Cassandra è morta. Viva Cassandra!
Pasolini è stato un profeta, un intellettuale illuminato, che ha cercato di aprirci gli occhi su un’epoca buia e che noi ci illudiamo di bypassare con indignazioni e slogan che ormai sono anacronistici e privi di qualsiasi incidenza sulla realtà.
«Quindi è inutile e retorico fingere di attribuire qualche reale responsabilità a questi giovani e al loro fascismo nominale e artificiale. La cultura a cui essi appartengono e che contiene gli elementi per la loro follia pragmatica è la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei. Non procura solo a loro condizioni intollerabili di conformismo e nevrosi, e quindi di estremismo (che è appunto la conflagrazione dovuta alla miscela di conformismo e nevrosi). Se il loro fascismo dovesse prevalere sarebbe un fascismo ancora peggiore di quello tradizionale, ma non sarebbe più precisamente fascismo. Sarebbe qualcosa che già in realtà viviamo, e che i fascisti vivono in modo esasperato e mostruoso: ma non senza ragione»
Pier Paolo Pasolini, contenuto in “Scritti Corsari”, articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 giugno 1974.
Sembra incredibile ma l’attualità delle affermazioni di Pasolini mi mette i brividi. Il prossimo giugno, saranno trascorsi esattamente cinquantadue anni: ora siamo noi quei giovani omologati che non si sono accorti dei cambiamenti della società e del mondo e che sono in un ritardo agghiacciante per poter modificare alcunché. Non abbiamo più gli strumenti per poter incidere significativamente nella realtà. Certo ci preoccupiamo di denunciare, d’indignarci e di far indignare le nuove generazioni, i giovani, ma abbiamo colpe che la nostra miopia storica e culturale ha reso cancrene voraci.
Ho letto con attenzione un articolo di Fabio Ciancone [1] e concordo su tutto anche se la stessa analisi si potrebbe declinare per la nevrosi generata dal Moloch della sicurezza, per il mondo della sanità e quello dell’istruzione e non solo. Mi sono trovato d’accordo su tutto, fuorché sulla frase finale:
«La guerra cognitiva è in corso, ma per vincerla è necessario prima di tutto fare la lotta di classe» [evidenziazioni mie]
La lotta di classe? Qualcosa mi sfugge: le classi non esistono più, così come le ideologie e come potremmo iniziare una lotta di classe nella nostra epoca? Sono criteri culturali che afferiscono all’epoca precedente rispetto a quella in cui siamo immersi e in cui viviamo. Dobbiamo farcene una ragione, soprattutto per la vetusta maggioranza della popolazione italica e comunque di tutte le cosiddette democrazie occidentali. Soprattutto per la popolazione anziana alla quale io appartengo a pieno titolo ma a cui non appartiene certo Fabio Ciancone, classe 1997.
Proprio in relazione alla lotta di classe, dobbiamo stare attenti e dobbiamo cercare di usare il machete per sfrondare l’informazione da vecchie e noiose notizie di cronaca: se non prestiamo attenzione, la società italiana si concentrerà sempre di più su delitti efferati, ma di una ventina di anni fa, sulla pubblicità che ci porta a credere di vivere in una società libera e democratica mentre la guerra cognitiva ha già preso il Potere, mentre noi ci consolavamo con il nostro benessere edonistico e la nostra joie de vivre.
Una ventina di giorni fa ho avuto notizia di una recrudescenza dell’epidemia di ebola in Uganda (anche in Repubblica democratica del Congo) e di scontri violenti, con spari e distruzioni, in Uganda. Nel Kiwu (zona nord est del Congo) devastato da una guerra oscena da più di trent’anni per l’accaparramento delle maledette e ricchissime risorse naturali se ne è parlato molto solo in relazione all’omicidio del nostro ambasciatore e del suo autista congolese. Ho cercato dovunque per avere notizie più precise e dettagliate. Ne ho trovate solo poche, scarsissime, sulle news della BBC. Solo qualche giorno fa, il principale telegiornale italiano ha riportato il fatto che in Congo, per l’espansione dell’epidemia di Ebola, un centinaio di persone erano morte. Nel bel paese siamo stati troppo agghiacciati per la paura dell’epidemia di Hantavirus delle Ande.
Siamo ormai solo concentrati sia sulla sicurezza interna alle nostre case (ci fanno credere che stiano diventando fortini inespugnabili), sia sulla sicurezza delle nostre frontiere (italiane o europee che siano) minacciate da bombe devastanti. Queste ultime, a loro volta, possono essere finalizzate al riarmo su vasta scala oppure a ordigni che sono già esplosi ma di cui non si hanno strategie per gestirli in tempi lunghi: la deflagrazione delle migrazioni globali. Ci vogliono far credere che basta creare dei centri di detenzione, definiti per il rimpatrio, per risolvere un mutamento strutturale che ha già modificato profondamente la nostra società.
