Che vuol dire sinistra? Pensare il futuro
Un intervento di Antonio Cantaro, a partire da un libro di Giuseppe Giliberti, "Cosa vuol dire sinistra?".
Uno studioso del lavoro nel mondo antico e di diritti umani si cimenta nel suo ultimo libro, con il più enigmatico, oggi, degli interrogativi politici (Giuseppe Giliberti, Che vuol dire sinistra?, Ed. Intra, 2026). Se ne parla il 18 settembre alla Festa dell’Unità di Bologna.
Il ricco e denso libro di Giuseppe Giliberti ha molti meriti. Uno su tutti: cimentarsi con l’eterno interrogativo di cosa vuol dire essere di sinistra senza cadere nell’eterna tentazione di ricorrere all’infausta maledizione del “tradimento”: definire cosa è sinistra accusando gli altri di non esserlo, di averne tradito le ragioni ideali, storiche, politiche. Non troverete un rigo in cui il nostro autore ceda a questa risalente e perversa tentazione. La tesi del libro è netta, limpida, onesta. Sinistra è molte cose nelle diverse epoche storiche. E oggi, assai più di ieri, è così: per questo la parola unità è diventata ancora più difficile da pronunciare e praticare. E, al tempo stesso, ancora più necessaria come un tempo ci ammonivano le feste di un giornale che si chiamava, appunto, L’Unità.

- Copertina di Che vuol dire sinistra, di Giuseppe Giliberti
Pensare il futuro
Lo sguardo lucido dello storico e del militante appassionato, osserva il filosofo della politica Luigi Alfieri nella penetrante Prefazione al Libro, squarcia il buio della nebbia. Sinistra significa, nelle sue plurali declinazioni, avere innanzitutto – sopra di tutto – una visione del futuro. Queste visioni del futuro possono essere, come sono state, diversissime tra loro. Ma se non hai alcuna visione del futuro non è che non sei di sinistra, sei out, sei fuori dalla storia: perché la politica, come ben sapeva Max Weber, è sì l’arte del possibile ma è anche, allo stesso tempo, l’arte dell’impossibile.
È il nostro odierno dramma. Abbiamo da tempo smesso di pensare il futuro. Siamo ammalati di presentismo e di concretismo, miseri simulacri del togliattiano e berlingueriano aderire ad ogni piega della vita sociale, dell’essere partecipi alle domande più elementari ed essenziali della vita di ogni giorno in nome di un progetto generale di riscatto e di emancipazione. Con la paradossale conseguenza che a quel popolo non resta altro che rivolgersi a chi, le destre dei nostri giorni, una visione del mondo – ci piaccia o no – comunque la ha.
Onda nera, certo. Ma prima di occuparci del colore dell’onda sarebbe bene capire le forze rabbiose che alimentano il moto ondoso. Senza dimenticare, come pure qualcuno ha fatto in questi giorni, che quel moto ondoso ha camminato in Sassonia, e cammina in tante altre parti d’Europa e d’America, sulle gambe di un voto popolare ed operaio che non può essere demonizzato se non vogliamo buttare assieme all’acqua sporca anche il bambino. Peggio: regalare alle destre, il mito politico della democrazia politica e della rappresentanza del popolo.
La vittoria di “lor signori”. Fatto storico, non legge di natura
La democrazia è la nostra tecnologia. Se la regaliamo alle destre, questo sì sarebbe un vero e imperdonabile tradimento. Tradimento della funzione storico-politica della sinistra che è stata sempre quella, pur nelle differenze, di dire ad alta voce che non è una legge eterna che a governare il mondo debbano essere sempre i più forti, i più potenti, i prepotenti.
Certo, nell’ultimo mezzo secolo la lotta di classe l’hanno vinta “lor signori”; ma si tratta di un fatto storico, non di una legge di natura. E qui il contributo di Giliberti è quanto mai prezioso. Perché Giliberti ci ricorda continuamente, dalla prima all’ultima pagina, che non è sempre andata così e che è ancora possibile che la sinistra, le diverse sinistre, tornino ad avere una visione dell’odierna società capitalista e, quindi, un futuro.
Ma cosa vuol dire avere una visione del futuro? Che il futuro, a differenza di quel che pensano e sperano lor signori (le oligarchie, l’establishment) è sempre aperto alla possibilità di un cambiamento radicale. Che essere di sinistra significa esattamente questo, sin da quando nel corso della Rivoluzione francese viene messa in votazione dall’Assemblea Generale la questione se mantenere o meno il diritto di veto del Re. E allora chi voleva lasciare al Re gran parte dei suoi poteri si collocò nello spazio di destra del Parlamento, mentre chi voleva radicalmente limitarlo si collocò nello spazio di sinistra.
Essere di sinistra non è, insomma, questione di campo, più o meno largo, da occupare; è questione innanzitutto di spazio sociale, politico e ideale da rappresentare e a cui dare rappresentazione simbolica.
Rivoluzionari e riformisti. Dare potere a chi non ha potere
Dopo la Rivoluzione francese, nell’800 e per gran parte del ‘900, con l’irruzione del proletariato sulla scena politica attraverso il suffragio universale e con la nascita dei partiti di massa il significato di sinistra si arricchisce, ma non cambia il suo significato essenziale. La sinistra, tutte le sinistre, riformiste o rivoluzionarie che siano, si distinguono ancora dalle destre – da tutte le destre: liberali, conservatrici, reazionarie che siano – per essere portatrici di una visione del futuro che avanza la pretesa di guardare, al pari e più del capitalismo – al futuro: ad una società che mette al centro – come postulano gli artt. 1 e 3 della nostra Costituzione – i lavoratori, i veri produttori, la più autentica fonte di ricchezza, di cambiamento e innovazione sociale.
