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Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?

"La società tesse la trama del circolo della violenza. Uccidono l’ uccisore ed uccidono ed uccidono ancora. Quello che abbiamo qui è una spirale di violenza in grande scala”. Sono le parole di Farley Matchett...

di Thierry Avi - mercoledì 24 gennaio 2007 - 10428 letture

L’abolizione della pena di morte consiste nella soppressione di una punizione che colpisce il delinquente nella libertà e nel suo diritto di esistere. Il fatto assurdo è che tale pena pretende di svolgere una funzione morale attraverso la sua natura espiatoria ed una funzione intimidatoria, che la renderebbe socialmente utile.

L’idea insidiosa che solo la violenza estrema, l’assassinio legalmente deciso in nome del popolo, sarebbe in grado di porre fine alla criminalità, ricerca ai giorni nostri una legittimità morale. Attenzione,non bisogna sbagliare, anche se purtroppo molte persone evocano costantemente sotto varie forme i concetti di "tolleranza zero". Secondo un’opinione piuttosto diffusa nel mondo, basti pensare agli Stati Uniti, il crimine di Stato sarebbe la sola risposta alla violenza della società.

"Perché la società deve uccidere un assassino?" Se non vado fuori strada, la società stessa fabbrica l’assassino. La società tesse la trama del circolo della violenza. Uccidono l’ uccisore ed uccidono ed uccidono ancora. Quello che abbiamo qui è una spirale di violenza in grande scala”. Sono le parole di Farley Matchett che ha sofferto per oltre dieci anni nel corridoio della morte della prigione texane di Huntsville, per essere finalmente giustiziato nel 2006. Qualsiasi aggressione contro un singolo essere umano o contro un’intera comunità, genera una nuova violenza, dettata dall’impulso della vendetta. Questa logica tende nuovamente a fare parte dell’ideologia dominante che attualmente aleggia sul pianeta travisando la nozione di legittima difesa per fare posto a quella della "legittima" vendetta. George W. Bush non ha fatto cosa diversa da ciò che raccomandava il sig. Pasqua (ex ministro degli interni francese).

"E se tua figlia fosse stata assassinata, non desidereresti la morte del suo assassino?" Mi sono spesso fatto questa domanda e la risposta immediata che mi viene ogni volta dallo spirito è "sì ". L’odio, la sensazione d’impotenza infinita che causa l’assassinio di un essere che ci è caro, sono delle realtà umane incontrollabili. L’esecuzione dell’assassino è quindi la soluzione che cancellerebbe in un certo qual modo la morte della vittima? La comunità non deve, in primo luogo, circondare col suo calore compassionevole - nel senso originario del termine - coloro che sono stati colpiti dalla violenza restituendo loro il gusto alla vita, senza caricarli del peso supplementare della responsabilità della morte dell’omicida?

Alcuni recenti processi hanno mostrato che una volta usciti dalla logica di "morte per la morte", un lungo e doloroso lavoro di recupero è possibile, forse anche necessario, per i parenti delle vittime degli assassini. Questo lavoro passa anche attraverso l’appello insistente a quel briciolo di umanità che sappiamo rimanere anche nell’anima del più odioso dei criminali. Il lavoro completo potrà realizzarsi interamente soltanto riconoscendo che l’autore del crimine è, e rimane, un essere umano e quindi conducendo il criminale stesso a riconoscere l’orrore delle sofferenze che ha inflitto. L’accettazione di questa realtà da parte di una comunità gli permetterà di progredire sulla via dell’umanizzazione.

Al contrario, una società che rifiuta di guardarsi allo specchio, che si priva volontariamente - nel nome della "legge", di Dio o di un qualsiasi altro principio di potere e di dominio - della sua capacità di recuperare il più abietto dei suoi membri, regredisce verso l’odio, la barbarie e la cultura della morte. Mettendo a morte colui che ha ucciso, una società si mette sullo stesso piano dell’assassino: l’omicidio che risponde all’omicidio.

