Classi medie e autoritarismo
Nell’anno zero della civiltà, che dura da decenni, ogni apporto è importante per ricostruire “il senso della civiltà”. Nessun autoritarismo ci salverà...
Fascismo e nazismo furono sostenuti dalle classi medie. La storiografia contemporanea lo ha dimostrato senza timori di smentite. Gli studi di Renzo De Felice sono stati paradigmatici in tal senso. Il Crollo di Wall Street del 1929 innescò la sospensione del Piano Dawes in Germania, mentre in Italia, dopo la Prima guerra mondiale, l’inefficienza lobbistica delle classi liberali chiuse nella difesa del privilegio di classe, malgrado la presenza delle classi medie che ambivano alla mobilità sociale, favorì l’ascesa del fascismo in un clima di “terrore rosso amplificato dalla crisi economica”.
Il fascismo fu la risposta alle ambizioni frustrate della piccola borghesia e al timore di proletarizzarsi a seguito della crisi dopo la Grande guerra. La storia non si ripete mai eguale, ma vi sono similitudini che si “ripetono pericolosamente”. Con la globalizzazione e la sconfitta delle sinistre comuniste dopo il 1989, la condizione delle classi medie è precipitata vertiginosamente verso l’immobilità e la discesa sociale lenta e graduale, secondo lo schema della “rana bollita”.
In Italia tutti i dati statistici rilevano senza ombra di dubbio che la mobilità sociale è ormai solo una vana aspirazione. Ciò che determina il futuro di un giovane è il “censo di famiglia”. Scuola, titoli e cultura sono relativi, è la “pecunia” a determinare il futuro. Si può lavorare ed essere poveri. Un docente a tempo indeterminato è parte della piccola borghesia, ma se deve affrontare senza sostegni famigliari le spese d’affitto, farmaceutiche e alimentari è praticamente “povero”.
La forbice tra salario stagnante e costi dei servizi essenziali è sempre più ampia. Per un docente “sopravvivere è il suo frustrante obiettivo” e come i docenti, molte altre figure professionali vivono una condizione non dissimile. Tra i lavoratori poveri della classe un docente a tempo indeterminato è un privilegiato, poiché molti lavoratori sono precari e dipendono da genitori e nonni. La povertà non va scissa dal malessere psicologico. Le nuove generazioni delle classi medie sono cresciute nel mito del successo, del merito e della grandeur. Lo scontro con la realtà è annichilente, tanto più che non sono sostenuti da famiglie solide e da valori politici e spirituali. Sono soli dinanzi al mercato che tutto divora.
La nazione si depopola velocemente per l’individualismo sfrenato e per l’impoverimento delle nuove generazioni. Cresce l’odio verso la cultura nazionale, in parte indotta e in parte acquisita a causa del disincanto delle prospettive. Tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630000 giovani italiani, mentre il saldo tra nascite e deceduti è negativo nel 2025. La soluzione offerta dalle oligarchie è la “migrazione perenne per esseri umani senza identità”. Si depopola, in quanto l’AI deve affermarsi, per cui lavorano su più fronti per manipolare e irregimentare il presente. Lo sfruttamento è, così, organizzato a livello psicologico e materiale.
La competizione globale esige manodopera a basso prezzo e un “esercito di lavoratori di riserva” con cui minacciare e destabilizzare classi medie e proletari. La paura segnata da angoscia di essere facilmente sostituiti col migrante è il sentimento che prevale. L’assenza di alternative, ripeto volutamente, rafforza l’impotenza e porta alla disperazione depressiva quotidiana. Dopo il 1989 siamo tutti “diversamente migranti”, questo è il sogno distopico delle oligarchie.
I migranti non lottano per sanare le contraddizioni, perché vivono come “dolorosi turisti”. Si è “turisti” disimpegnati nel lavoro, tanto è precario, nella politica, tanto sono tutti eguali, nella conoscenza, si gira per il mondo per noia e per solitudine. Nulla ha senso. Si insegna ai figli delle classi medie che il “futuro è altrove”; si insegna a emigrare per avere un degno riconoscimento professionale.
