’attenzione sul fatto che la spesa per la difesa e in particolare gli investimenti per ricostruire e potenziare una capacità produttiva europea (e dei singoli Stati) del mercato delle armi, oltre a rafforzare la capacità militare di uno Stato, può rappresentare anche un investimento economico capace di produrre occupazione e crescita. Ritengo dunque lecito chiedermi se, dal punto di vista economico, un euro destinato alla difesa produca gli stessi effetti di un euro investito in altri settori. Una risposta interessante arriva dagli studi condotti da Robert Pollin e Heidi Garrett-Peltier, economisti del Department of Economics e del Political Economy Research Institute (PERI) della University of Massachusetts Amherst; grazie alla loro ricerca, pubblicata inizialmente nel 2009 e successivamente aggiornata nel 2011, si mette a confronto gli effetti occupazionali della spesa militare con quelli di investimenti, di pari ammontare, destinati ad altri settori dell’economia statunitense.
Gli autori utilizzano un modello per stimare non soltanto i posti di lavoro creati direttamente, ma anche quelli generati nella catena dei fornitori e quelli derivanti dall’aumento dei consumi prodotto dai nuovi redditi. La domanda che si sono posti è molto semplice: che cosa succede all’occupazione se un miliardo di dollari viene speso per la difesa invece che, a parità di importo, per la sanità, l’istruzione, l’energia pulita o altri investimenti in ambito civile? Lo studio ha fornito una risposta chiara: le diverse destinazioni della spesa pubblica (difesa, sanità, istruzione, energia pulita) non hanno la stessa capacità di generare occupazione.
Nell’aggiornamento dello studio, riferito alla struttura dell’economia statunitense del 2007, gli autori stimano i posti di lavoro complessivamente creati da 1 miliardo di dollari di spesa, includendo occupazione diretta (il denaro finanzia direttamente i lavoratori dell’impresa che produce il bene o realizza il servizio. Esempio: un’azienda produce armamenti e assume operai, tecnici e ingegneri), indiretta (per produrre quel bene l’azienda deve acquistare componenti e servizi da altre imprese, creando lavoro nella filiera. Esempio: fornitori di elettronica, acciaio, trasporti, software e manutenzione) e indotta (i lavoratori che ricevono i loro salari spendono una parte del loro reddito, generando ulteriore domanda e quindi lavoro in altri settori. Esempio: acquistano cibo, vestiti, pagano servizi, ristoranti, affitti, ecc.).

- Tabella 1
Fonte: Pollin & Garrett-Peltier, The U.S. Employment Effects of Military and Domestic Spending Priorities: 2011 Update, Political Economy Research Institute, University of Massachusetts Amherst.
Nella ricerca, il dato che colpisce maggiormente è quello dell’istruzione: secondo il modello utilizzato dagli autori, 1 miliardo di dollari investito nell’istruzione genera circa 29.100 posti di lavoro, contro gli 11.600 generati dalla stessa somma destinata alla spesa militare. Si tratta di circa due volte e mezzo l’occupazione associata alla spesa militare. Anche sanità ed energia pulita presentano una capacità occupazionale significativamente maggiore: rispettivamente circa il 69% e il 47% in più rispetto alla spesa militare. La differenza che presentano questi dati dipende soprattutto dalla struttura della spesa, in quanto una parte significativa della spesa militare è destinata a produzioni ad alta intensità di capitale e tecnologia, mentre un investimento di pari valore in sanità o istruzione, invece, richiede una quantità molto maggiore di lavoro umano: medici, infermieri, insegnanti, ricercatori, personale amministrativo e numerose attività collegate. Il risultato è quindi che lo stesso ammontare di spesa pubblica può produrre un numero molto diverso di posti di lavoro a seconda del settore nel quale viene indirizzato.
Gli autori sottolineano inoltre che il vantaggio degli investimenti civili non riguarda soltanto la quantità complessiva di occupazione, ma anche la distribuzione dei posti di lavoro nelle diverse fasce retributive. Dai dati complessivi si può evincere che anche il settore della difesa può produrre ricchezza, seppure possa essere una scelta eticamente e moralmente discutibile, in quanto si possono riconoscere effetti occupazionali diretti, indiretti e indotti generati dalla spesa militare, ma se un miliardo di dollari viene destinato alla difesa, quel miliardo è difficile che possa contemporaneamente essere investito nell’istruzione, nella sanità, nell’energia pulita o nelle infrastrutture.
