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Cirkus Columbia

Regia di Danis Tanovic.(Bosnia Erzegovina/Slo/Fra/Ger/Bel/Serbia/GB) 113 min. Drammatico. Con Miki Manojlovic, Mira Furlan, Boris Ler, Jelena Stupljanin.

di Orazio Leotta - martedì 4 gennaio 2011 - 5303 letture

Bosnia Erzegovina 1991. I comunisti sono stati destituiti dal potere e così Divko Buntic, dopo vent’anni passati in Germania torna al paesello con una fiammante Mercedes rossa, una seducente giovane fidanzata e un gatto nero portafortuna, Bonny. E’ deciso a riprendersi le sue cose, in particolare vuole riappropriarsi della casa di famiglia a costo di sfrattare sua moglie Lucija, che aveva abbandonato venti anni prima, ed il figlio Martin che non ha mai conosciuto.

Con l’aiuto del nuovo sindaco riesce a insediarsi nell’abitazione cominciando a “torturare” madre e figlio nel tentativo di cacciarli via. Il suo piano si complicherà quando nascerà un sentimento forte tra il ragazzo e Azra, la sexy fidanzata di Divko.

Danis Tanovic, che già aveva mostrato di avere talento col suo “No Man’s Land” che gli era valso l’Oscar per il miglior film straniero, oltre a un Golden Globe e un Nastro d’Argento, nonché la Palma per la migliore sceneggiatura a Cannes, torna a girare in patria dopo l’esperienza americana di “Triage” ed appare molto migliorato specie nella cura dei particolari.

Chiaro l’omaggio al neorealismo italiano, ai film di Roberto Rossellini in particolare, per le inquadrature al piccolo paese e agli scorci contadini, agli sguardi degli abitanti del luogo mentre osservano le grazie della neo arrivata; chiaro l’omaggio a certi film di Fellini e Bertolucci per l’efficacia poetica, l’aspetto onirico e le trovate comiche come quelle legate alla scomparsa del gatto Bonny; chiaro anche che l’esperienza negli States gli sia servita molto e lo vediamo nell’affinamento della tecnica registica e nel metodo con cui ha realizzato una sceneggiatura forte e originale.

Ognuno dei personaggi rappresenta una metafora: il figlio Martin, appassionato di radio e baracchini col miraggio di poter dialogare con l’America rappresenta il sogno della gente balcanica di uscire fuori da certi contesti etnico-politici per diventare veramente cittadini del mondo; la fidanzata Azra, costantemente in bilico tra i soldi e il potere di Divko e i buoni sentimenti del ragazzo e di sua madre, rappresenta come la visione di una società equa e solidale può essere accantonata se ci si lascia trascinare dagli impulsi capitalisti; Divko, rappresenta il capitalismo che un po’ come Attila squarcia ogni cosa al suo passaggio calpestando sentimenti e sogni (tu vali se hai i quattrini e il potere altrimenti non conti nulla); il vecchio sindaco comunista del paese è imprigionato nella sua nostalgia e continua a insistere che il muro è stato abbattuto dalla parte sbagliata, e neanche di fronte agli attentati che subisce si arrende, in quanto saldamente arroccato al suo passato felice, e al motto di “No Pasaran” difende il suo sogno comunista contro il dilagare delle sirene provenienti da Ovest; Lucija incarna la donna forte, madre premurosa, dai sani principi, disposta a difendere i segreti del suo cuore fino all’ultimo e se il caso anche a perdonare.

L’insorgere della guerra serbo-croata-bosniaca placherà però ogni sentimento di rivalsa, mutando gli equilibri fra i personaggi e Tanovic è abile nel rappresentare, attraverso una storia dai toni leggeri, l’ultimo periodo felice prima che un’assurda guerra mettesse contro quelli che fino al giorno prima erano fratelli. Un periodo spartiacque, un ultimo spensierato giro di giostra sulla Cirkus Columbia, prima che le bombe inizino a scoppiare.

Un film che può aiutare i figli delle guerre a sapere che nella terra che loro conoscono solo come teatro di dolore e di morte, c’è stata vita e gioia prima dell’arrivo dell’orrore.


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