ChatUnict
Una «Lettera aperta» sulle piattaforme digitali nelle scuole e nelle università
L’articolo che riprendo qui sotto è importante e significativo. Si tratta infatti di una lucida analisi delle radici e degli effetti, delle cause e dei fini, dell’utilizzo sempre più pervasivo delle piattaforme impropriamente definite ‘intelligenti’ nella prassi scolastica e universitaria. Quali siano queste ragioni e conseguenze è detto nel testo e quindi aggiungo soltanto due esperienze che confermano quanto viene sostenuto nell’articolo.
Nel marzo 2020 l’Ateneo di Catania, come molti altri in Italia e non solo, fu insolitamente pronto a sostituire la didattica con un suo fantasma ‘a distanza’. Nelle discussioni che si aprirono in quei giorni alcuni docenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche della città etnea rispondendo a varie mie critiche sostenevano che, al di là dell’occasione preoccupante rappresentata dal Covid19, si trattava di una pratica da estendere e da rendere definitiva.
Come sempre in questi casi le motivazioni erano altamente morali poiché la didattica online permette di seguire le lezioni anche ai malati, ai lavoratori, ai fuori sede che non possono abitare a Catania, ai ‘fragili’ e così via…Alcuni aggiungevano poi l’immortale formula della stoltezza: “Bisogna essere sempre aperti alle novità” (il governo hitleriano fu indubbiamente una ‘novità’ rispetto alla Repubblica di Weimar). La consapevolezza di che cosa significhi davvero l’utilizzo del digitale nelle strutture educative - quella consapevolezza che il testo che propongo presenta con molto rigore - era in questi docenti del Disum pari a zero. Per fortuna, poi, Unict è rinsavita e negli ultimi anni accademici lezioni ed esami si svolgono giustamente solo e sempre in presenza.
Un’altra esperienza è assai più recente e riguarda il Seminario dottorale svoltosi al Disum il 26.4.2026, avente come titolo L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla ricerca umanistica. In nessuna delle quattro relazioni svolte da docenti di vari Atenei italiani è stata neppure sfiorata la dimensione politica del digitale, limitandosi a esporre l’utilità e gli attuali limiti delle piattaforme digitali, senza però avere la minima idea che nella questione delle IA «la posta in gioco» non è teorica e non è tecnica ma «è tutta politica» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, p. 77). Essa consiste nella presenza o nell’assenza del politico dentro le nostre società.
Il principio di ogni analisi non ingenua del digitale è infatti molto semplice e antico, ed è questo: «L’Intelligenza Artificiale è progettata, o può essere progettata (e largamente lo è) per non far ribellare gli esseri umani a una società suo tramite sempre più amministrata, sul piano sociale, economico, politico» (Ivi, p. 56). È sempre questa la sostanza dell’autorità, la quale nel contemporaneo diventa la «crisi della sostanza democratica delle procedure democratiche» trasformate nella «democratura digitale come la forma di governo cui si affideranno le sorti di quelle che sono state le democrazie occidentali» (Ivi, p. 31) e che si sono già ampiamente trasformate in società del controllo.
Docenti che si sono rivolti a un pubblico di altri docenti e di dottorandi sembravano ignorare tutto questo. Ecco una delle radici della rinuncia delle società occidentali all’intelligenza e alla libertà, alla libertà come frutto dell’intelligenza del mondo.
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Lettera aperta: “Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università”
Daniela Tafani, Bollettino telematico di filosofia politica - 2.5.2026
Fonte: https://btfp.sp.unipi.it/it/2026/05/lettera-aperta-contro-adozione-acritica-ia/
Contro l’università è in corso una guerra, ma solo una delle due parti è armata: le grandi aziende tecnologiche del complesso militare-industriale statunitense hanno colonizzato le università, per sostituire la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali. Con le piattaforme per l’istruzione, mirano a estrarre valore dai dati degli studenti e a creare “una conduttura di futuri utenti” dei loro prodotti: “Ottieni quella fedeltà molto presto, e potenzialmente per tutta la vita”. La priorità “educativa” è per le aziende “la dipendenza degli adolescenti” dai loro servizi e prodotti. Grazie ai chatbot, la dipendenza è ottenuta per mezzo della dequalificazione: utenti divenuti incapaci di scrivere da soli, anche ai livelli più elementari, saranno ostaggi di sistemi informatici proprietari, dai quali, per quanto scadenti, dipenderanno.