Questa considerazione vuole semplicemente farci domandare quale sarebbe il risultato se la stessa quantità di risorse pubbliche fosse destinata a un settore diverso e la risposta è che una determinata scelta di spesa produce determinati risultati, mentre una scelta alternativa ne produce altri. Lo studio di Pollin e Garrett-Peltier diventa particolarmente importante quando la spesa militare aumenta in modo consistente e prolungato. La loro ricerca non si può dire sia un lavoro a sé stante e isolato.
La stessa linea di ricerca del PERI (Political Economy Research Institute, istituto di ricerca economica indipendente della University of Massachusetts Amherst) ha successivamente confrontato la capacità occupazionale della spesa militare con quella di diversi programmi civili. In un’analisi più recente, Heidi Peltier stima, per l’economia statunitense, circa 5 posti di lavoro per ogni milione di dollari di spesa militare, contro circa 13 nell’istruzione, 9 nella sanità e 7–8 nelle infrastrutture e nell’energia pulita.
I risultati degli studi di Pollin e Garrett-Peltier rimangono significativi anche nelle analisi successive. Purtroppo non si possono prendere gli stessi risultati e applicarli direttamente al nostro Paese, in quanto lo studio ha come base di partenza l’economia degli Stati Uniti e utilizza dati e coefficienti relativi a quella specifica struttura produttiva, così come utilizza dati riguardanti le relazioni tra spesa, occupazione, importazioni, salari, produttività e filiere industriali e sappiamo che queste relazioni sono differenti da Paese a Paese. Fatte queste doverose precisazioni, sono fortemente convinto, ed è una mia opinione personale non suffragata da alcuna prova scientifica, che i dati messi in evidenza sono talmente eloquenti nelle percentuali dei loro valori che possano comunque costituire un ipotetico trend applicabile anche al nostro Paese; ma, ripeto, si tratta di mie supposizioni.
Ma, a parte le mie idee, è già sufficiente la ricerca scientifica del PERI a farci porre un’altra domanda che potrebbe riguardare anche il nostro Paese e cioè di quanto potrebbe crescere la nostra economia se quelle stesse risorse economiche, che prenderemmo a prestito dal fondo SAFE, fossero investite altrove? A questo punto è interessante mettere accanto alla ricerca statunitense un’analisi concreta molto più recente del Fondo Monetario Internazionale, ripresa in Italia dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il lavoro del FMI analizza 215 episodi di forte aumento della spesa militare in 164 Paesi tra il 1946 e il 2024. Nella ricerca, il FMI rileva che un forte aumento della spesa militare può produrre un effetto espansivo sull’economia, con un moltiplicatore della spesa vicino a 1, in quanto non tutta la spesa pubblica produce gli stessi effetti sull’economia. La ricerca economica mostra che la spesa militare può generare attività e occupazione, ma che investimenti di pari entità in sanità, istruzione o altri settori civili possono produrre effetti occupazionali maggiori; ma allo stesso tempo va rilevato un altro aspetto del fenomeno.
Nei casi studiati, un aumento della spesa militare di circa 2,7 punti di PIL è stato accompagnato mediamente da un aumento del deficit pubblico di circa 2,6 punti di PIL e, dopo tre anni, da un aumento del debito pubblico di quasi 7 punti di PIL.

- Tabella 2
Fonte: Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook, aprile 2026; elaborazione dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica.
Anche una prima osservazione fa emergere che potrebbe esserci crescita, ma può essere accompagnata da più debito e, soprattutto, dalla necessità di decidere dove trovare le risorse necessarie a sostenere nel tempo quella spesa e il dato forse più significativo dell’analisi del FMI riguarda proprio gli episodi nei quali l’aumento della spesa militare è stato finanziato attraverso una riallocazione della spesa pubblica. In circa il 26% degli episodi analizzati, il riarmo è stato finanziato principalmente spostando risorse da altre voci del bilancio; in questi casi la spesa sociale si è ridotta di circa un punto di PIL e secondo i dati riportati dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, all’interno di questa riduzione:

- Tabella 3
Questi dati non significano automaticamente che ogni euro speso per la difesa determini automaticamente un taglio del 25% alla sanità o del 14% all’istruzione, ma significa qualcosa di più preciso: quando il riarmo viene finanziato attraverso la riallocazione delle risorse pubbliche, esiste un concreto rischio che altre forme di spesa correlate all’ambito del sociale, vengano sacrificate.
