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Concluso il Festival della Partecipazione 2018

A L’Aquila una terza edizione ricchissima di eventi.
di ActionAid - martedì 23 ottobre 2018 - 1810 letture

Si è conclusa a L’Aquila la terza edizione del Festival della Partecipazione.

Un’edizione ricchissima di eventi e dibattiti, oltre 300 con più di 50 ospiti.

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Abbiamo parlato di molti temi di attualità, spaziando dalla ricostruzione post-terremoto alla salute pubblica, dall’attivismo civico alla comunicazione digitale, dalle migrazioni alla nostra Costituzione.

Anche il teatro e la musica hanno avuto uno spazio importante al Festival con gli eventi serali di Marco Damilano, Ascanio Celestini, Dente, Colapesce con Alessandro Baronciani, Cisco e i Dinosauri.

Torniamo da L’Aquila con molti spunti su cui riflettere e lavorare.

Il Festival sempre più risulta una piattaforma per riunire, far discutere e confrontare tutti i cittadini, le cittadine, le associazioni e i soggetti interessati a costruire un progetto alternativo, capace di essere inclusivo nel processo di riappropriazione degli spazi civici. Da questa piattaforma si continua a costruire un progetto pienamente politico, centrato sul confronto con le grandi sfide che la democrazia ha di fronte a partire dal rispetto pieno dei diritti umani di tutte e tutti.

Da oggi continuiamo il nostro lavoro con ancora più entusiasmo!

RELAZIONE FINALE

Sogni, incubi, realtà
 Terzo Festival della Partecipazione, L’Aquila 11-14 ottobre 2018
 Conclusioni

Quasi tre anni fa il Festival partiva di corsa per perseguire il sogno di un confronto sulla democrazia vissuta da tutti, in un momento storico in cui la partecipazione attraverso l’associazionismo sembrava quasi superflua a chi pensava di interpretare il popolo da solo cavalcando un partito. Pareva ci fosse molto da lavorare per fare meglio, per portare il dibattito politico fuori dalla TV e dentro le assemblee, i cantieri, le aziende, i teatri, le scuole; ma oggi noi – le cittadine e i cittadini attivi - stiamo vivendo un vero incubo rispetto alla possibilità reale di partecipare in maniera significativa alla determinazione delle scelte che riguardano le comunità.

La dialettica pubblica degli slogan e dei tweet ha in gran parte oscurato il dialogo informato e ragionevole, paziente e costruttivo, che invece è modus operandi dei cittadini che si associano e lavorano a produrre proposte, sperimentandone l’efficacia attraverso buone pratiche agite in prima persona, spesso a livello locale. Le aspettative del capitale privato rispetto alla solvibilità dello stato, ingabbiano e limitano la libertà a disegnare il proprio futuro. L’individualismo sembra prevalere sul solidarismo, i muri si alzano e le porte si chiudono, l’interesse di breve termine appare l’unico tutelabile con semplicità facendo sì che i più rinuncino alle prospettive di lungo periodo.

Da qui si denuncia la miopia di chi pensa di ignorare l’esigenza di accountability tra cittadini ed istituzioni come pratica quotidiana. Da qui si registra la malafede di chi utilizza i meccanismi elettivi delle rappresentanze nelle istituzioni semplicemente per distorcere il senso della democrazia, svuotandola di significato, accumulando (o lasciando accumulare) potere e risorse nelle mani di pochi a danno dei più. Da qui si denuncia senza ambiguità la miopia di chi ambisce a chiudere gli spazi all’attivismo civico, nei nostri territori nei nostri mari, o quello residuo dei media, ridotti spesso all’impossibilità di promuovere inchieste per mancanza di risorse e di determinazione quando non apertamente rifiutati come interlocutore. In questi giorni e anni, però, a L’Aquila la società civile ha creato, attraverso il Festival, spazi in cui le persone hanno potuto non solo sognare, ma confrontarsi anche in modo acceso e lavorare a un’Italia possibile, capace di sopravvivere all’incubo della crescente esclusione sociale; all’incubo delle “facili” soluzioni autoritarie; all’incubo ancora peggiore del razzismo, del sessismo e dell’odio verso il diverso, che sembrano impossessarsi di molti concittadini ai quali non viene offerta un’alternativa alla logica della zuffa e dell’accusa agli “altri”, spesso egualmente esclusi dal potere e dall’accesso alle risorse.