Per ottenere tale risulta si addestrano le nuove generazioni alla libertà senza etica e all’indifferenza verso “il prossimo e verso le comunità di nascita”. Creature solitarie e senza identità si aggirano per il globo, come primitivi nelle foreste, pronti a predare “le occasioni che il mercato offre loro”. Senza famiglia, senza patria e senza comunità, il nuovo tipo antropologico è stato allevato e sembra affermarsi velocemente. I giovani delle classi medie, mentre si destrutturano e si impoveriscono perdono la loro umanità.
La tragedia della classe media è “dramma del popolo rutto”, ormai ridotto a scimmiottare il peggio della cultura anglofona e a ripeter gesti, parole e lingua dimentichi di sé. La globalizzazione è questo immenso fiume Lete dell’oblio nel quale le classi medie e i popoli periscono e rinascono senza volto, senza lingua e senza futuro. Gli spettri globali sono tra di noi e le nuove classi medie nichiliste e indifferenti a tutto sono diventate il mezzo con cui gli oligarchi combattono identità, cultura e politica.
A scuola le nuove generazioni sono nutrite a suon di lingua inglese e di competenze. Si formano consumatori, e non più cittadini, senza identità e senza radicamento comunitario, pertanto dinanzi al collasso della nazione si fugge e non si lotta. La “cattiva patria” dei patriarchi del capitale senza frontiere si mostra feroce con i più fragili e premia coloro che già posseggono una posizione privilegiata.
Molti non lottano e non si oppongono al sistema, perché consumano le risorse accumulate da nonni e genitori e coltivano l’individualismo con cui il sistema avvelena le menti e depotenzia il senso etico e critico. Presto anche i sostegni famigliari verranno a mancare, perché le pensioni col sistema contributivo, violento nella sua logica di classe, saranno e, già sono, sempre più magre.
La classe media sopravvive tra il timore di perdere le sicurezze sociali acquisite nei decenni precedenti il 1989 e la precarizzazione senza futuro. In questi anni essa è stata violentemente depoliticizzata con lo smantellamento dei corpi medi: famiglia, sindacati e partiti.
Si va alla guerra, dramma nel dramma, con le grammatiche dei padroni imparate religiosamente a scuola come all’università. Il totalitarismo del “pensiero unico” è il mezzo con cui le classi padronali difendono il sistema oligarchico.
Non è difficile per le destre, in questa cornice di violenze e privazioni, proiettare le cause del disagio su migranti, che pur logorano ciò che resta dei servizi pubblici, con la pressione sui medesimi. Le destre deviano, così, l’attenzione dalle cause strutturali del declino delle classi medie. Ancora una volta esse offrono l’analgesico dell’autoritarismo rassicurante e semplicistico, per sedare le ansie di molti che hanno rinunciato al futuro e constatano che non ci sono alternative.
La rabbia si scarica sugli ultimi e “il pensiero” è sostituito da semplicismo e slogan che nulla spiegano della realtà in atto. La guerra diviene, così, orizzontale: classi popolari contro migranti. La guerra orizzontale consente alle borghesie capitalistiche, in questo momento, di portare a termine “la distruzione creativa dell’economia” e con essa le ultime sicurezze dello “stato sociale” vanno in cenere.
Solo l’autoritarismo e la sorveglianza capillare del territorio restano, e in tal modo classe media e migranti cadono egualmente nella trappola del capitalismo e del servidorame mediatico. Non si lotta per cambiare un sistema ormai palesemente totalitario, ma ci si adatta “al male”.
In questa cornice la complessità è sostituita con il semplicismo manicheo, pratica tipica del fascismo; lo stato sociale è privatizzato in nome dell’efficienza; l’iniqua distribuzione delle ricchezze è giustificata con la logica del “merito”. In questo contesto di tensione e di solitudini esasperate non resta che chiedere “uomini e donne della Provvidenza al potere”.
