Contro la pioggia

Da un portone accanto al muro sotto il balcone in cui mi trovo, escono una quindicina di persone, si salutano e si danno appuntamento a domani poi prendono la strada per casa, qualcuno ha una persona che li aspetta fuori con l’ombrello, li osservo fino a quando non li vedo più. Piove. E quando piove diluvia.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 15 settembre 2004 - 5408 letture

BURGOS

E’ grandinato tutta la notte, il suolo per buona parte è ricoperto da pezzi di ghiaccio più grossi di biglie che la luce dell’alba comincia a far sciogliere, così discendendo i Montes de Oca è più un continuo saltellare che camminare, evitando d’impantanarci nel terreno. Avevo buttato via la mia mantella coprizaino ormai tutta lacera già ha Logronos, così oggi, nel timore che la pioggia potesse cogliermi impreparato, ho infilato il mio zaino in un sacco nero della spazzatura, tagliandolo in due punti in modo da poter fare uscire le bretelle. Camminando faccio la conoscenza di Maria e del suo bambino, sono baschi, e questa è la prima cosa che lei mi tiene a precisare. Lei è suo figlio fanno soltanto una parte del Cammino, la parte restante la faranno negli anni successivi.
- "Quando mio figlio sarà più grande potrà dire di aver fatto il Cammino di Santiago con la Madre"!
- "E tu con tuo figlio" ribatto io. Lei ride: "questo è anche vero"! Conosco anche una signora olandese, sembra avere circa settant’anni, ha una carnagione più scura rispetto ai classici canoni, l’unica cosa che sa di Olanda nel suo aspetto sono i capelli rossi. Avanza con un bastone, ma spesso lo ripone dietro e con tutte e due le mani si aggrappa alle bretelle dello zaino, ha un passo tenace. Non sembra molto loquace, a parte la nazione di provenienza non mi ha detto più niente. Così dopo un po’, ci perdiamo di vista…Oggi sono stranamente comunicativo ed espansivo, forse questa euforia viene dal fatto che abbiamo deciso di prenderci un giorno di vacanza arrivati a Burgos.

Arriviamo nel pomeriggio, Burgos è la seconda grande città che incontriamo. A differenza di Pamplona incontrata quasi subito ed in un momento in cui tutto era nuovo, qui arriviamo con alle spalle già diversi giorni di cammino e questo ci permette di notare aspetti che erano sfuggiti. La prima cosa a cui faccio caso è che la gente non saluta per strada, anzi mi è parso di carpire una certa diffidenza. Ma è chiaro, direi quasi giusto; io non mi metto certo a salutare le persone per strada quando cammino per la mia città, meno che meno saluterei degli individui vestiti alla meglio, pieni di fango e con uno sacchetto della spazzatura appeso alle spalle. Ogni giorno attraversiamo piccoli paesi, lì la gente ti saluta e ti guarda male se non rispondi e non dice niente neanche se ti metti davanti casa loro a sbattere gli scarponi a terra per liberarli dal fango. E’ ovvio che in città questo non accada ed è ingenuamente stupido sorprendersi per un comportamento che si conosce ed è anche nostro, ma questo mi fa capire ancor di più che realmente si entra a far parte di un’altra dimensione vivendo una esperienza come questa.

