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Che succede a Lampedusa

Un articolo di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale
di Redazione - mercoledì 12 maggio 2021 - 674 letture

Dopo due giorni passati sul molo Favarolo, circa seicento persone sono state trasferite nel centro di prima accoglienza di Contrada Imbriacola, a Lampedusa. Al momento ci sono più di 1.400 persone nell’hotspot, dopo che circa trecento sono state fatte salire a bordo della nave quarantena Splendid il 10 maggio. Mentre la nave quarantena Azzurra non riesce ad attraccare a Cala Pisana per via delle condizioni del mare in peggioramento.

“Le persone sono state sotto al sole, esposte al vento, in mezzo all’immondizia per ore, fino alla mezzanotte di ieri. È stata una situazione indegna”, spiega Marta Bernardini, volontaria di Mediterranean Hope, che si è occupata di distribuire tè caldo e coperte termiche ai migranti appena arrivati. Tra domenica e lunedì, con una finestra di bel tempo, a Lampedusa sono arrivate 2.200 persone a bordo di diverse imbarcazioni partite sia dalla Libia sia dalla Tunisia. Le barche non sono state soccorse dai mezzi governativi della guardia costiera italiana. Le imbarcazioni umanitarie, invece, in questo momento non sono attive: la Aita Mari e la Sea-Eye 4 sono appena partite dalla Spagna, mentre la Open Arms, la Sea Watch 3 e la Sea Watch 4 sono sotto fermo amministrativo da parte delle autorità italiane. L’assenza si soccorsi ha creato una nuova crisi nella piccola isola siciliana, che è più vicina alla Tunisia che all’Italia, come avveniva prima del 2013.

“Per la prima volta dopo tanto tempo le persone stanno arrivando dalla Libia a bordo di pescherecci di legno di grandi dimensioni. Ne è arrivato uno con circa quattrocento persone”, spiega sempre Bernardini. Negli ultimi anni dalla Libia le persone partivano soprattutto a bordo di gommoni, ma negli ultimi mesi i trafficanti hanno cominciato a ripristinare le vecchie imbarcazioni di legno e i pescherecci che consentono ai migranti di arrivare direttamente sull’isola siciliana in assenza di mezzi di soccorso. “Sembra di essere tornati al 2013, prima del naufragio del 3 ottobre, quando le persone arrivavano direttamente sull’isola con i barconi di legno”. Al momento sul molo non c’è più nessuno, ma in giornata dovrebbe arrivare un’altra imbarcazione, anche se le condizioni meteo stanno peggiorando.

“Abbiamo riscontrato casi critici dal punto di vista sanitario: molti avevano segni di fratture, percosse. Una ragazza somala era traumatizzata, non riusciva a camminare, ci ha raccontato che le hanno ucciso la sorella davanti agli occhi, nel centro di detenzione in cui si trovava in Libia”, continua la volontaria di Mediterranean Hope, che si lamenta dell’impreparazione delle autorità italiane di fronte agli sbarchi che definisce “prevedibili”. “Per noi si tratta di una gestione approssimativa: sapevamo da giorni che ci sarebbero stati degli arrivi per via del bel tempo, come ogni primavera. Anche le istituzioni potevano immaginare e prepararsi”, conclude. Il presidente del consiglio Mario Draghi ha annunciato l’istituzione di una cabina di regia interministeriale per coordinare le azioni del governo sull’immigrazione.

Secondo il ministero dell’interno, gli arrivi dalla Libia sono in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2021 sono arrivate 12.894 persone, tre volte di più di quelli arrivate nello stesso periodo del 2020. Ma anche i morti sono aumentati, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sono più di cinquecento, il triplo di quelli dello scorso anno. Inoltre dall’inizio del 2021, 7.700 persone sono state intercettate e riportate indietro dalla cosiddetta guardia costiera libica. C’è da considerare tuttavia che un aumento delle partenze era prevedibile in concomitanza della fine delle restrizioni dovute alla crisi sanitaria, che ha rallentato o impedito in molti casi gli spostamenti anche dei migranti irregolari. Le istituzioni europee sembrano tuttavia completamente impreparate a questo scenario: nelle prossime settimane dovranno discutere le linee guida del Patto europeo sull’immigrazione e sull’asilo.

L’Italia vorrebbe che fossero ripristinati dei meccanismi di solidarietà europei e delle quote di ricollocamento. Tuttavia il Patto europeo prevede che l’adesione al ricollocamento sia su base volontaria e quindi l’Italia e gli altri stati di frontiera possono ambire al massimo a degli accordi multilaterali con alcuni stati europei come fu l’accordo di Malta del 2019. L’unica questione su cui sembra ci sia concordia in Europa è il potenziamento degli accordi con i paesi di origine e di transito dei migranti per rafforzare il controllo delle frontiere esterne dell’Unione.

L’11 maggio i ministri dell’interno europei hanno incontrato il commissario degli affari sociali dell’Unione africana e i rappresentati africani del processo di Rabat e di Khartoum. Hanno partecipato alla riunione anche la commissaria europea agli affari interni Ylva Johansson e il vicepresidente della commissione Margaritis Schinas. Si è parlato di aiuti e lotta al traffico di esseri umani, ma l’idea è quella di stringere accordi per esternalizzare il controllo delle frontiere e fermare o ridurre i flussi migratori. Il 20 maggio la ministra dell’interno italiana Luciana Lamorgese sarà in Tunisia, insieme alla stessa Johansson per negoziare con Tunisi nuovi accordi mirati ad aumentare i rimpatri e a fermare le partenze.


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