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Contagio, paura e bisogno di essere ascoltati

Nuove realtà di disagio psichico emerse durante la pandemia e possibili sviluppi di intervento. Da un incontro avvenuto a Milano con Alessandra Ferlini psicoterapeuta.

di Silvia Zambrini - mercoledì 7 luglio 2021 - 983 letture

L’avvento del Covid oltre agli sconvolgimenti economici ha comportato la diffusione di malesseri sociali per cui il sostegno di esperti del settore si è dimostrato in più casi necessario, aprendo a nuove esigenze di intervento. La Dott.ssa Alessandra Ferlini, attraverso la sua esperienza con i pazienti durante lo stato di pandemia, ci mostra adesso quali potranno essere le evoluzioni dell’approccio psicoterapico.

A partire da Settembre 2020 - ci dice Alessandra Ferlini - è via via aumentata la richiesta di aiuto con un utilizzo prevalente della video chiamata. La nuova utenza riguardava soprattutto i giovani tra i 18 e 28 anni (tra i giovanissimi soprattutto le ragazze). In generale studenti prossimi all’esame di maturità o professionisti con ottima carriera universitaria e lavorativa: persone che, proprio per il fatto di essere proiettate nel futuro, si sono trovate bloccate in questo loro slancio vitale e professionale.

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Alessandra Ferlini

La paura è stata tra le maggiori cause di malessere cui in parte ha contribuito l’effetto mediatico di immagini forti e ripetute oltre misura.

I sintomi più diffusi sono stati gli attacchi d’ansia e di panico, ipocondria, senso di incertezza, angoscia di morte, fobia da contaminazione con conseguente ossessione verso l’igiene, crisi identitaria specie nei più giovani di per sé già esposti a questi malesseri. Questi sintomi erano presenti sia nei pazienti che hanno chiesto aiuto durante la pandemia, sia in coloro che già seguivo ma che durante il Covid ne hanno sofferto maggiormente. In un clima urbano spettrale, accentuato da un’informazione mediatica molto cruda, si respirava una diffusa “angoscia di morte” in questo caso esasperata dalla “paura della morte” che è un sentimento più concreto, legato a fatti che realmente succedono, di cui tutti parlano. Affrontare queste sensazioni di terrore attraverso la relazione terapeutica significa riconoscerle e possibilmente trasformarle in uno stimolo costruttivo anziché lasciarsi sopraffare.

L’isolamento coatto, cui tutti hanno dovuto velocemente adattarsi, ha comportato problemi a livello individuale e nelle famiglie mostrando però anche degli aspetti positivi.

Rinunciare a feste e matrimoni, dover discutere la tesi di laurea dalla propria camera da letto è stato frustrante. Non poter partecipare a funerali ha avuto un effetto shock che si aggiungeva ad emozioni già forti come non poter andare a trovare un parente in ospedale. Il lockdown ha assolto molte persone dall’ossessivo richiamo alla socialità ma la realtà destabilizzante ha spinto a ritirare progetti e investimenti di ogni tipo riguardo al futuro. In sottofondo si è creato un clima di maggiore vulnerabilità e sgomento legato all’impossibilità di fare previsioni. Noi tutti viviamo nella predisposizione a progettare sulla base di stime di probabilità. Programmare una serata con gli amici, un viaggio, un weekend, impegni lavorativi, il parrucchiere, la spesa, teatro etc. Tutto stravolto. Soverchiato l’ordine abituale della vita quotidiana. Questo è stato a mio avviso l’elemento più sconvolgente e al tempo stesso più sfidante per ciascuno di noi. La vita quotidiana, laddove in genere tutto si da per scontato e noioso, si è rivelata un punto fermo di cui la gente ha sentito la mancanza. In alcuni casi questi sintomi hanno permesso di disgelare problemi sottostanti e di riorganizzare più velocemente i propri equilibri.

Il lavoro e la didattica a distanza, spesso senza sufficiente sperimentazione e adeguata impostazione tecnica, hanno visto in taluni casi prevalere i vantaggi, in altri, specie per la didattica, le criticità. Il caso della psicoterapia a distanza, che già in parte era praticata, si è rivelato uno strumento efficace nonostante i pregiudizi iniziali.

Sin dall’inizio ho adottato la terapia in video chiamata che ha funzionato molto bene in quasi tutti i casi (a parte qualche resistenza poi superata). In principio è stato difficile perché la comunicazione non verbale è comunque necessaria al lavoro psicoterapico ma sono stati adottati altri canali di relazione empatica. L’adattamento così repentino e prolungato a questa modalità ha richiesto una concentrazione più focalizzata su aspetti parzializzati della percezione corporea e spaziale. Anche noi terapeuti ci siamo dovuti attivare per interpretare i segnali di disagio elaborando nel contempo i nostri giocoforza: era necessario in un momento in cui i pazienti non potevano certo essere abbandonati e al tempo stesso è stata un’occasione di approccio interessante anche per il futuro, al di là di ogni emergenza. La psicoterapia, una volta ridotti i costi di sede e aboliti gli ostacoli logistici per cui può essere praticata in ogni punto del mondo, può coinvolgere molte più persone.

