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Che distanza corre tra il “cambiamento” della politica corrente (o del governo) e il “cambiamento” del destino del paese?

Il “cambiamento del destino” non va confuso con il “cambiamento del governo” (o della politica corrente). Da quest’ultimo possiamo aspettarci, quando va bene, la razionalizzazione di singole situazioni di disagio: mai il cambio di destino.
di Gaetano Sgalambro - giovedì 29 agosto 2019 - 615 letture

Io mi tengo fuori dal pensiero politico autoreferenziale, strettamente coniugato con un cieco neoliberismo economico, che sta portando il paese a un triste declino. Laddove voglio il “cambiamento del destino” nell’interesse dei miei nipoti, avendolo ormai bruciato in buona parte per i miei figli. Ma non sono solo io a volerlo: il 4 marzo scorso l’hanno richiesto oltre tredici milioni di elettori.

Il “cambiamento del destino” non va confuso con il “cambiamento del governo” (o della politica corrente). Da quest’ultimo possiamo aspettarci, quando va bene, la razionalizzazione di singole situazioni di disagio: mai il cambio di destino.

In quest’ottica le mie analisi sono impietose e destruenti l’attuale realtà politica, ma tutt’altro che disperanti. Così come è reale e drammatica la crisi globale del paese, la quale è la misura senza appello dell’incapacità storica di tutta una classe politica e dirigenziale, è altrettanto concretamente attendibile la prospettiva che il paese possa intraprendere un sano percorso di ripresa, sia pure al costo di pesanti e lunghi sacrifici, in virtù del fatto di avere un ricco patrimonio umano.

Quello stesso che consentì di tirare su il paese dalle macerie di una guerra persa e di portarlo sul finire degli anni settanta al settimo posto nella classifica mondiale dei paesi industrializzati e che ora, precipitato nella crisi, ci consente di considerare sostenibile la sua ripresa. Solo che si voglia.

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Per patrimonio umano io intendo il totale dei valori immateriali custoditi in ogni famiglia che fa l’enorme ricchezza e la grande forza morale del paese. Cito alcuni capisaldi di questi: il valore centrale della famiglia e quindi la responsabilità nella sua gestione economica, nonché il perseguimento dell’equo benessere per ogni suo componente. Infatti, il bilancio economico delle famiglie non è dissestato come quello dello Stato. A questo valore fanno da corollario la laboriosità, la creatività dei suoi membri, unite all’adattabilità alle politiche dei diversi governi. Per non dire di un altro suo valore incontrovertibile: l’elevato impegno nel volontariato sociale, in supplenza delle serie carenze istituzionali.

Esso affonda le sue radici lontane nella storia e nelle tradizioni ed è disconosciuto come ricchezza concreta del paese, pur costituendo –nota bene- l’elementare substrato sul quale è stata edificata la Costituzione Italiana ed è stato organizzato il patrimonio sociale.

Quest’ultimo è costituito dall’insieme di principi valoriali e di norme amministrative e comportamentali che regolano le diverse istituzioni periferiche, affinché una società complessa come la nostra risponda funzionalmente ai bisogni del governo in maniera coordinata, quasi fosse un corpo unico. Laddove la società e il governo dovrebbero rispondere insieme ai bisogni dello Stato di tutti. E’ in ossequio di questo colposo capovolgimento che i partiti, o meglio i loro uomini, si sono infiltrati nelle apposite istituzioni per stravolgerne le norme a proprio favore. E’ cosi hanno tracciato la strada del nostro declino.

Eppure è possibile iniziare il cambiamento del destino, solo che ci si aggreghi sui valori trasversali del patrimonio umano e prendendo in esempio i sui suoi esecutori, che sono stati i nostri padri. Solo dopo, nel nome della Costituzione Italiana e con il supporto di veri esperti sarà possibile tentare l’applicazione d’innovativi modelli di sviluppo culturale ed economico.


Immagine: Fotogramma finale di: Uccellacci e uccellini (1966) diretto da Pier Paolo Pasolini, interpretato da Totò e Ninetto Davoli e prodotto da Alfredo Bini.



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