Sistemi del genere sono inutili e dannosi, nelle università, se non come oggetto di studio. Se anche funzionassero, del resto, a chi mai verrebbe in mente di andare in palestra a guardare una macchina che sollevi pesi al suo posto? Nei giovani, l’uso dei chatbot preclude l’apprendimento e abitua a omologarsi, a non pensare, a recepire pensieri già formulati da altri. È un addestramento alla “resa cognitiva”, all’adozione dell’output di un chatbot senza verifica e anche nei casi in cui contrasti con le proprie intuizioni o i propri ragionamenti. Chi non sia in grado di pensare non sarà in grado di valutare criticamente, di rivendicare diritti, di opporsi al potere, quale che sia. Ai cittadini si addicono il pensiero e l’uso pubblico della ragione. Ai sudditi, la resa cognitiva.
Un chabot è utile a chi lo produca, oltre che a fini di sorveglianza (se qualcosa di intimo restasse ancora celato al complesso militare-industriale, le aziende scommettono che lo confideremo all’app che promette di farci parlare con Gesù) anche a fini di manipolazione e controllo: uno strumento che ci suggerisca cosa scrivere ci suggerisce, al tempo stesso, cosa pensare. Per i sudditi eventualmente riottosi, l’accesso ai beni necessari alla sopravvivenza sarà legato alla disciplina.
Le università sono complici quando agiscono come broker edtech, promuovendo prodotti che dequalificano e disabilitano studenti e ricercatori e li intrappolano in infrastrutture proprietarie, e come megafoni aziendali, propagando narrazioni che proteggono il modello di business delle grandi aziende tecnologiche (malgrado il profluvio di linee guida ossessivamente dedicate all’etica, non c’è un modo etico di distruggere l’università).
Nelle università già ben addestrate a competere per finanziamenti privati e ad impegnarsi in ricerche delle quali i finanziatori privati dettino l’inquadramento, i risultati e financo il tono, molti si sono affrettati ad abbracciare “una pedagogia dell’inevitabile” e “una serie di strumenti i cui principali casi d’uso – polizia predittiva, targeting militare, pubblicità e pornografia – sono in profonda contraddizione con i valori che sostengono di difendere”.
Ma c’è anche chi, di fronte al male della banalità, reagisce. Olivia Guest, Iris van Rooij, Barbara Müller e Marcela Suárez, scienziate e docenti universitarie dei Paesi Bassi, sono state promotrici e prime firmatarie, il 27 giugno 2025, di una lettera aperta ai loro Atenei, Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università*, che, con Maria Chiara Pievatolo e Antonio E. Porreca, abbiamo tradotto di seguito.
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Alle università dei Paesi Bassi, alle Università olandesi di Scienze applicate e ai rispettivi Consigli di Amministrazione,
Con questa lettera, prendiamo una posizione di principio contro la proliferazione delle cosiddette tecnologie di “intelligenza artificiale” nelle università. In quanto membri di un’istituzione educativa, non possiamo tollerare l’uso acritico dell’IA da parte di studenti, professori, ricercatori o dirigenti. Chiediamo inoltre di riconsiderare tutti i rapporti finanziari diretti tra le università olandesi e le aziende di IA. Introdurre le tecnologie di IA senza restrizioni conduce a violare lo spirito della legge europea sull’IA. Mina i nostri valori pedagogici fondamentali e i principi dell’integrità scientifica. Ci impedisce di rispettare i nostri principi di indipendenza e trasparenza. E, cosa più preoccupante, è stato dimostrato che l’uso dell’IA ostacola l’apprendimento e disabilita il pensiero critico.
In qualità di studiosi, e in particolare di docenti universitari, abbiamo la responsabilità di dare un’istruzione ai nostri studenti, non di mettere il timbro a lauree senza relazione con capacità di livello universitario. Il nostro dovere di educatori è di coltivare il pensiero critico e l’onestà intellettuale, e il nostro ruolo non è quello di accettare l’alternativa tra la sorveglianza e la promozione della truffa, né quello di considerare normale che i nostri studenti o i ricercatori che supervisioniamo evitino il pensiero approfondito. Nelle università ci si impegna a fondo con ciò che si studia. L’obiettivo della formazione universitaria non è risolvere i problemi nel modo più efficiente e rapido possibile, ma sviluppare le capacità per identificare e affrontare problemi nuovi, che non sono mai stati risolti prima. Ci aspettiamo che agli studenti siano dati lo spazio e il tempo per formarsi opinioni proprie, profondamente ponderate, ispirate dalle nostre competenze e coltivate dai nostri spazi educativi. Questi spazi devono essere protetti dalla pubblicità aziendale, e i nostri finanziamenti non devono essere spesi in modo improprio per società a scopo di lucro, che offrono ben poco in cambio e dequalificano attivamente i nostri studenti. Persino il termine stesso “Intelligenza Artificiale” (che da un punto di vista scientifico si riferisce a un campo di studio accademico) è ampiamente abusato, con una mancanza di chiarezza concettuale che viene sfruttata per promuovere interessi aziendali e minare le discussioni scientifiche. È nostro compito demistificare e mettere in discussione l’“IA” nel nostro insegnamento, nella nostra ricerca e nel nostro impegno con la società.