La tentazione mortale della barbarie, se non ci mettiamo in guardia, sta ritornando una norma sociale. Certamente, ci diranno che circa cinquemila o diecimila esecuzioni capitali all’anno nel mondo è una quantità quasi trascurabile comparata all’orrore della morte quotidiana e silenziosa di trentamila bambini vittime della miseria. E tuttavia è la stessa violenza. Questo carico esplosivo che si accumula attimo dopo attimo può distruggere l’umanità intera. La barbarie non nasce spontaneamente, scrivevamo all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Essa si nutre dell’humus dell’ingiustizia, di questa violenza che soffoca la ragione, e che nasce dalla terribile disuguaglianza voluta ed organizzata dai "padroni" dell’economia.

L’emancipazione dell’umanità, la sua umanizzazione è un processo molto fragile. Il carattere "definitivo" di un progresso umano può essere affermato soltanto guardando al passato, ma non è mai definitivamente acquisito. La storia più recente ci mostra che le "grandi paure" dei tempi scorsi, gli odi devastatori possono ricomparire in qualsiasi momento. Possiamo tutti, indipendentemente dalla nostra capacità morale, dai nostri valori affermati, diventare come gli assassini o come i loro cloni, i boia. Coloro che, per soddisfare ambizioni meschine di potere, fanno appello alla legittimazione della violenza sociale - nella sua espressione suprema che è il ritorno alla pratica della pena di morte - seminano il vento deleterio della distruzione sociale.

Il regresso e allo stesso modo il progresso, sono processi inevitabili. Allo stesso tempo la potenza crescente dell’aspirazione di vivere pienamente in una società sicura, che è anche quella dell’eliminazione della paura del futuro, è una forza che ci è necessaria, in ogni istante, in qualsiasi occasione, per mettere in moto la trasformazione della realtà.

Come si può associare quest’infamia alla democrazia? La pena di morte è allo stesso tempo punizione ed auto-protezione, ma è anche l’ammissione da parte della società della sua incapacità di infliggere pene educative.

Uccidere un colpevole non cambierà la nostra società. Uccidere un colpevole non porterà ai cittadini un mondo di pace, un mondo senza violenza. Uccidere un colpevole, non ci renderà un mondo perfetto dove tutto è bello e gioioso. Allora, perché, uccidere un colpevole? Interrogatevi. Ve lo chiedo.

Alcuni sostengono che una società che applica la pena capitale non fa altro che difendere i suoi membri dai crimini odiosi dei suoi peggiori elementi. Ma se è vero che la pena di morte soffoca i fermenti di sommosse politiche nei regimi dispotici e totalitari, nessuno non è mai riuscito a dimostrare il carattere educativo delle esecuzioni nei paesi democratici. Quindi, statisticamente abbiamo la riprova che il mantenimento della pena di morte non diminuisce la criminalità e anche che la sua soppressione non la fa aumentare.

Occorre chiedersi ancora se la pena di morte non sia un mezzo per lo Stato per imporre la sua forza ed il suo potere. Infatti, lo Stato dispone totalmente del cittadino giungendo a togliergli la vita, colpendo un diritto inalienabile, come affermato dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Non si può più allora considerare tale Stato democratico, ma totalitario.

E’ per questo che lancio un appello a tutti i potenti e ai comuni cittadini: che si facciano promotori di una richiesta di legge per l’abolizione della pena di morte in quei paesi in cui è ancora in vigore, e che tale rifiuto venga quindi iscritto nelle costituzioni di questi stati affinché diventi definitivo ed irrevocabile, affinché mai più nessuno possa essere condannato a morte in uno Stato civilizzato e rispettoso dei diritti dell’uomo.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata nel periodo successivo alla guerra più bestiale nella quale si sono affrontati gli uomini, non dice altra cosa affermando che il primo diritto umano è quello alla vita.

La pena di morte, ah, la pena di morte che orrore!! Che vergogna!