Il compito che il Festival si è dato è quello di restituire qualità ad una democrazia attaccata forse ancora marginalmente nella forma, ma gravemente malata nella sostanza, afflitta dall’incapacità stessa di grandi parti del nostro popolo di viverla davvero partecipando. Gli attivisti e le attiviste di ActionAid, Cittadinanza Attiva, Slow Food Italia e chiunque abbia qui partecipato rivendicano oggi la possibilità di diffondere un messaggio positivo per il nostro Paese, un messaggio lontanissimo dalle rappresentazioni prevalenti di cui è oggetto e vittima. Il Festival segue la mobilitazione della piazza di Milano il 30 settembre, continua sui passi di chi ha camminato da Perugia ad Assisi di questo ottobre e trasforma altre molteplici manifestazioni pacifiche di preoccupazione in riflessione e proposta come già a Terra Madre, nei luoghi dello studio e del dialogo, dal Forum sulle Diseguaglianze all’Alleanza contro la Povertà ed ogni altro luogo fertile.

Guardiamo verso il 10 dicembre a settanta anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani come occasione di impegno eccezionale, perché un’Italia interessata al mondo, desiderosa di partecipare c’è ed è proprio in cerca di luoghi per manifestarsi, di pratiche inclusive da replicare, di risorse ed attenzioni pubbliche per poter essere valorizzata. Quest’Italia è forse anche in cerca di leader cresciuti nella pratica paziente del confronto, in cui credere senza cadere nell’idolatria, a cui dare spunti, di cui fidarsi. Il Festival sempre più risulta una piattaforma per riunire, far discutere e confrontare tutti i cittadini, le cittadine, le associazioni e i soggetti interessati a costruire un progetto alternativo, capace di essere inclusivo nel processo di riappropriazione degli spazi civici. Da questa piattaforma si continua a costruire un progetto pienamente politico, centrato sul confronto con le grandi sfide che la democrazia ha di fronte a partire dal rispetto pieno dei diritti umani di tutte e tutti.

Non le alleanze senza contenuti, non singoli predestinati o costruiti in laboratorio ma persone, cittadini, comunità con diritti inalienabili. La pietra angolare posata dal Festival per una nuova prospettiva di comunità delle persone, permette di edificare sul valore della partecipazione civica come obiettivo anche a sé stante. Solo con la partecipazione informata si realizza una democrazia compiuta e di qualità. Al Festival il costituzionalista Giuseppe Cotturri, a cui si deve il testo dell’emendamento che nel 2001 ha introdotto il principio di sussidiarietà “circolare” (art. 118, comma 4), ha presentato un pacchetto di proposte per esplicitare e rafforzare nella Costituzione la dimensione partecipativa della democrazia. Facciamo nostra l’ambizione a discutere un “sistema costituzionale della partecipazione politica” a partire dalla ridefinizione dell’art. 49 in maniera capace di riconoscere la pluralità di forme di partecipazione. Le proposte qui emerse in continuità con la tradizione di riformismo costituzionale della cittadinanza attiva in Italia, sono ora affidate alla riflessione e al dibattito pubblico come promesso dal Ministro per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia Diretta.