Poi c’è la politica che le istituzioni si ostinano a scrivere e pronunciare aulicamente con la “p” maiuscola. Qui l’omologazione, urlata più di cinquant’anni fa da Pasolini, ha raggiunto livelli parossistici per cui ci ostiniamo a definire fascisti quelli che appartengono agli schieramenti di destra e comunisti quelli di sinistra. Anche le scuole di partito si sono aggrappate a concetti ormai evaporati, evanescenti, che ricordano nostalgicamente la guerra fredda, concentrati come sono di illudere la popolazione. Prendiamo ad esempio la pratica costituzionale del referendum: confrontiamo la vittoria democratica del referendum a favore della mancata abolizione della legge sul divorzio del 1974 e quello sulla riforma costituzionale, voluta dai partiti al governo, in materia di giustizia del 2026.
Quando sento un politico, di qualsiasi partito esso sia, che esalta la vittoria democratica dello scorso referendum (e lo fanno anche in Parlamento) la mia pelle si ribella e si trasforma nella pelle di un animale petulante, piuttosto che in quella irsuta di mister Hyde. Al referendum del marzo scorso ho osservato attentamente una persona, non certo giovane, che voleva entrare al seggio con il suo cagnolino; chissà per chi ha votato? Mi riferisco ovviamente al cagnolino. Siamo di fronte a due eventi lontani più di mezzo secolo che non hanno niente in comune fra di loro e i cui dati [2] (basti l’affluenza: 87,72% nel 1974 e 55,69% nel 2026. Una piccola differenza di solo 32,03% degli aventi diritto al voto e che oggi rappresentano una quantità numericamente molto superiore di persone) dovrebbero farci riflettere sulle parole dell’intellettuale italiano massacrato sulla spiaggia di Ostia.
« L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente a esso dei tratti “moderni”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente: ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi. La tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere è in realtà una forma “totale” di fascismo. Ma questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia: si tratta dunque di una omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della “joie de vivre"» [3]
Totale e globale sono parole che oggi possiamo tranquillamente rendere intercambiabili nel discorso di Pasolini: stiamo assistendo a una forma globale di fascismo che non ha confini né ideologie, anzi nelle spietate dittature comuniste i risultati economici sono molto più evidenti, scrupolosi sulla salvaguardia dell’ambiente, se paragonati al volano economico, militaresco e barbaramente genocidario delle democrazie occidentali.
«Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla: 1) perché parlare di “Strage di Stato” non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì; 2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza. In realtà ci siamo comportati coi fascisti razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. Tutti sapevamo, nella nostra coscienza, che quando uno di quei giovani “decideva” di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione. Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione. Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pur attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo».
Non so voi, ma io ho dei brividi lungo la schiena che mi perseguitano e mi tolgono sia il sonno sia il fiato.
La società civile, quella che continua imperterrita a difendere i diritti civili, in barba a qualsiasi potere politico, è ormai l’asse portante della società italiana che possiede ancora valori etici e morali. Purtroppo lo stesso Potere l’ha omologata attraverso la burocrazia e la legislazione delle associazioni di volontariato (le associazioni che fanno capo al cosiddetto terzo settore). Per tacere della infiltrazioni mafiose e delinquenziali che si sono infiltrate anche qui e che il Potere non controlla mentre controlla benissimo le associazioni di volontariato dove i Volontari svolgono i compiti che la politica e la società stessa non vuole e non riesce a gestire.
Sono stanco di stracciarmi le vesti, sono stanco di scendere in piazza, sono stanco di protestare, sono stanco di definire fascisti quelli che hanno preso il potere e progressisti quelli dell’opposizione, privi di idee, e soprattutto sono stanco di non capire quale epoca ci aspetta nel prossimo futuro. Non ho soluzioni, purtroppo, ma capisco che abbiamo bisogno di un cambio di prospettiva radicale , ovviamente nonviolento, che ci distacchi definitivamente dal nostro edonismo consumistico e dalla nostra joie de vivre.
Spero solo che l’epoca futura non debba risorgere dalle ceneri della nostra irresponsabile distruzione, come la Fenice. Cassandra non era creduta e si chiudeva in un tragico e nostalgico solipsismo. Pasolini è stato un profeta, un intellettuale illuminato, che ha cercato di aprirci gli occhi su un’epoca buia e che noi ci illudiamo di bypassare con indignazioni e slogan che ormai sono anacronistici e privi di qualsiasi incidenza sulla realtà. Anche se non ho soluzioni preordinate, sono stanco di dire che Cassandra è viva e lotta insieme a noi. Preferisco Pasolini e la sua diversità profetica.
[1] Fabio Ciancone, “Dopo la verità, prima della menzogna”, apparso su “Il Tascabile” il 13 maggio 2026.
[2] Cfr: Referendum del 1974 e Referendum del 2026.
[3] Questa citazione e la prossima appartengono a un articolo “Il potere senza volto”, di Pier Paolo Pasolini, apparso sul Corriere della Sera il 24 giugno 1974, riportato in Scritti Corsari con il titolo “Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo”.
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