L’impotenza è il risultato finale del dominio oligarchico. Il popolo delega la soluzione e, dunque, precipita verso la condizione di plebe che attende che qualche briciola cada dalla tavolata olimpica dei “grandi”. Questo è il nostro tempo terribile intessuto di slogan e misologia.
La storia non è terminata, sta a noi mettere in circolo la controinformazione per ricostruire le coscienze offese e umiliate della classe media. La lotta di classe l’hanno vinta, allo stato attuale, i capitalisti con mezzi mediatici e tecnologici potentissimi, ma la linfa della coscienza di classe dei subalterni può essere riportata sulla scena politica, poiché la verità non muore, in quanto è vissuta dai cittadini sempre più stanchi e disincantati.
La distruzione pianificata delle classi medie e dell’identità culturale e politica è un fatto acclarato, ma l’assassinio di una “realtà sociale complessa” è operazione sempre imperfetta e, pertanto, dalle ceneri può riaffermarsi la lotta per non morire, perché di questo si tratta. Rammentiamoci le parole del poeta tedesco Friedrich Hölderlin:
"Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch" (dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva).
La speranza e la prassi sono già in atto nuclei di resistenza diffusi ma ancora disorganizzati. “C’è ancora vita tra le classi medie precarizzate”, non tutti si accontentano di ciò che passa il “patriarcato del capitale”: mito della globalizzazione, individualismo illimitato e adorazione satanica e acefala del corpo da scolpire ormai, mostrano la loro dolorosa verità. Vivere perennemente da “turisti” senza comunità e progettualità affettiva e politica si sta mostrando un incubo.
La controinformazione, malgrado la disparità dei mezzi con i potentati, può apportare validi contributi nella dolorosa partita. Le variabili sono tante, e spesso la storia degli uomini e delle donne ci riserva inaspettate sorprese. Il ginepraio di violenze non potrà che collassare e, per questo, che bisogna preparare la transizione.
La violenza è nella gestione della vita sociale consegnata al mercato con il servidorame della politica obbediente esecutore degli ordini categorici del mercato. La classe media deve confrontarsi con tale ipostasi, il mercato, che grava sulle vite di tutti nutrendosi della linfa vitale di una civiltà. Se nulla accadrà, è una civiltà intera che precipiterà nel niente, e non saranno guerre ed emergenze ambientali a causare la fine di tutto, ma il ”suicidio di una civiltà” per narcisismo, liberismo e indifferenza.
La classe media ha dinanzi una sfida che non conosce eguali nella storia. Non è una semplice sfida economica, ma è politica, filosofica, etica e religiosa. C’è da riedificare il senso della civiltà. Non si può non citare Bertolt Brecht in Vita di Galileo:
"Beato il paese che non ha bisogno di eroi"
Noi abbiamo bisogno di piccoli e grandi eroi per fermare il declino. I rappresentanti più consapevoli hanno il compito storico di infrangere l’accerchiamento del “mercato emanazione dei padroni”.
L’opposizione deve costruire un blocco sociale, pertanto è necessario comunicare col proletariato e con i migranti, mentre imperversa l’economia di guerra e la vita di ogni essere umano vale meno di niente per un sistema che misura e valuta ogni espressione umana secondo le leggi del profitto.
Abbiamo bisogno di eroi dell’impegno, ma c’è spazio per tutti anche per chi può o vuole donare “poco” alla causa della salvezza dell’umanità e del “senso dell’umano”, perché di questo si tratta.
Nell’anno zero della civiltà, che dura da decenni, ogni apporto è importante per ricostruire “il senso della civiltà”. Nessun autoritarismo ci salverà, anzi gli “uomini e le donne della Provvidenza” sono uno mezzi efficienti e violenti quanto il sistema in sé, per perpetuare il sistema oligarchico e affondare le classi medie e i popoli in un presente senza prospettiva e disumanizzante.
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