THIERRY AVI

Contributo di Simona Roveda:

Come dice Thierry, la vendetta è insita nell’essere umano come lo è anche il sentimento della compassione, del perdono, dell’amore, capaci di farci progredire, cambiare strada e di costruire cose meravigliose. La vendetta è l’opposto del perdono e l’evoluzione umana porta alla seconda soluzione, anche soltanto per la semplice questione di sopravvivenza della specie…
Ma a cosa sono servite le parole e le azioni lasciateci da grandi uomini nei millenni sulla fiducia nell’uomo, sul rispetto della vita?
Non nascono dal nulla ma da una ricerca interiore fatta giorno dopo giorno, prodotta dalla sofferenza e dalla conseguente speranza. Cosa ci hanno insegnato? Nulla sembra, a vedere il comportamento dell’uomo nel mondo attuale.
E cosa ci resta da fare? Rimane soltanto la cosa più grande e più difficile: sondare nella propria anima, nell’angolo più recondito, quello che teniamo nascosto a tutti e che conosciamo solo noi stessi e chiederci: “Ci conviene ambire alla costruzione dell’essere umano o alla sua distruzione? Ci conviene comprendere, educare, trasformare, avere compassione o falciare?”
Non c’è essere umano che valga la pena di eliminare. Anche i peggiori carnefici coltivano roseti…
E se il perdono è cosa troppo grande, proviamo un briciolo di compassione. Ci rende più vicino a Dio.
E come ha scritto il grande poeta Tagore: “Innalzami, perché la mia dignità, accettando l’offesa, disdegni di renderla”.
Questo ci rimane. Seguire la strada più ardua da percorrere ma l’unica salvifica.
Simona Roveda


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“Innalzami, perché la mia dignità, accettando l’offesa, disdegni di renderla”.
25 gennaio 2007, di : Luigi Iovino |||||| Sito Web: DIARIO di una ESTORSIONE...

Ho bisogni di qualcuno che m’innalzi, perchè di fronte al male che mi stanno facendo ho desiderato e sognato la loro morte; Ho bisogni di qualcuno che m’innalzi, perchè oggi stò desiderando la mia, di morte, ed è più ingiusta di quella dei miei estorsori;

Oggi ho chiesto al sito di Marco Cappato di pubblicare un mio "Appello per l’EUTANASIA" rivolto al Presidente, on.le Giorgio Napolitano, perchè, lo confesso, ho desiderato la morte di altri, è non è nel mio animo, quindi sono riusciti a forzare la mia natura, quindi mi hanno già ucciso;

Prima con la falsità, poi con la violenza, poi con la indifferenza...

Più grave ancora è la violenza che subisco ogni volta che mi sento male e devo sfuggire agli sguardi dei miei familiari, dire "Non è niente" "Mi passa" e stò facendo questo da 12 anni;

Ho peccato desiderando la morte d’altri, ma voglio morire sperando che la loro punizione, quella di avere provocato la mia morte e la distruzione di una famiglia "normale" possa essere più atroce...

www.luigiiovino.it

Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
26 gennaio 2007

Il tuo intervento è perfetto fino a quando dipingi la pena di morte come viatico di una spirale di violenza, che dalla violenza nasce e finisce con l’alimentare altra violenza, essendo essa stessa un atto violento.

Mi sento però di fare alcune precisazioni rispetto ad alcune tue espressioni successive.

Io sostengo apertamente l’abolizione della pena di morte. La compassione verso le vittime e i parenti non è in discussione perchè ti chiedi allora se la società debba esercitare questo atteggiamento compassionevole, quando esso è perfettamente naturale? Altrettanto naturale quanto il negare che uno Stato possa disporre della vita, fosse anche di quella di un assassino. In ogni caso laddove la pena di morte viene applicata la responsabilità della morte del colpevole non può certamente essere addossata ai parenti delle vittime, come tu asserisci. Questa responsabilità è una responsabilità sociale, tutti i cittadini che accettano questo stato di cose sono responsabili. Per qualcuno laddove esista la pena di morte: nessuno è responsabile di essa: solamente il colpevole. In base a tale congettura la coscienza di chi la pratica ancora viene fatta salva, ma è maledettamente sporca.