Arrivati in centro Alessandro riesce a procurarsi i numeri telefonici di alcune pensioni, abbiamo deciso di prendere una camera in modo da poter riposare meglio, avere anche una maggiore libertà e finalmente consentirci una serata un po’ più mondana rispetto a tutte quelle fino ora passate da quando siamo in Spagna. Troviamo una camera per dieci euro a testa, purtroppo non ci sono singole o se ci sono hanno un prezzo elevato, così svanisce l’idea di regalarmi un po’ di privacy, ormai riesco a restare da solo soltanto quando vado in bagno. Non è una vera e propria pensione, la proprietaria, una piccola vecchietta che si muove lentamente e parla pianissimo, affitta delle camere del suo appartamento. E’ un vecchio palazzo al centro di Burgos, le scale sono strette e riusciamo a passarci a stento senza toglierci lo zaino dalle spalle. L’appartamento è male illuminato il sole pare ignorarlo, il pavimento in legno è irregolare e i corridoi stretti, camminandoci sopra sembra di stare su una nave, le pareti sono piene di fotografie ed immagini di santi. La camera che ci mostra è piccola per essere una tripla, il pavimento cigola sotto di noi, in un punto si è addirittura formato una sorta di avvallamento. C’è un letto matrimoniale, contro un muro la rete e il materasso del terzo letto, che quando viene preparato si prende metà dello spazio, gia di per se esiguo. Un balcone in cui possono starci solo le scarpe si affaccia sulla via sottostante. La carta da parati è divorata dall’umidità, c’è un armadio pieno di polvere ed in un angolo un lavandino con due rubinetti. Nell’aria puzza di chiuso. E’ così che ho sempre immaginato quelle camere in cui i drogati si vanno a fare per intere giornate. Vogliamo vedere il bagno. E’ più grande della camera, i servizi sono nuovi e c’è anche uno spazioso box doccia, sulla lavatrice dei gerani abbelliscono l’ambiente dandogli un tono. Dopo la qualità degli albergues degli ultimi giorni, avere quel bagno a disposizione ci regala una sensazione di benessere e lusso, come se fossimo in un hotel a cinque stelle. Decidiamo di prendere la camera, ma adesso è la signora ad avere qualche perplessità, ci chiede i documenti, chi siamo, da dove veniamo e se abbiamo delle strane intenzioni. Sarebbe giusto il caso di farle notare come cazzo si permette ad avere lei delle perplessità dopo la camera che ci ha mostrato, ma preferiamo invece rassicurarla, convincendola che abbiamo solo l’intenzione di riposarci tranquillamente e che non ha nulla da temere, dopotutto siamo pur sempre pellegrini diretti al santo sepolcro dell’apostolo Giacomo.

Il piano è semplice: regalarci una serata tutta nostra tra locali e gente senza nessuna condizione d’orario, per poi passare all’ancora più allettante prospettiva di un indisturbato lungo meritato sonno ristoratore, un’intera giornata (quella dell’indomani) senza camminare, facendo i turisti andando ad ammirare la cattedrale ed infine, spostarci nella serata di domani nell’albergues municipale di Burgos, per poi rimetterci in cammino il mattino seguente alla volta della Meseta. E chiaramente, come in tutte le cose buone, non può mancare una partita di calcio. La partita è una amichevole dell’Italia contro (addirittura - guarda un po’ il caso) la Spagna. E’ da qualche giorno che pensiamo a quest’incontro, immaginando ogni tipo di sviluppo che la serata potrebbe prendere. Con la fantasia siamo passati più volte dalla rissa con morti e feriti, al fraterno incontro con un altro popolo. In più è anche la partita d’addio di Roberto Baggio alla nazionale. Il piano è semplice ed allettante.

Per prima cosa bisogna solo trovare un ristorante tipico, una trattoria casereccia, una taverna tradizionale che oltre a saziarci trasmetta Italia - Spagna. Semplice si direbbe, ma ci stiamo un’ora per trovare soltanto un Caffé finto borghese dall’aria noiosa, dove hanno soltanto micro - panini che si tengono con uno stuzzicadenti e si mangiano con due morsi oppure in alternativa tartine dall’aria pallida. E non costa nemmeno poco. Qui dentro la partita non sembra neanche interessare agli spagnoli, l’unico tavolino libero e proprio sotto il televisore, che come un occhio di bue ci immortala nello stereotipo- ruolo dei soliti italiani deficienti che non possono stare senza calcio. Ma quanta strada abbiamo fatto? Quanto dista da qui Logrono e il suo ristorante? I nostri esaltanti progetti stanno iniziando a marcire qua dentro, tra la noia della partita e del posto, non sarà questo continuo abbondante innaffiamento d’alcool a farli riprendere! I nostri speranzosi progetti se li sta portando via la clientele che dopo le nove e mezza comincia ad andarsene - Addio giovani radical - chic dai capelli unti! Addio composte signore dai completi in tinta, sarebbe stato bello anche conoscere voi nella libertà della nostra serata di libertà!! - ma non verseremo una lacrima per voi! Anzi, vi accompagniamo fuori con un sorriso perché questa è la nostra serata. Un sorriso grande da fare e mantenere con la bocca larga e non importa che la bocca larga trasformi il sorriso in uno sbadiglio, a voler ricordare l’alba di stamani e la fatica di oggi, perché questa è la nostra serata. Non ci importa che tu - cameriere - quando Baggio lascia il campo e la nazionale, cominci a mettere le sedie sui tavoli; non ci importa niente che al triplice fischio finale hai gia la mano sull’interruttore della corrente! E allora fuori nelle strada di questa sera a cercare qualcosa, anche se questi locali sono troppo pieni troppo vuoti o troppo illuminati o troppo bui per la nostra serata. Non importa se dovremo camminare ancora, è questo che siamo venuti a fare! E poco davvero importa se camminando siamo arrivati davanti casa e su per le scale, arrestandoci solo nella nostra stanzetta. E’ poco importante che nella nostra serata quando arrivano le undici e mezza stiamo gia dormendo da un pezzo.