Fare attività nel tempo libero è diventata una componente fondamentale della società attuale: tenersi in forma è importante ad ogni età e gli stimoli delle tecnologie si traducono in curiosità per cui in tanti frequentano luoghi dove si impara, ci si esercita, si fanno cose assieme. I lunghi lockdown hanno imposto di rinunciare a tutto quanto non era lavoro e attività quotidiane essenziali.

Le abituali e mutevoli stimolazioni che arrivano dall’interazione col mondo ci attivano sollecitando energie, attenzione, curiosità, nuove scoperte, nuove conoscenze, partecipazione. Siamo “animali sociali” e la costrizione al ritiro in casa ha messo a dura prova proprio questa naturale attitudine. Certo c’è chi attraverso l’isolamento si è reinventato e ha potuto orientare altrove queste attivazioni ma anche chi, sopraffatto dallo spavento e dalla deprivazione, ha dovuto fare i conti con una vulnerabilità preesistente alla pandemia, con segnali depressivi o con accessi di aggressività. Segnali di una destabilizzazione che non ha trovato subitanea assistenza sono quelli legati ai rapporti sentimentali. Così come molte coppie durante i lockdown si sono rafforzate, diverse non hanno retto la presenza continua del partner, in altri casi non ne hanno sopportato la distanza: non potersi incontrare con l’altro e fare cose assieme ha fatto perdere via via interesse nei suoi confronti.

Lo sconvolgimento degli stili di vita non è stato vissuto allo stesso modo nelle famiglie da parte di ogni componente. Ancora una volta, nonostante siano cambiati i tempi, basta uno stato di crisi per far emergere certe barriere di fondo.

Moltissime donne si sono trovate ad affrontare prevalentemente in solitudine le attività domestiche e genitoriali senza per questo compromettere il lavoro. Erano decisamente oberate, arrabbiate e spaventate! Le famiglie si sono ritrovate sovraccaricate lavorando da casa e in contemporanea occupandosi dei figli: situazione di grande stress per tutti ma pochi padri si sono attivati collaborativamente. E questo è un fenomeno che andrebbe considerato anche dal punto di vista culturale e sociale con più efficacia.

La casa durante questo periodo per molti ha assunto connotati diversi rispetto a quando era il luogo in cui ci si ferma se non si è al lavoro, in viaggio o in giro per impegni. Il fatto di vivere la propria abitazione come una costrizione ha causato sensazioni di prigionia ma a volte anche la scoperta di una nuova dimensione (compreso l’effetto tana in cui rifugiarsi).

Non poter invitare amici e parenti ha condizionato molto ma anche comportato una riscoperta della casa come spazio corporeo intimo, da rimodellare sull’esigenza di una situazione più riflessiva. C’è chi ha iniziato a scrivere un libro, chi a riflettere per poi agire su cambiamenti lavorativi, chi ha creato spazi di identificazione di sé attraverso meditazione e maggiore creatività, individuando quanto precedentemente vi fosse di superfluo. Per stimolare nei miei pazienti questo nuovo rapporto con la propria casa, io li invitavo a descriverla e a fotografarla nei punti che generavano in loro sentimenti di gradevolezza.

A livello terapeutico il contatto con il proprio mondo interno e le proprie emozioni ha accelerato la presa di coscienza comportando al tempo stesso una presa d’atto violenta dello stato attuale per ciascuno. Non tutti sono riusciti a utilizzare questo stato per costruire un sé più consapevole e c’è chi si è trovato in una regressione verso dinamiche antiche: un processo che ha peraltro permesso di evidenziare certe barriere ancora irrisolte e di poterle affrontare attraverso la terapia.

Balcone - Tutto andrà bene

Molte volte in questi lunghi mesi si è pensato ai giovanissimi per i quali il contatto con i coetanei è parte integrante della loro evoluzione.

Per questi ragazzi è stata una vera e propria debacle identitaria e sociale. Scuola in DAD, mascherine, distanziamento, nessuna stimolazione abituale dal mondo esterno. La costrizione a casa ha determinato perdita di motivazione, distacco dalla realtà. Gli adolescenti hanno subito un arresto violento del loro naturale desiderio di vivere esperienze di incontri, socialità, sport. L’angoscia per il futuro ha generato stati depressivi, chiusure emotive, demotivazione, rabbia: reazioni che hanno avuto anche gli adulti ma la vita per un giovane si esplica ed evolve soprattutto nella partecipazione al mondo (a parte una piccola percentuale che tende a una vita più rinchiusa e ritirata indipendentemente dalle circostanze).