Sullo sviluppo della società tu dici: esiste un progresso, ma allo stesso tempo un regresso. Globalmente questo concetto è inaccettabile: oggi la società sta regredendo, non progredisce affatto. L’odio e le spirali di violenza sono già fatti dei nostri tempi e ti dirò di più non è mai passato un solo giorno da quando l’uomo ha iniziato ad esistere che non vi sia stato un uomo ucciso mediante un atto di violenza. Umanizzazione? Siamo tutti uomini anche gli assassini. Il problema è distinguere i giusti dagli ingiusti, i buoni dai malvagi. Il bene vince sul male solo se si oppone ad esso per quello che è, in caso contrario esso diventa male. L’umanizzazione auspicata dunque va intesa piuttosto come superamento di un certo modo di essere uomini. Forse dobbiamo pensare di essere qualcosa di più, illuderci di esserlo. In caso contrario siamo destinati a perdere questa battaglia.

Sull’approccio statistico (che io personalmente odio) posso dirti con estrema certezza che non solo la pena di morte non diminuisce la criminalita, ma la fa persino aumentare perchè innesca quella spirale di violenza di cui tu parlavi. I paesi in cui esiste la pena di morte sono tra i più violenti al mondo.

La richiesta di abolizione della pena di morte è già stata presentata. Giace su qualche tavolo delle Nazioni Unite. Bisogna chiedersi perchè non si va avanti. Vuoi una risposta? Te la do io! Non si va avanti perchè fra gli Stati che la adottano ancora vi sono alcuni Stati USA e il peso economico di questo Stato impedisce una presa di posizione forte che implicherebbe un sacrificio in termini di rapporti internazionali amichevoli. Comunque se vai sul sito di Amnesty International credo ci sia ancora una petizione mondiale che puoi firmare direttamente on line.

    Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
    26 gennaio 2007

    Grazie per la collaborazione
Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
27 gennaio 2007

La pena di morte è l’apice di un sistema di storture sociali che affonda nell’ignoranza nella povertà e nella violenza. Il tutto sotto l’egida di una società tuttaltro che solidale (!).

Fino a quando proliferano i mali di cui sopra, sarà difficilissimo rimbambire il popolo con altri sistemi (cioè la violenza è una reazione quasi evocata..).

Oltrechè, in una società violenta (come sta succedendo anche da noi!) occorrono guardie violente (per far paura ai violenti, e per arrestarli).. e tali persone debbono esser reclutate "in una società violenta".. E’ chiaro come diceva quel giovane di prima che una società che approva la guerra come mezzo di governo e di imposizione, deve far crescere individui pronti a tutto, e quindi anche sotto la spada di damocle della pena di morte (manderesti in guerra degli obbiettori di coscienza? oppure ti serve gente che non teme di uccidere e morire?)

Quindi uno stato fascista, dove sono esaltati i valori della violenza e dell’insensibilità e del disprezzo della vita nella sua visione anche spirituale e creativa. Sarebbe la perdita del concetto di importanza della vita.. quindi: PERCHE’ PERSEGUIRE ASSASSINI?

In ultima analisi (e credo la più importante), bisogna mensionare il concetto del verismo di cui molti autori hanno parlato abondantemente nel "secolo scorso". Ognuno di noi è chiamato a esercitare la morale, ma alla fine, come da descrizione di fatti avvenuti a tanti individui, la morale non viene applicata sempre.

Sarebbe una società di eroi quella fautrice della pena di morte?

Una società di fanatici idealisti che fomentano l’ordine e la disciplina e qualche altro abito strettissimo?

Meglio di no! la Società non centra tutti gli obbiettivi anzi...

La pena di morte verrebbe inquadrata in un’ottica da rendimento percentuale dell’efficacia di tale punizione...