PIOVE FUORI E DENTRO

Nel piano di guerra elaborato per astrarci qualche ora dalle consuetudini del Cammino, l’unica battaglia vinta fin lì era stata quella del sonno: 11 ore. Ora, mattina, la testa pesava ed io mi sentivo rintronato. La mossa successiva era la visita alla bellissima cattedrale, dovevamo muoverci in fretta se volevamo dare un senso alla sosta. Avremmo lasciato gli zaini nell’appartamento, saremmo passati a riprenderli nel pomeriggio, mescolandoci per tutta la giornata agli abitanti ed ai turisti della città. Burgos si rafforzò e crebbe nei secoli grazie al Cammino, favorita dal passaggio dei pellegrini divenne importante centro di commercio per mercanti ed artigiani, che ne favorirono la trasformazione facendola divenire il maggior centro d’accoglienza lungo la rotta jacopea, arrivando ad avere più di 30 hospitales. Di quella che deve essere stata una enorme ricchezza, la cattedrale ne è il giusto ricordo, col suo sfarzo e l’imponenza conferitagli dal gotico. All’interno appesa ad un muro si trova la bara del condottiero "El Cid Campeador, Rodrigo de Vivar, le cui gesta vengono raccontate nell’opera dei pupi siciliani e dall’Ariosto. Numerose sono le testimonianze di devozione a Santiago, a cui è dedicata anche una cappella dove si trova una statua del Santo a cavallo, la posa lo immobilizza nell’attimo in cui leva la spada per finire i mori infedeli che giacciono suoi piedi.

Dopo pranzo ci separiamo dandoci appuntamento al pomeriggio, incontrandoci prima di andare all’albergue. Così mi ritrovo per qualche ora per le vie della città, cammino piano con le mani in tasca, distratto lascio correre lo sguardo, non mi sento proprio a mio agio. I palazzi del centro con le loro verande in legno, limitano lo spazio, confinando la gente per le vie, costringendoli a muoversi. Sono loro che catturano la mia attenzione. I ruoli paiono capovolgersi, sono io che camminando lascio dietro le persone che incontro, adesso mi sorpassano da tutte le parti, mi vengono contro, mi scansano all’ultimo istante. Mi sento fermo, come ad aspettare. Ogni passo fatto oggi è un passo inutile. Mi rifugio in uno dei tanti Caffè-bar, guardo la gente passare e intorno a me osservo quel tipo di consuetudine che per ora, ovunque giunga, non m’appartiene. Il Cammino offre una visione passeggera di tutto, a differenza del turista il pellegrino riesce a calarsi in una realtà che non è la sua, ma non riesce ad appropriarsene se non per qualche momento che a volte viene misurato in passi. Tutto diviene routine, anche i bar come questo, pieni di persone, uomini e donne di ogni età: tantissimi bar e tutti sempre pieni. Dove c’è sempre una tv, ed è sempre accesa sul canale nazionale che trasmette le notizie dal fronte, si perché la Spagna si sente in guerra come testimonia l’onnipresente adesivo che ricorda gli attentati di Madrid. Sospeso in una tacita appropriazione/emulazione del ricordo del dolore, l’adesivo scimmiotta quello americano per l’undici settembre con la silhouette delle due torri ed un nastro nero. In quello spagnolo c’è la bandiera, una scritta nera ed un nastro dello stesso colore, chissà qualcuno forse avrà trovato troppo comune ed insignificante l’immagine di un treno. La tv non trasmette solo e sempre notizie della guerra, trasmette anche pubblicità, fra cui c’è, sempre, quella di un noto calciatore brasiliano che palleggia tra i monumenti principali di quella città che preferisco non nominare, ricordandoci che questo è un anno jacopeo, anno santo.

