Colpire i semi della vita: la crisi in Cisgiordania e la resistenza della terra palestinese nel racconto di Abu Sara
Abu Sara – Claudio Tamagnini, agricoltore, attivista internazionalista e profondo conoscitore delle realtà contadine palestinesi, offre uno sguardo diretto e vissuto su come la distruzione dei semi e delle pratiche agricole tradizionali diventi uno strumento centrale della colonizzazione e della cancellazione della Palestina.
Negli ultimi mesi la Cisgiordania è stata teatro non solo di violenza, demolizioni e sgomberi, ma anche di un attacco silenzioso e devastante — quello alla terra, alla memoria e all’autonomia alimentare del popolo palestinese. Il 31 luglio 2025 le forze di occupazione israeliane hanno distrutto la banca dei semi di Union of Agricultural Work Committees (UAWC), l’ultimo centro in grado di conservare e moltiplicare varietà autoctone palestinesi, frutto di generazioni di selezione, adattamento e cura.
Quel gesto – la distruzione sistematica di semi, archivi, infrastrutture agricole e attrezzature – non è un danno collaterale bensì un’operazione simbolica e strategica: cancellare non solo la capacità produttiva, ma la stessa continuità culturale, storica e biologica di un popolo.
In parallelo, migliaia di ulivi secolari vengono sradicati, terreni agricoli confiscati, cooperative contadine smantellate, movimenti di persone e merci soffocati da check-point e restrizioni.
È una crisi che va oltre la guerra aperta: è una guerra della memoria, della terra, dell’identità. Distruggere semi e ulivi significa tentare di cancellare un modo di vivere, di produrre, di resistere. Resistere — non con le armi, ma con la terra che rigenera vita, comunità, futuro.
In questo contesto, ciò che accade in Cisgiordania non può essere osservato solo come un’emergenza umanitaria: è una battaglia per il diritto a esistere. Dal silenzio e dalle macerie, quel diritto deve tornare a fiorire.
E nello scenario di aggressione sistematica alla terra e alla memoria, la testimonianza di Abu Sara – Claudio Tamagnini, agricoltore, attivista internazionalista e profondo conoscitore delle realtà contadine palestinesi, offre uno sguardo diretto e vissuto su come la distruzione dei semi e delle pratiche agricole tradizionali diventi uno strumento centrale della colonizzazione e della cancellazione della Palestina.
Abu Sara, lei parla spesso di tradizione come di qualcosa che non si trasmette solo con le parole, ma con la terra. Che cosa intende esattamente?
Ogni tanto mi interrogo su come i popoli antichi riescano a trasmettere la tradizione. Più che attraverso i discorsi o i libri, credo che lo facciano grazie alla continuità rappresentata dalla terra. Io da quarantacinque anni ho scelto di vivere della terra e sulla terra, quindi so bene quanto il legame con il suolo sia anche un legame con la memoria, con l’identità, con la storia di un popolo.
In questo percorso di vita lei ha visto da vicino anche il ruolo delle multinazionali in agricoltura. Che cosa accade quando entrano in un territorio?
Conosco molto bene l’interesse delle multinazionali nel soppiantare le tradizioni agricole locali. Vogliono che restino solo le sementi distribuite da loro, le piante preparate nei loro vivai controllati. Promettono produzioni maggiorate, guadagni facili, dicono: basta mettersi nelle nostre mani. Ma se uno osserva con attenzione, vede che i terreni si impoveriscono, il suolo si sfalda, la terra migliore scivola via. Le piante non si nutrono più della ricchezza naturale del terreno, ma diventano dipendenti esclusivamente dalla chimica industriale.
Questa logica si riflette anche in Palestina?
In Palestina assume una forma ancora più violenta. L’esercito sionista è arrivato con le ruspe a distruggere la banca dei semi ad al-Khalil il 31 luglio di quest’anno. A novembre, un’incursione dei soldati ha distrutto la centrale informatica di Ramallah, quella che conservava tutte le informazioni e i dati. Così, oltre a uccidere le persone, uccidono la memoria della terra. Distruggere i semi e i dati significa cancellare il futuro e il passato insieme.
Lei conosce molte realtà agricole palestinesi. Può raccontarci qualche esperienza concreta di resistenza?
Conosco le cooperative di donne nella zona di Nablus. Attraverso il lavoro della terra cercano di mantenere la continuità con le loro famiglie, di costruire un piccolo reddito che dia loro autonomia, di coinvolgere i giovani perché si sentano importanti. Conosco gli agricoltori della zona di Burin, che hanno creato una rete capace di garantire verdura ai negozi locali senza passare dai mercati generali, cosa che tra l’altro è sempre più difficile a causa dei checkpoint disseminati a macchia di leopardo. Conosco anche le cooperative di Beit Ummar, che cercano di distribuire i loro prodotti nella rete del fair trade.
Eppure proprio queste zone sono spesso teatro di violenze…
Non è un caso. Chissà perché sono tutte aree in cui gli assalti dei coloni sono più frequenti. Quando i palestinesi resistono ancorandosi alla terra, diventano un pericolo maggiore. Beit Ummar, per esempio, è accerchiata dalle colonie. Qualche anno fa ero lì spesso, cercando insieme ai palestinesi di avvicinarsi alle recinzioni delle colonie per curare i terreni con alberi da frutto.
Che cosa accadeva in quelle occasioni?
All’inizio erano i coloni a chiudersi dentro i loro villaggi-gabbia. Subito fuori, però, i soldati ci spostavano sempre più indietro, obbligando gli agricoltori a trascurare i loro alberi. Dopo due anni, dichiaravano che il terreno era incolto e se ne appropriavano. In quelle situazioni i soldati picchiavano e arrestavano, e anch’io sono stato arrestato una volta. Oggi usano sistemi ancora più diretti: impiantano caravan con la scorta dell’esercito e il governo dichiara che quella è terra israeliana.
Si appropriano della terra per coltivarla?
No, quasi mai. La usano per costruire: villaggi all’americana, palazzi, pinete artificiali. Tutto è diverso da ciò che trovano. Anche gli ulivi devono essere tagliati o bruciati. Ma per farlo bisogna prima sradicare le persone, le loro tradizioni, la loro storia.
Che riflessione finale sente di condividere?
Si raccontano come semiti cacciati da lì, ma in realtà sono bianchi colonizzatori occidentali, incapaci di fare i conti con la realtà. Come tutti i colonizzatori, anche loro falliranno. La terra conserva memoria, e chi tenta di cancellarla finisce sempre per essere sconfitto dalla storia.
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