Diciamo che metà dei colpevoli verrebbe punita con giustizia, e metà dei colpevoli scamperebbe alla pena di morte..

Per contro (verismo del menefreghismo..) : metà di chi va a morte sarebbero vittime del sistema, o persone innocenti incastrate da poteri ad oc oppure da qualche dritto di turno.

Il fatto è che molti "incastrati" finirebbero uccisi ingiustamente. Questa percentuale è assai superiore a ciò che noi conosciamo.

Chi non ha i soldi per pagare dei buoni avvocati finisce nella camera della morte al posto di molti che farebbero qualunque sacrificio economico per evitarla..

Chiunquepensa che "Il Governo" o le guardie o i Carabinieri "non possono farlo" si sbaglia di grosso!

In realtà, il verismo ci deve guarire da tali formr di infantilismo.

In tutti i posti proliferano ogni specie di individui.

Chi dice "pena di morte" dovrebbe cominciare a farsi delle domande concrete per capire sotto quale ambiguità riesce a mimetizzarsi per vivere.

In ultimo, l’America, un popolo che se chiamato a votare per tale "svarione sistematico" direbbe si alla pena di morte.

Il mio giudizio ovviamente me lo tengo.

Un certo Nino Manfredi disse che in America ogni uomo si chiama Johnn e ogni cane si chiama dog..

E noi, abitiamo l’Italia da soli 500 anni? (o 3000 anni?)

Perchè tornare indietro nella Storia e riprocessare i lati del delitto?

Dobbiamo ancora dare i nomi alle cose che conosciamo?

In Europa abbiamo avuto grandi violenze. A cosa servirebbe "mettere in ordine" anche la violenza?

Mettere la violenza a fruttare?

Non abbiamo già abbastanza prove di come si può finire con il pressapochismo? e con il perfezionismo? e con il superamento della barriera del delitto?

Cosa ne sa la gente dei delitti da fare in pubblico?

Non è forse questo il motivo dominante della discussione?

Non è rendere spettacolo pubblico alla portata di tutte le tasche, l’assassinio?

E’ forse un rimedio definito all’impotenza?

E in tal caso, quali "potenze" poi in gioco?

Quale Società violenta e truculenta prospettare?

(nessuna firma)

Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
27 gennaio 2007

ALL’UOMO CHE PONE TANTE DOMANDE INUTILI.

Caro interventore, neanche io mi firmo come vedi. Tu non lo fai e rimani anonimo (firmandoti come "nessuna firma") allo scopo di confondere le idee chiare espresse in questo sito e contrarie alla pena di morte.

Tu tieni per te il tuo giudizio e ci bombardi, nella parte finale del tuo post, con una miriade di domande sciocche, molte delle quali poste ad arte allo scopo di confondere con contenuti inutili i punti centrali dell’argomento.

I tuoi culturalismi, o i tentativi di fare un discorso culturale sulla pena di morte tieniteli per te, perchè creano solo confusione. Che tu sia favorevole a questa barbarie lo si evince dal fatto che ragioni in modo prolisso: il tuo cervello evidentemente vuole giustificarsi con la tua coscienza.

In caso contrario perchè creare confusione?

Su un argomento così ci si deve limitare a ribardire qualcosa che alla maggioranza appare ovvio e per certi versi stancante: la pena di morte non è giustizia ma vendetta; lo Stato non può disporre della vita umana, nemmeno Dio lo fa, lasciandoci liberi.

Per conto mio i tuo culturalismi annacquano la chiarezza di questi concetti. Usi la tua pseudocultura come strumento di caos e confusione, magari proprio per far passare in secondo piano il contenuto semplice di questo spazio.

Se poi cerchi letture per sviluppare "culturalmente" questo argomento ti do qualche spunto serio: Franz Kafka, Nella colonia penale; Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo.

Da notare che i due scrittori sono alquanto particolari: il primo (Kafka) è lo scrittore dell’assurdo e del paradossale (assurda e paradossale è la stessa pena di morte); il secondo (Poe) è uno scrittore "gotico" con uno spiccato gusto per l’orrorifico (la pena di morte non è forse un orrore?.