A L’Aquila un dialogo aperto, informato, ragionevole ha reso chi c’era e chi lo ha seguito cosciente della realtà e delle sfide, capace di fare proposte in merito alla ricostruzione fisica e civile di alcune aree del paese, su metodi e politiche di sviluppo in situazioni ordinarie e di risposta a catastrofi naturali, il cui impatto può essere ridotto con la prevenzione. Abbiamo dibattuto di quali strumenti possano essere utili per ammodernare la Costituzione per favorire la partecipazione, oltre i tentativi già svolti in passate legislature. Abbiamo aperto ai cittadini gli sforzi del Forum Diseguaglianze e Diversità per pensare uno sviluppo tecnologico al servizio della riduzione delle disparità di opportunità, approntato bozze di proposte per trasferimento di ricchezza tra generazioni, proposte su come ridare ossigeno ai quartieri riqualificandoli, centralità e potere negoziale del lavoro. A l’Aquila le molte iniziative e i dialoghi che sono stati costruiti rappresentano passaggi che lasceranno il segno, nella città e nel paese, nelle strategie da mettere in atto per affrontare i terremoti, per dare tutela più forte alla partecipazione dei cittadini, ai lavoratori, alle persone. Non fuochi di artificio ma brace che crescerà.

Dalla costituzione “in giù” ciascuno di questi confronti articola un piano di lavoro da svolgere, evitando di fermarsi alle dichiarazioni e troverà spazio in proposte normative e pratiche direttamente agite dai cittadini Il Festival ha anche riunito i protagonisti dei territori colpiti dai sismi degli ultimi 40 anni, con tecnici ed esperti che hanno messo a confronto dati, informazioni ed esperienze delineando i requisiti di una policy nazionale che metta al centro la partecipazione civica. Da L’Aquila si è levata una voce sola da cittadini di tutti i sismi recenti, da accademici, tecnici e sindaci che evidenzia come prevenzione, ricostruzione e sviluppo post-sisma debbano essere affrontati assieme da un nuovo Ufficio Permanente, costruito a partire dalle risorse umane già reclutate a questo scopo, e che si avvalga di una normativa leggera che assicuri uguaglianza di trattamento, giustizia ed efficacia e al tempo stesso adattamento della strategia alle diverse esigenze dei luoghi.

Il Festival ha delineato una prospettiva nuova su come organizzare e formare il lavoro che periodicamente si trova ad affrontare le ricostruzioni post‐sisma. I lavoratori edili dei cantieri della ricostruzione aquilana sono stati chiamati a esprimersi: regolarità e precarietà; illegalità; sicurezza; reddito e prospettive future; ruolo del sindacato e partecipazione alle decisioni di impresa. Da questo dibattito - grazie alla collaborazione con Sindacati e Accademia - sono stati presentati numeri su remunerazione, mansioni, sicurezza, regolarità-irregolarità del lavoro. Nel vivo dei lavori si è praticato un metodo inusuale di partecipazione dei singoli lavoratori, dando voce a moltissimi di loro migranti e oggi orgogliosamente italiani.

Da L’Aquila già nel luglio 2017 abbiamo rivolto l’attenzione al summit di Tallin dei leader europei, rimanendo inascoltati. Oggi, mentre si “smantella il modello Riace” e assistiamo ai fatti di Lodi, siamo convinti che non basti supplire come individui alle mancanze dello Stato quando decide di ignorare il protagonismo delle comunità. Noi cittadine e cittadini attivi continuiamo a credere pienamente in una Europa diversa, non un’ Europa qualsiasi e certamente non un’Europa che si fa fortezza, chiusa nelle paure in cui viene spinto chi è escluso, lasciando spazio al prevalere della dinamica autoritaria. Da L’Aquila, ancora ferita eppure viva, appoggiamo gli sforzi per il 13 ottobre e l’iniziativa Cittadini Europei desideriamo testimoniare la possibilità di creare una società più ricca di pensiero e confronto, da qui può rinascere una Europa solidale. Questa è l’Europa che dovrebbe farsi sentire nel mondo e lavoreremo oltre i confini nazionali per riuscirci, guardando alle elezioni europee del prossimo anno, che disegneranno il tipo di Europa che vogliamo e che noi chiediamo essere aperta e inclusiva. Negli stessi giorni in cui il Governo italiano mette fuori legge il modello Riace e in cui in Senato si discute del disegno di legge su sicurezza e immigrazione, a l’Aquila la società civile, rappresentanti istituzionali di maggioranza e opposizione, richiedenti protezione internazionale, hanno discusso di accoglienza e migrazioni; delle buone pratiche di accoglienza sul territorio italiano e dei rischi che derivano dal decreto sicurezza.