Sono i passi che faccio per arrivare all’appuntamento e da lì, quelli che poi faccio per andare all’albergues a farmi sentire meglio. L’albergue si trova nel parco dell’università, una volta trovato occorre fare la spesa per mangiare qualcosa. L’umore, senza un perché non è dei migliori, ci separeremmo di nuovo con facilità e volontà ma poi fuori comincia a piovere e l’acqua ci rallenta ci fa stare uniti, costringendoci a camminare saltando sotto un balcone all’altro. Dopo la spesa andiamo alla ricerca di un telefono. Da qualche giorno queste telefonate abbassano il tono della voce, ci fanno consumare più sigarette e intromettendosi nelle discussioni, sottraggono spazio ai superlativi. Sotto un balcone aspetto che gli altri finiscano per telefonare alla mia ragazza, come Luigi prima di me con Alessandro, piove ancora. Da un portone accanto al muro sotto il balcone in cui mi trovo, escono una quindicina di persone, si salutano e si danno appuntamento a domani poi prendono la strada per casa, qualcuno ha una persona che li aspetta fuori con l’ombrello, li osservo fino a quando non li vedo più. Piove. E quando piove diluvia.

In albergue c’è almeno la bella sorpresa di ritrovare Maurizio, non lo vedevamo da Puente la Reina. Maurizio racconta che negli ultimi giorni ha fatto non sa quanti chilometri: ieri si era perduto e a causa della pioggia, aveva deciso di passare la notte in una sorta di tubo d’acciaio quando camminando aveva trovato un cantiere, un uomo di passaggio lo ha avvertito che ormai era vicinissimo al paese, purtroppo però l’albergue era al completo e nell’unico hotel, la proprietaria gli ha chiesto 50 euro, così si è dovuto fare altri 8 chilometri prima di trovare un letto. Ora arrivato qui a Burgos, vorrebbe domani poter riposare tutto il giorno, sa benissimo che non si può dormire più di una notte nello stesso albergue, quindi per domani sta pensando di inventarsi qualcosa come un malanno, una distorsione al piede… domani mattina prima di andarcene ci ha chiesto di svegliarlo così potremmo salutarci, per adesso l’unica cosa che vuole è infilarsi nel saccopelo.

Quando non si ha voglia di chiacchierare e/o fraternizzare un posto da evitare è la cucina. Si va a mangiare fuori, all’aperto. Il problema si pone quando fuori, all’aperto, piove. Può capitare allora di conoscere pellegrini o meglio che tu venga conosciuto da pellegrini, tanto più se sono connazionali e allora…, allora c’è ne da parlare e hai voglia col tempo se poi sono una coppia con amico al seguito, ognuno ti deve dire la sua. Malgrado la fatica per i chilometri fatti o per i chilometri non fatti se ne dicono e se ne sentono di cose… si, perché, perché qui è davvero bello, è una esperienza eccezionale, stupenda, è un flash, che non è come il libro di Coelho, che l’anno scorso siamo partiti da Leon e l’abbiamo fatta tutta, che ci sono posti meravigliosi come la "Cruz de hierro", che, oh! E’ dura veramente! Che, sai cosa ti dico Antonio? Che l’anno prossimo mi organizzo con le ferie e me lo faccio tutto intero, però stavolta mollo la donna! Già, la donna. Anche lei con la pioggia. Da qualche giorno, sempre più, si manifesta l’insorgere di questo tema all’interno delle conversazioni, come un sintomo. C’è qualcosa di sottile e cangiante in quelle conversazioni, che si mescola ai sentimenti o si nasconde dietro ad una passeggera bramosia di mero possesso. Niente che abbia a che fare con la superficie ma che affiora specie in giornate come questa. Alberga più in profondità, arriva anch’essa dal cuore e dai nervi. La fine coda di un mostro, che striscia fastidiosa in quel meschino territorio, al confine, fra la consapevolezza e la paura. Delle volte si dimena e si allunga. Pizzicando giuste corde, intona la propria canzone. Comunque. Che non sia un problema solo mio o nostro, non mi interessa ma mi fa sogghignare. Al buio, spenta la luce, impegnata in una telefonata, sento la voce dell’uomo che dorme nel letto sopra il mio: …mais non mon amour… bien sùr…moi aussi. Oui… oui, fatigué. Beaucop.


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