Buona lettura

Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
27 gennaio 2007

Quello che ho scritto è la verità.

Perchè non leggi un po di Freud così rinfreschi un pò la tua cultura sulle nevrosi umane?

Oppure pensi che l’uomo è visibile a se stesso?

Se tu hai una cultura sei chiamato a divulgarla, sei chiamato ad argomentarla..

Terresti il lume sotto il moggio?

Poi, ognuno trarrà le sue conclusioni.

Un musicista che si rispetti non fa conferenze ma suona e suona.. e chiude in tal modo ogni discussione..

Restiamo quindi nell’opinabile. Ogni parola può essere un masso se usata malamente.

Sono contrario a usare le parole per offendere. Usa le parole per istruire e rivelare. Non usarle per "comandare" il pensiero altrui.

Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
30 gennaio 2007

ALL’UOMO DALLE MILLE DOMANDE

Non metto il lume sotto il moggio, ma potrei anche farlo, chi me lo vieta?

Non ho assolutamente l’intenzione di rivelare niente a nessuno: la cultura ufficiale quasi sempre serve a nascondere la verità! Altro che lumi e moggi!

Tornando al discorso sulla pena di morte ti dico solo una cosa, sempre la stessa, e preciso che non si tratta di una rivelazione, ma semplicemente della verità (non di un ridicolo lumicino): la pena di morte è comunque un abominio!

Ieri sera ho rivisto per l’ennesima volta Schindler’s List: vuoi sapere se ho provato pietà quando, alla fine del film, impiccano il criminale nazista? Non ne ho provato nessuna! La realtà però non è un film e gli esseri umani non sono personaggi, ma uomini. Fino a quando dominerà la "cultura" basata sull’immagine e sulla diffusione delle idee attraverso immagini, continueremo a rimanere imprigionati nella gabbia ideologica costruita da altri.

Saddam Houssein andava ucciso per i suoi crimini? Se io avessi visto come in un film le torture e i crimini da lui commessi non avrei avuto alcun pietà per lui, ma solo per le sue vittime. Questo però non è avvenuto. Possiamo solo immaginare i suoi crimini e per quanto ci sforziamo di farlo questi non saranno mai reali come se li avessimo visti con i nostri occhi. La realtà dei fatti ci priva di una cosa che un film ricrea artificiosamente: la contestualità spaziotemporale. La contestualità videocinematografica è sempre è comunque una finzione, una finzione che ci trasmette emozioni, ma una finzione.

L’idea di controllare tutto il creato con una telecamera e di giudicare da un’ipotetica stanza dei bottoni la lascio agli illuminati vati dell’inferno dantesco contemporaneo, in cui ciascuno giudica il suo prossimo.

Di fronte ai fatti non mi faccio domande come fai tu: mi do semplicemente delle risposte.

La mia risposta è che la PENA DI MORTE E’ COMUNQUE UN ABOMINIO. Nessuno di noi è Dio e nessuno di noi basandosi su una legge scritta e razionale può mandare a morte qualcun’altro. La reazione estemporanea ad un misfatto abominevole non si iscrive nell’ambito delle reazioni razionali e legalmente previste: è solamente una reazione irrazionale, talvolta giustificata se è vero che esiste la legittima difesa.

Quando però un uomo pericoloso è ridotto all’impotenza non ha alcun senso togliergli la vita, perchè nell’economia dell’esistere la sua vita troncata non darebbe alcun ristoro alle vittime, ma alimenterebbe solamente l’idea che l’uomo, in un momento di serena razionalità, può disporre della vita umana.

Molti usano un argomento che spesso mi è capitato di sentire quando mi esprimevo contro la pena di morte: se qualcuno uccidesse un tuo figlio sotto i tuoi occhi, tu cosa faresti? Staresti a guardare? La mia risposta: lo farei a pezzi! Ma poi andrei in carcere come un qualunque altro assassino!