Da L’Aquila parte un messaggio inequivocabile alla politica dei partiti: le cittadine e i cittadini ci sono, hanno il diritto di essere informati, di esprimere i propri bisogni, di partecipare alla definizione delle risposte locali, nazionali, europee ed internazionali, di monitorarne l’efficacia, di valutarle così come avviene con crescente attenzione attraverso l’AVSIS. La politica dei partiti deve tornare (o iniziare?) a fare i conti con le persone ben oltre il momento di aggregazione del consenso, dato che le persone e le loro comunità sono portatori di diritti e dunque sempre soggetti politici. I media e tutti gli organi di informazione devono recuperare la propria identità e vocazione, di controllo di ogni potere precostituito, mettendo le persone e quindi la qualità della democrazia al centro dei propri interessi; le persone, a loro volta - singoli e gruppi - devono proteggere i media dagli attacchi dei potenti di turno, valorizzandone il ruolo, componente imprescindibile di una democrazia matura.

Amministrazioni pubbliche che assicurano spazi e risorse alla relazione dialettica tra cittadini ed istituzioni, non solo attraverso la mediazione dei partiti, sono un patrimonio prezioso per la democrazia. La differenza tra un interesse pieno e genuino, un interesse di facciata ed un disinteresse o eventualmente anche vera ostilità verso gli attori civici, si tocca nelle pratiche che tali amministrazioni dispiegano. Non tutti i luoghi del nostro paese sono egualmente fertili: questo Festival - va sottolineato con orgoglio e nettezza - ha scelto una sede difficile animando la città con l’impegno di una parte dei suoi cittadini, che vanno ringraziati per l’esempio dato durante un intero decennio. Sono sempre fiorite proposte, per la ricostruzione privata, quella pubblica in particolare delle scuole e quest’anno anche per valorizzare l’800 aquilano recuperando storia e visione per il futuro. Le organizzazioni del Festival rivendicano un impegno eccezionale di capitale intellettuale, sociale ed economico non sempre corrisposto nei fatti dalle rappresentanze istituzionali.

Crediamo che la volontà dichiarata da parte delle istituzioni di collaborare all’esercizio continuativo della democrazia reale possa richiedere molta pazienza da parte dagli attori civici che con tali istituzioni si interfacciano accettandone lentezze e procedure. Così succede anche per l’organizzazione del nostro Festival; tuttavia mai le ambizioni proclamate da chi ha un ruolo istituzionale possono finire in un nulla di fatto senza produrre conseguenze. In quel caso gli eletti dissipano inevitabilmente la credibilità acquisita al momento del voto. I cittadini attenti e predisposti al dialogo con le istituzioni sanno infatti anche discernere quali siano gli interlocutori affidabili e con cui sia possibile un progresso reale. Nel 2018 qui a L’Aquila abbiamo sperimentato il dialogo con una cittadinanza spesso più matura di alcune delle proprie istituzioni: forse ciò avviene anche per via delle opportunità che si sono imparate a cogliere nello scrutinare l’azione delle amministrazioni pubbliche, grazie anche ai dibattiti promossi dal Festival della Partecipazione.

C’è da augurarsi che a 10 anni dal colpo terribile subìto da una città, qui si continui a marciare sul sentiero su cui ci si è incamminati insieme in questi tre anni. Se sarà così, da soli gli Aquilani sarebbero in grado di dare un esempio, una volta di più, a tutto il nostro Paese oggi apparentemente intorpidito da fiumi di parole e dall’arsura di una democrazia spesso svuotata di senso nella pratica. Chiediamo attenzione al Presidente della Repubblica che ci ha seguiti quest’anno per proseguire questo percorso e ad altre città che desiderino camminare nel solco creato sui tratturi abruzzesi, facendo del Festival il momento chiave della cittadinanza in crescita nella nostra Italia.


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