Dobbiamo proteggere e coltivare l’ecosistema della conoscenza umana. I modelli di IA possono imitare l’aspetto del lavoro accademico, ma (per loro stessa natura) non hanno nulla a che fare con la verità: il risultato è un diluvio di “informazioni” non verificate ma che suonano convincenti. Nel migliore dei casi, l’output è accidentalmente vero, ma in genere privo di citazioni, avulso dal ragionamento umano e dalla rete di saperi di cui si impadronisce. Nel peggiore dei casi, è presentato con sicurezza ma sbagliato. Entrambi gli esiti sono pericolosi per l’ecosistema.
Le tecnologie di “IA” presentate in modo esagerato e sopravvalutate, come i chatbot, i grandi modelli del linguaggio e i prodotti correlati, non sono che questo: prodotti che l’industria tecnologica, proprio come le industrie del tabacco e del petrolio, spinge sul mercato per profitto e in contraddizione con i valori della sostenibilità ecologica, della dignità umana, della tutela pedagogica, della privacy, dell’integrità scientifica e della democrazia. Questi prodotti di “IA” danneggiano materialmente e psicologicamente la capacità dei nostri studenti di scrivere e pensare con la propria testa, perché esistono invece a beneficio degli investitori e delle aziende multinazionali. Come strategia di marketing per introdurre tali strumenti in classe, le aziende sostengono falsamente che gli studenti siano pigri o incapaci di scrivere. Condanniamo tali affermazioni e riaffermiamo la capacità d’azione degli studenti contro il controllo aziendale.
Ci siamo già trovati in questa situazione con il tabacco, il petrolio e molte altre industrie dannose che non si curano dei nostri interessi e che sono indifferenti al progresso dei nostri studenti nello studio e all’integrità dei nostri processi scientifici. Vi invitiamo a:
Opporvi all’introduzione dell’IA nei nostri sistemi software, da Microsoft a OpenAI ad Apple. Non è nel nostro interesse lasciare che i nostri processi siano corrotti e cedere i nostri dati affinché vengano utilizzati per addestrare modelli che per noi non solo sono inutili, ma anche dannosi.
Proibire l’uso dell’IA in classe per i lavori degli studenti, proprio come vietiamo i servizi di scrittura di tesi su commissione e altre forme di plagio. Gli studenti devono essere protetti dalla dequalificazione e devono essere riconosciuti loro lo spazio e il tempo per svolgere i loro lavori da sé.
Smettere di normalizzare la propaganda sull’IA e le menzogne prevalenti nella sua presentazione aziendale. Queste tecnologie non hanno le capacità pubblicizzate e la loro adozione espone studenti e studiosi al rischio di violare i principi etici, legali, accademici e scientifici di affidabilità, sostenibilità e sicurezza.
Rafforzare la nostra libertà accademica, in quanto personale universitario, per far rispettare questi principi e criteri nelle nostra didattica e nella nostra ricerca, nonché nei sistemi informatici che siamo obbligati a utilizzare nell’ambito del nostro lavoro. In quanto studiosi, abbiamo diritto ai nostri spazi.
Sostenere il pensiero critico sull’IA e promuovere un approccio critico alla tecnologia su solide basi scientifiche. Il dibattito scientifico deve essere libero dai conflitti di interesse causati dai finanziamenti aziendali dell’industria, e la resistenza ragionata deve sempre essere sempre possibile.
Cordialmente,
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*La versione originale della lettera aperta può essere letta e sottoscritta qui: https://openletter.earth/open-letter-stop-the-uncritical-adoption-of-ai-technologies-in-academia-b65bba1e
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