Certo le divisioni tra le diverse sinistre su quali strade intraprendere per elevare gli sfruttati a produttori sono state profonde e molteplici; e nei primi due capitoli del libro (Essere di sinistra e Socialismi) Giliberti ne dà diffusamente e compiutamente conto. Ma mai viene meno in nessuna cultura e forza della sinistra la consapevolezza che essere di sinistra significa stare dalla parte di chi è escluso dal potere e che essere di sinistra significa pensare una società che conferisca potere a chi non ha potere.
Questo vale non solo per i rivoluzionari ma anche per coloro che si sono definiti nella storia del movimento operario riformisti. Può non piacere a chi coltiva dogmatismi e settarismi, ma la divisione tra riformisti e rivoluzionari, per quanto aspra e drammatica, è stata a lungo una divisione entro uno spazio che condivideva un comune orizzonte di senso.
Essere di sinistra, dopo l’89
Quello che è successo a partire dall’89 dello scorso secolo è qualcosa di qualitativamente diverso. Si è perso l’orizzonte di senso condiviso che essere di sinistra significa essere portatori di una domanda di società futura, alternativa alla società di mercato del trionfante capitalismo neoliberale e globalista.
Il giudizio di Giliberti è impietoso. 40 anni di storia politica, europea e italiana, in poche fulminanti righe: «Al crollo del comunismo – scrive Giliberti – le forze politiche progressiste temettero di non disporre di alcun modello di società alternativa. Perciò tra il 1989 e la crisi finanziaria del 2008, i partiti della sinistra si reinventarono come il “nuovo centro” (l’SPD), o semplicemente centro (il New Labour). Nel 1994 il PDS fu l’elemento centrale della coalizione di centro-sinistra denominato “I progressisti”. Nel 1996, con l’Ulivo il PDS arrivò infine al governo con Prodi. Due anni dopo il partito assunse la denominazione “Democratici di sinistra”. Infine, nel 2007, nacque il Pd. La socialdemocrazia che era stata fondata sulla prospettiva che lo sviluppo economico indirizzato dallo Stato, dal partito e dal sindacato avrebbe reso visibili avanzate forme di giustizia sociale, si acconciava ad essere spettatrice di un’epoca di deregulation».
Un discorso di verità, ma può bastare?
Un discorso di verità che Giliberti generosamente accompagna con la continua indicazione di principi, percorsi e luoghi idonei a ricostituire un progetto alternativo di società che torni a rendere attraente la parola sinistra. Specie nei capitoli III e IV dedicati al lavoro e alla guerra e in una delle appendici al libro in cui Giuseppe intesse un denso dialogo con Pier Luigi Bersani.
Ad un libro non si può chiedere di più. Ma c’è, tuttavia, una domanda semplice che qui vorrei rivolgere a Giliberti. Possiamo veramente dar vita ad una nuova stagione del socialismo e del progressismo senza un giudizio preciso di cosa è oggi il capitalismo delle piattaforme, di cosa è diventato il tecno-capitalismo veicolato dall’Intelligenza Artificiale, di cosa significa essere continuamente sottoposti al codice della performance, alla prestazione in sé? Qui il discorso di Giliberti si ferma ad una soglia che non arriva a cogliere pienamente la grande forza seduttiva e assieme distruttiva del tecnocapitalismo neoliberale e del tecnofeudalismo di marca trumpiana e statunitense.
Il capitalismo dei nostri giorni non cerca più solo il profitto. È un capitalismo che vuole impadronirsi delle nostre anime oltre che dei nostri corpi. È cultura della potenza, quella cultura di cui parla Leone XIV in Magnifica Humanitas, quella cultura che nega l’esistenza del lavoro chiamandolo capitale umano, lingua del capitale, senza nessuna soggettività.
Cultura del lavoro versus cultura della potenza
La prima cosa che la sinistra e il sindacato devono fare contro questa retorica di umanizzazione del capitale e feroce capitalizzazione dell’umano è una operazione di tipo pasoliniano. Un’operazione linguistica e, quindi, costituente. Abolirla dal proprio vocabolario e stigmatizzare tutti coloro che usano l’espressione capitale umano.
Il lavoro non solo non è scomparso, tanto nel Sud quanto nel Nord del Mondo, ma è diventato sempre più la nostra dominante forma di vita. Siamo passati dalla fabbrica alla società fabbrica. Siamo permanentemente connessi: di fatto lavoriamo molto più di prima, tutto l’anno, tutti i giorni dell’anno, ad ogni ora del giorno e della notte. Essere oggi di sinistra significa, innanzitutto, denunciare e combattere questa trasversale e disumana forma di vita. Non semplicemente per estendere a tutti le stesse tutele, garanzie e condizioni economiche ma per progettare nuove tutele e garanzie per un umano che non può essere ridotto a funzione, prestazione, dato.
Questo è quello che fanno e sempre più vogliono fare Elon Musk e le big tech della Silicon Valley. La “nuova destra” e la “destra neoliberale” unite dalla difesa dei potenti e nella lotta contro l’autonomia del lavoro e dei lavoratori. Senza questo primo ed elementare discorso di verità, temo non ci sia sinistra, ma solo un generico e incolore progressismo dei buoni sentimenti.
Questo articolo di Antonio Cantaro è stato diffuso da Fioricollana.
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