A questo punto il problema di investire in armi per la difesa cambia di aspetto: non è più un problema economico, diventa un problema politico. E sorge un’ulteriore domanda: se un miliardo di euro destinato alle armi genera meno occupazione dello stesso miliardo destinato all’istruzione, alla sanità o all’energia pulita, e se una parte della maggiore spesa militare può tradursi in maggiore debito o nella riduzione di altre voci del bilancio pubblico, qual è il vero rendimento di quell’investimento per la società? E soprattutto: che cosa stiamo acquistando quando acquistiamo armi? Acquistiamo una grande quantità di strumenti che, per loro stessa natura, sono costruiti per poter essere utilizzati contro qualcuno. E con questi presupposti, il discorso oltre che economico, etico e morale, si fa sempre più politico.
Nasce il paradosso della sicurezza: acquistiamo armi per non doverle usare; per chiarire, costruiamo una capacità militare tale da convincere un potenziale aggressore che il costo di un attacco sarebbe troppo elevato e che si arma a sua volta, perseguendo una logica che ha accompagnato la storia delle relazioni internazionali per decenni. Il risultato è che lo sforzo per aumentare la propria sicurezza produce una diffusa insicurezza globale. Ma ricordiamoci anche di un grande pericolo che genera tale situazione: più aumentano gli arsenali, più aumentano le capacità militari, più aumenta la complessità dei sistemi d’arma e più numerose diventano le situazioni nelle quali una decisione politica, un errore di valutazione, un incidente, una false-flag (orchestrata da altri Paesi) o un’escalation possono trasformare la deterrenza in confronto.
Tutto questo ci pone un ulteriore problema ancora più vicino a noi, alla nostra vita quotidiana e al futuro dei nostri figli e delle nostre figlie:
da una parte abbiamo una spesa che può produrre armi, capacità militare, deterrenza, occupazione industriale, innovazione tecnologica e autonomia strategica;
dall’altra possiamo avere ospedali, insegnanti, ricerca, infrastrutture, energia pulita, assistenza, prevenzione, conoscenza e coesione sociale.
Entrambe le destinazioni generano attività economica, ma certamente non generano la stessa società e, politicamente parlando, indipendentemente dalla spesa, a mio modesto parere, dobbiamo scegliere quale spesa funziona meglio per la società che vogliamo costruire e quali valori vogliamo darle. Possiamo decidere che la sicurezza dipenda soprattutto dalla quantità e dalla qualità delle armi che saremo in grado di mettere a loro disposizione. Oppure possiamo pensare che esista anche un’altra forma di sicurezza, quella che comprenda anche la possibilità di trovare un ospedale quando serve, ricevere una buona istruzione, avere un lavoro dignitoso, non dover emigrare per un lavoro giustamente pagato, vivere in un ambiente sano, non essere poveri, non avere paura del futuro e poter vivere in una società coesa.
A questo punto ognuno di noi lettori, con il proprio senso critico e senza lasciarsi influenzare dalle altrui opinioni (spesso esternate per tornaconti personali), potrà farsi una propria idea, darsi una risposta e fare una scelta (in questo caso politica) che potrà andare a incidere sia sulla storia del nostro Paese, sia sulla propria vita, ma soprattutto sull’avvenire di tutti i cittadini.
Fonti consultate
1. Pollin, R.; Garrett-Peltier, H. — The U.S. Employment Effects of Military and Domestic Spending Priorities: 2011 Update. Political Economy Research Institute, University of Massachusetts Amherst, 2011.
2. Pollin, R.; Garrett-Peltier, H. — The U.S. Employment Effects of Military and Domestic Spending Priorities: An Updated Analysis. Political Economy Research Institute, University of Massachusetts Amherst, 2009.
3. Peltier, H. — studi e analisi sugli effetti occupazionali della spesa militare e della spesa pubblica civile, Political Economy Research Institute, University of Massachusetts Amherst / Costs of War Project, Brown University.
4. International Monetary Fund (IMF) — World Economic Outlook, April 2026: Global Economy in the Shadow of War, in particolare Chapter 2, Defense Spending: Macroeconomic Consequences and Trade-Offs.
5. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore — Spesa per la difesa: caratteristiche e conseguenze macroeconomiche, 22 maggio 2026.
6. SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute — Trends in World Military Expenditure 2025, SIPRI Fact Sheet, 2026.
7. UNDP – United Nations Development Programme — Human Development Report 1994: New Dimensions of Human Security, Oxford University Press, New York, 1994.
8. Council of the European Union — Security Action for Europe (SAFE) / Regolamento che istituisce lo strumento SAFE, 2025.
9. Commissione europea — documenti relativi a ReArm Europe / Readiness 2030, 2025.
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