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Con i capelli cotonati di biondo rosa

La sinistra palindroma.

di Sergej - venerdì 23 dicembre 2022 - 2232 letture

Così, quando uno muore alla fine entra in uno statuto diverso. “Da vivo” il vivo, specie se famoso o anche solo se è uno che cerca di darsi da fare, può essere guardato con sospetto o persino con fastidio. Ma davvero costui è una brava persona, ma davvero tutti questi osanna che tutti fanno - tra genuflessioni ed esaltazioni sospette - corrispondono a un valore della persona? Nell’ipocrisia e nel tornacontismo interessato che è la cifra dominante, l’opportunismo cinico e baro dei più, è difficile scernere la buccia dalla polpa, il rumore dal suono significativo. È più facile dire peste e corna di tutti, tanto statisticamente è più facile azzeccarci. Poi ci sono alcune poche eccezioni, gli ingenui e gli imbecilli - noi ci dichiariamo colpevoli e ci riteniamo tra questi - per i quali, per eccesso, non riescono proprio a pensare male. Di primo acchito agisce la speranza e la curiosità per l’altro. E così, fessi, ci caschiamo come pere, con catastrofiche conseguenze (soprattutto per la nostra stessa pelle). Poi, finalmente, uno muore e a questo punto le cose cominciano apparentemente a farsi più chiare. Al netto dei necrologi opportunistici e in realtà finalizzati al proprio incensamento narcisistico o alla difesa della propria bottega anche passando sul corpo del morto, si ha forse la possibilità di riguardare il tutto - la vita trascorsa del defunto - con maggiore obiettività e senza la sua presenza ingombrante e distraente.

Così per Alberto Asor Rosa - e non solo.

Che abbiamo avuto occasione di incontrare diverse volte e guardare con sospetto. Cotonato, un galletto nell’arena dei consessi di cui si sentiva protagonista. Un narcisista del baffo e del capello ondulato. Un “potente” accademico circondato dallo stuolo di leccaculo e parte di una élite di potere - accademica e anche economica rispetto a noi ragazzini strazzati senza arte né parte.

Con la sua morte, finalmente fuori dalla belle - come dicono nel più turgido Nord - la ricomposizione. Perché Asor Rosa ha fatto fede al suo palindromo, quel doppio nome che incrociandosi porta a due direzioni differenti. È vero che c’è stata una fase iniziale in cui con giovanile baldanza è partito lancia in resta contro il potere accademico, parte di un movimento più vasto, politico, che tentava l’assalto al cielo. A Roma era nella commissione cultura del PCI, accanto a Lucio Lombardo Radice, ad Antonello Trombadori, militanti di un modo diverso di fare e essere cultura rispetto al mondo che ereditava il fascismo nel nuovo bigottismo democristiano dominante. È vero, a un certo punto della sua vita si è identificato in quella odiosa élite di medio-potere altoborghese addestrata e nata dalla struttura di funzionari e indottrinati del PCI (e formazioni affini, altrettanto deleterie dal punto di vista mentale e culturale). Ma per costituzione palindromica non poteva starci a lungo. E così è tornato in direzione ostinata e contraria - tra i non molti di quella torma, dopo la fine di tutto decretata dal 1989 - su posizioni minoritarie e critiche. Il no ad Achille Occhetto è stato inutile, ma ha almeno salvato la faccia e un minimo di dignità personale.

Interessante è quello che scrive Alberto Olivetti, tra le meno untuose che abbiamo letto in questi giorni:

«La grande scienza politica moderna, di cui Machiavelli è l’iniziatore, non è mai solo sapere ma è anche volere: è anche, e forse soprattutto, conoscere per volere». E, più precisamente: «Quello che Machiavelli intende elaborare e proporre è, insomma, al di là del puro politico, un homo novus, dotato di caratteristiche inequivocabilmente differenziate rispetto a qualsiasi altra forma apparentemente consimile del passato». Sono citazioni da un volume che costituisce una delle recenti pubblicazioni di Alberto Asor Rosa Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta, dato alle stampe nel febbraio del 2019 e dedicato A Giulio Einaudi. Parole: «conoscere», «volere», «sapere», «homo novus» (ma sono altrettante categorie, concetti, e questioni. E ipotesi, compiti, pratiche) che segnano la continuità della ricerca e dell’impegno di Alberto Asor Rosa lungo l’intero arco della sua vita. Nel giugno del 2021 Alberto Asor Rosa licenzia per Einaudi L’eroe virile. Saggio su Joseph Conrad. Lo studio è dedicato «agli uomini che non si sono arresi… agli uomini che non s’arrendono», agli uomini che non si rinserrano nel ‘privato’. Il conradiano eroe virile del titolo fa ‘la sua parte’, pur «degradato e consunto, ormai del tutto inconsapevole di sé». Bene avvertì l’assillo intellettuale e la spinta morale di Alberto Asor Rosa, tanti anni fa, Eugenio Montale quando scrisse: «Asor, nome gentile (il suo retrogrado/è il più bel fiore)/non ama il privatismo in poesia». Del resto, anno 2009, ne Il grande silenzio Alberto Asor Rosa non ribadisce che: «Siccome non è più lecito aspettarsi granché dai tradizionali maîtres à penser, come abbiamo più volte ripetuto, dobbiamo pensare ad aree di “pensiero diffuso”, spesso organizzate istituzionalmente, con funzioni pubbliche storicamente definite»? [1]

Dal punto di vista culturale Asor Rosa ha partecipato alla stagione di revisione storica sulla cultura e la letteratura della regione italiana, importante fase di “svecchiamento” dopo il terremoto della guerra e il fascismo. La cultura ha bisogno periodicamente di questi “svecchiamenti”, che in parte corrispondono a passaggi generazionali e in parte a mutamenti di composizione delle classi sociali al potere. Non necessariamente i due “bisogni” coincidono: la democratizzazione della cultura allora non ha corrisposto all’evoluzione verso il consumismo e l’imborghesimento della società (ancora una volta, un metaforico palindromo il “periodo storico” in cui visse Asor Rosa). E tuttavia la nuova attenzione per gli “ultimi” e per il realismo, fu molto importante e non solo dal punto di vista dello sguardo ma anche della rottura linguistica e dell’attenzione sulle cose - così come poi, negli decenni successivi, l’attenzione per le donne, per la marginalità mentale e sessuale, e poi ancora gli studi di genere e postcoloniali e via via. E oggi sappiamo anche come gli “svecchiamenti” possono andare in direzione non necessariamente positiva: possono anch’essi essere palindromici. Nella rilettura/revisione che la cultura neo-lercia (la chiamano neoliberista o nuova destra) fa vi è una regressione arcigna e compiaciuta, la vendetta degli esclusi che finalmente banchettano con le ossa di chi li ha preceduti, ma senza più la capacità di immaginare un futuro.

[1] Alberto Olivetti, "Per Alberto Asor Rosa", 21 dicembre 2022, su: CRS.


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