L’incombenza e le dimensioni del Covid hanno portato allo scoperto delle fragilità preesistenti a livello individuale e di società intera, che rimarranno anche in seguito.

Penso ci saranno molte persone più vulnerabili che tenteranno di esorcizzare l’angoscia vissuta attraverso un meccanismo di negazione. Il vaccino offre molta più sicurezza ma ciò non toglie che quell’angoscia di morte, così diffusa e potente che tutti abbiamo vissuto, resti imbrigliata nelle reti della memoria fino a esercitare per alcuni un’influenza sul modo di percepire sé stessi nel mondo (seppure a volte inconsciamente). Altri invece ne usciranno fortificati: chi ha reagito all’impatto traumatico senza negare i fatti e gli effetti angosciosi della pandemia, attingendo dalle proprie risorse cognitive ha potuto mantenere saldo un livello di consapevolezza che non fa perdere di vista i propri obbiettivi. Ci sono crisi che favoriscono l’evoluzione personale contagiando positivamente gli altri.

La paura di un virus che si diffonde rapidamente su scala globale, in una società in cui tutti viaggiano raggiungendo posti lontani in poche ore potrebbe, sulla base del Covid, modificare le esigenze di assistenza nell’emergenza e post emergenza, ad esempio attraverso nuovi servizi di assistenza e centri di ascolto distribuiti capillarmente sul territorio, nuove forme di terapia e sostegno psicologico.

La psicoterapia deve aggiornare i propri punti di vista e tenere conto di quel che può aver comportato la pandemia sia in termini collettivi che soggettivi senza mai perdere un approccio contestualizzante. Il distanziamento fisico è un altro elemento (di per sé innaturale) che si è palesato da subito con forza adattiva: seppure con frustrazione è entrato nelle abitudini collettive assumendo un aspetto di automatismo per cui ad esempio c’è stato un adeguamento velocissimo alle mascherine. Il riconoscimento del volto dell’altro e delle sue espressioni è parte integrante del funzionamento del nostro sistema percettivo, che ci permette di collocarci nei vari contesti relazionali. Non poterlo attivare appieno ha richiesto un procedimento alternativo per cercare lo sguardo dell’altro e intercettare il suo modus e intenzioni. La plasticità del nostro cervello crea subito compensazioni intuitive che completano le nostre naturali esigenze di comprensione del mondo: si tratta di esperienze adattive, entrate anche nella nostra sfera onirica come ad esempio accorgersi con imbarazzo di non avere la mascherina o, con spavento, che non la indossano gli altri. Il senso di pericolo ha caratterizzato tutta questa fase. Se il primo lockdown è stato traumatico, il secondo è stato anche peggiore perché ha confermato che nulla poteva darsi per certo. Nell’autunno 2020 sono aumentate notevolmente le richieste di aiuto. L’ansia del pericolo rimane, considerando anche gli strascichi dei casi di violenza domestica e di suicidi aumentati durante la pandemia. In fase post pandemica, nuove forme depressive saranno paradossalmente facilitate dalla riapertura delle attività perché la carenza di stimoli durante i lockdown ha rallentato i naturali ritmi di vita con conseguente resistenza a reinserirsi nella normalità. Essere ascoltati diventa una necessità sempre più consapevole e diffusa su larga scala. Mi auguro ci sia la lungimiranza di creare nuove reti di servizi assistenziali anche a scopo preventivo, accessibili a tutti. L’esperienza del Covid va superata ma non va dimenticata ...e tanto meno negata.

Al di là della paura verso altre ondate di contagio e la possibilità di nuove varianti, questa esperienza ha cambiato il mondo del lavoro in termini di abitudini, ritmi, stili di vita.

Ci sarebbe ancora molto da dire relativamente al mondo del lavoro. Lo smart working significa risparmio di costi, più tempo per sé stessi, poter lavorare da luoghi piacevoli, non inquinati... Sotto questo aspetto una migliore qualità di vita ma per molti, uscire per andare al lavoro resta un valore aggiunto, per non parlare di quanti vivono in situazioni già complicate, all’interno di spazi sacrificati. Il concetto di qualità di vita è un tema imponente in questa nostra fase storica. Va rivisto alla luce di cambiamenti come la digitalizzazione di servizi pubblici e privati, che resteranno parte integrante del nostro attuale quotidiano, migliorando la qualità di vita ma creando anche scompensi per gli anziani, per l’efficienza dei servizi stessi ecc. In quali direzioni evolverà questo concetto è e rimane argomento di grande interesse. Non soltanto per le scienze umane e sociali.


Questo articolo è stato pubblicato anche su: Fana.one.



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