Questa domanda però è posta di solito capziosamente da parte di che vuole elevare la dimensione individuale dell’irrazionalità a dimensione razionale di Stato. L’irrazionalità (a volte comprensibile) del singolo, non può diventare razionalità del gruppo sociale, sarebbe un grave errore (è dove avviene, lo è già).

Non ho altre risposte VOSTRO ONORE. Lei ha altre DOMANDE?

    Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
    30 gennaio 2007

    Sono da sempre contro la pena di morte, per tutte quelle ragioni che ormai formano una letteratura sterminata. Vorrei continuare ad esserlo. Poi si viene a sapere di certi efferati asassinii, ad esempio come quelli di Erba. Assassinii plurimi perpetrati con lucida premeditata ferocia, per motivi futili o abietti. Allora tutti i discorsi sul cammino della civiltà attraverso i millenni, ecc. cominciano ad appannarsi, mentre si staglia nitida dinanzi alla nuda coscienza la figura di una dea implacabile e fredda: la Giustizia. Quattro vite umane, compresa quella di un bambino, nel nostro caso, la reclamano disperatamente, gridano giustizia. Allora i traguardi di secoli di evoluzione culturale e di crescita civile vacillano di fronte ad una verità incontrovertibile: il principio di giustizia non muta; la commisurazione della pena alla entità del crimine è ineludibile. Non c’entrano più l’umanità della pena e la redenzione del reo. Siamo a tu per tu con quella dea terribile che si erge decisa nello scenario spesso confuso della nostra coscienza. E’ sufficiente la privazione della libertà? Non credo, per come viene applicata dalla legislazione italiana. Antonio Carollo
Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
1 febbraio 2007

Caro Antonio tu dici che la galera non basta, che vuoi di più, che ritieni indispensabile la pena di morte. Il tutto partendo dall’affermazione che sei contrario.

Ma se non lo sei perchè cominci dicendo che invece sei contrario?

Riccardo Ricciardini

    Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
    3 febbraio 2007

    Caro Riccardo Ricciardini, hai ragione a far notare una certa contraddittorietà in quel che ho scritto. Di fronte all’orrore di una strage come quella di Erba la mia vecchia convinzione nel definire la pena di morte come delitto di Stato ha subito una forte scossa, ha vacillato. Ecco, con le mie parole ho voluto rendere (forse non riuscendovi) il senso di questo vacillamento. Ammetterai che qualche volta affiorano dalla coscienza delle domande angosciose: la soppressione di quattro vite umane è uno di questi momenti; in questo caso la domanda, oltre che angosciosa, è imperiosa. Quando parlo di dea fredda e implacabile mi riferisco alla giustizia e non alla morte o alla pena di morte; poi accenno al problema drammatico della commisurazione della pena all’entità del delitto (infatti il simbolo della giustizia è la bilancia). Alla fine compio un azzardo: in un caso come quello di Erba basta la privazione della libertà per come è praticata nel nostro sistema carcerario? Cioè nei modi, un po’ all’italiana, consueti per condannati colpevoli di illeciti di media odiosità. Per assassini così feroci non andrebbe pensato un regime carcerario più rigoroso? Posso pormi questa domanda? Grazie per le cortesi osservazioni. Saluti cordiali. Antonio Carollo
Contro la pena di morte: uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
12 luglio 2007

Io sono contrario alla pena di morte!

Altri eventuali discorsi servono solo ad alimentare un confronto caotico.

Caro Antonio, io sono autore di quasi tutti gli interventi contro la pena di morte fatti in questa pagina. La cosa non è consolatoria: nessun’altro ha pensato di contestare un ragionamento fatto in favore di essa.

Le idee positive di questi tempi mettono sempre in una posizione minoritaria, mi chiedo il perchè e tengo per me la risposta. Ognuno lo chieda alla propria coscienza, perchè è a questa che ciascuno di noi risponde.

Riccardo Ricciardini